Genitivo

CORRISPONDENZE #2

di Valentina Presti Danisi

Caro Fabrizio,
ho una specie di vertigine, poi ti spiego.
Ci eravamo lasciati con Saggio sulla paura [Pietre Vive Editore, 2022], ora dici ยซรจ bella una vita senza paura / che veda le cose, e non gli spettri delle cose [โ€ฆ] felicitร /terrore โ†’ ma spesso si vive sepolti annientati da tuttoยป. In questo nuovo libro cโ€™รจ piรน vita che paura, mi pare, se mai รจ possibile distinguere le due cose.
[A beneficio di chi legge: parliamo del libro di poesia Genitivo di Fabrizio Miliucci, edito da Marco Saya Edizioni nella collana Microliti, dedicata alle scritture sperimentali e a cura di Antonio Bux].
ยซlibro hikikomori / che come me, / tuo padre, hai / paura degli / altriยป. Non passa la paura.

Sto giร  facendo casini col pensiero associativo (mi hai avvertita, senza saperlo: ยซdebolezza endemica / dei pensieri associativiยป). Andrร  cosรฌ, che vuoi fare.
Ma la vita, dicevamo. ยซรจ necessario essere vissuto veramente / non essere pressato al margine / fallita famiglia / siamo tutti dโ€™accordo / bisogna vivere / ognuno di noi avrebbe fatto lo stessoยป.
Un obbligo, un atto di violenza anche (lo dici tu in una ยซpoesia molto sempliceยป).
ยซvivere il vissuto / della cosa infitta / nei primordi / della vita in sรฉ, e noi / che stiamo qui / a non fare nienteยป.

Se potessi esperire la vita, e specialmente i rapporti con le persone, e sommamente con le persone che amo, senza lโ€™imbarazzo di esistere. Tu scrivi: ยซmi piace chi si lascia / le cose alle spalle / dimentica, seppellisceยป. Anche a me. Spero sempre nel beneficio di essere dimenticata (e pure ยซdimenticarmi di me, essere in trance, non esprimere un gusto / non esprimere nienteยป). Ma il gioco esige la partecipazione.
Mi piace ยซannullarsi รจ un modo di proteggersiยป, ma non so se ci credo.
Lo vedi, per parlare del tuo libro devo farlo a pezzetti, altrimenti non se ne parla e lo si legge e basta (sarebbe meglio). Ho ricucito, con massimo arbitrio, alcuni pezzetti โ€“ una finisce sempre a cercare un senso e uno specchio, in quello che legge (sarebbe meglio di no). Ma mi piaceva immaginare un movimento, e davvero forse lโ€™ho solo immaginato, un moto di avvicinamento e allontanamento โ€“ in tutto il libro si sta sempre un poโ€™ sulla soglia, soglie sono la morte e la nascita [rispettivamente del padre e del figlio, in questo caso], e i limiti che tu poni come titolo di una sezione: esserci, non esserci, anche in forma di libro (scrivere, non scrivere, dire, non dire). E poi: dentro e fuori lโ€™incontro: ยซalla fine ci si รจ conosciuti / ci si รจ detti addioยป.
Tra i miei passaggi preferiti (che espressione banale, insopportabile):
ยซpiรน di tutto il resto รจ valso averlo visto / indietreggiare nel buio / da dove era uscito / per il rispetto che si deve al desiderio / VA BENE / NON CONOSCERSI MAIยป
mi piace quel maiuscoletto, anche se non so se ci credo.
ยซsolo la speranza di potersi rivedere / in mezzo a tanto vuoto / di un didascalico che dร  ai nerviยป, eppure ยซnon cโ€™รจ alcuna relazione che ci leghiยป.
ยซognuno di noi avrebbe fatto lo stessoยป, ma ยซpoi venimmo visitati da cose contrastantiยป.

Scusami per il taglia e cuci, mi approprio delle tue parole crociate [titolo di unโ€™altra sezione]. A proposito, รจ fastidioso sentirsi ripetere i propri versi? Oltretutto estrapolati cosรฌ dal resto? Cosa si prova? Ci vorrebbe, mi rendo conto, uno sguardo dโ€™insieme, ma io inciampo in ogni cosa che mi colpisce (nel senso di piccola fitta di agnizione). Ho casomai un sentimento dโ€™insieme, che perรฒ non รจ netto ma soffuso, come questo tira e molla del conoscersi, riconoscersi e non conoscersi mai.
Taglia e cuci, tira e molla, ma si puรฒ parlare cosรฌ di poesia?

Mi piace la sezione Epimetro [che sta piรน o meno a metร  libro, e sono piรน o meno delle lettere di presentazione dellโ€™opera; punti salienti (altra espressione odiosa): โ€œdistruzione dei meccanismi poetici interiorizzatiโ€, elaborazione di un lutto, elaborazione di una nascita]. Mi piace che in mezzo a questo lavoro โ€“ lavorรฌo โ€“ di sottrazione, a un certo punto si aggiunga qualcosa, che accanto al โ€œnon-dettoโ€ (diventato quasi una prassi o luogo comune in certi luoghi discorsivi), si dica. Mi sembra che dire in questo modo โ€“ semplice, disarmato โ€“ possa essere un via per smontare, se non il discorso, la posa del discorso (poetico). Tra poeti che non devono spiegare niente e poeti che parlano troppo, qui ne ho uno che dice poco, il giusto, senza tanti fronzoli.

Tu hai un figlio. [Sempre per chi legge: รจ centrale, soprattutto da un certo punto in poi, il โ€œtemaโ€ del figlio (nascita del) โ€“ tema per favore intendiamolo non come argomento ma come tema musicale, al limite]. Tu hai un figlio, io no. La gente si offende quando chi ha generato dice โ€œtu non hai figli, non puoi capireโ€. Certo, facilmente diventa un antipatico scudo di retorica, ma da parte mia, non so la gente, ma per me io dico che รจ vero: non posso capire. Ci sono cose, penso, che magari fanno piรน paura a immaginarle che a viverle, come tutto del resto โ€“ la vita in sรฉ. Mi piace restare un poโ€™ al di qua della completa comprensione, essendo essa per giunta una chimera. Meglio non crederci/credersi capaci di capire interamente.

Ho parlato troppo, e mi vergogno. Ma era lโ€™unico modo, non si puรฒ parlare cosรฌ a una persona, lโ€™espediente allora รจ dire in pubblico a una persona, stare cosรฌ un poโ€™ dentro e un poโ€™ fuori. E non mi sembra poi tanto diverso, io non lo so, ma penso che a volte si scrivono libri di poesia pure per questo, perchรฉ รจ difficile dire le cose. E allora รจ sรฌ, un modo per stare un poโ€™ dentro e un poโ€™ fuori. Lโ€™ennesima forma di vigliaccheria?
Vorrei riportare lโ€™ultima poesia [non รจ lโ€™ultima, รจ la penultima pagina della penultima sezione, a cui segue lingua padre, discorso sullโ€™apprendimento del linguaggio, e anche sulla sua scomparsa]; vorrei riportare โ€œlโ€™ultimaโ€ poesia, ma secondo me รจ meglio arrivarci da soli, leggendo il libro. Comincia con ยซe poi tutta la vitaยป e finisce con qualcosa di ยซindistinguibile dal restoยป.
Io non volevo definire niente, perchรฉ non ne sono capace e perchรฉ non mi piace, e nellโ€™indistinto e nella soglia ci sto a disagio e ci sto bene. Tutto sommato, e sottratto. Forse mi puoi capire, un poโ€™.

Genitivo รจ il secondo appuntamento di CORRISPONDENZE, una rubrica a cura di Valentina Presti Danisi.



Fabrizio Miliucci (Latina, 1985) vive e lavora a Roma. Ha pubblicato Nuove poesie (Perrone, 2010) e Saggio sulla paura (Pietre Vive, 2022).


Valentina Presti Danisi รจ una editor, collabora con diverse realtร  editoriali, tiene corsi e laboratori di narrativa breve, editing, letteratura e scrittura umoristica. Per circa dieci anni รจ stata lโ€™editrice di Gorilla Sapiens Edizioni e attualmente cura il blog letterario Gorilla Sapiens Finzioni che ne prosegue in parte lโ€™esperienza.


CORRISPONDENZE #1


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