di Andrea Sanna
Guardo lo schermo. Cโรจ una barra fina e sola, stupida come le mie idee. Cerco di scrivere qualcosa che non sembri posticcio, inventare una vita che non sia la mia, poi unโaltra e unโaltra ancora.
Spengo il computer. Lo riaccendo.
Esco in preda alla frustrazione.
ร ottobre, fa quasi freddo. A metร strada tra casa e il Moose mi accorgo di aver dimenticato le sigarette. Bestemmio e entro nel primo 7/11. Non sono ancora riuscito ad abituarmi al prezzo delle sigarette in Scandinavia. Quando arrivo a destinazione ne ho fumate giร due.
Il Moose รจ di fronte a un locale per coglioni impomatati di cui non sono ancora riuscito a farmi entrare il nome in testa, non importa quante volte lo abbia sentito biascicare o letto sulla vetrata coperta di ditate. Ci va a ballare gente poco piรน giovane ma molto meno complessata di me. ร un posto talmente generico da riuscire a monopolizzare quasi tutta la vera fica del circondario. Non sia mai che mi arrischi a entrarci finendo col passare una serata diversa dal solito.
Entro al Moose.
Non รจ un posto invitante. Lโunica vera qualitร sono i prezzi, a dir poco concorrenziali. Per il resto offre solo una cronica penuria di spazio, ossigeno, igiene โ in dieci anni non ho mai visto uno dei due bagni lontanamente utilizzabile; lโidea di doverci cacare mi causerebbe un attacco di panico โ e nessuna inibizione. Ma nessuno sembra farci mai caso. Cโรจ il pienone. Sulla sinistra il bancone รจ sotto assedio, gente strana e colorata; sulla destra ci sono cosรฌ tanti corpi che non si riescono a vedere tavoli e sedie. Lโodore stantio di fumo e alcool รจ nellโaria, ma รจ ancora presto per il puzzo rancido di sudore, il peggiore, quello che arriva a metร serata quando si scaldano gli animi, che ti sโincolla sulla fronte e appesta i vestiti per una settimana.
Dentro al Moose non si balla. Nossignore, dentro al Moose si beve. Sono talmente sobrio da provare vergogna allโidea di parlare con il barista. Ordino tre pinte di Tuborg evitando di incrociare qualsiasi sguardo. Mi ripeto la massima autoindulgente con la quale riesco a giustificare la mia inabilitร sociale: โI veri uomini non ballano. Stanno seduti, sudano e bestemmiano.โ
Ho trentaquattro anni. Dovrei aver superato lโidolatria per i comici cinici e alcolizzati, e inveceโฆ Grazie, Bill. Solo tu mi capisci.
Bevo metร boccale e faccio mio il concetto, mi ci tuffo dentro. Scrivo a Igor e Andreas. Ho bisogno di parlare con qualcuno che mi voglia abbastanza bene da non lasciare spazio alla mia sedicente depressione. Mi dirigo verso il retro del locale attraversando quello che dovrebbe essere lโambiente principale, un corridoio lungo e pieno di gradini dove รจ impossibile muovere un passo senza affrontare unโinterazione di cortesia, una gola fumosa intasata di ostacoli umani in stato di ebbrezza. Arranco, tento di non rovesciare le mie birre. Supero il Jukebox vetusto, svolto a destra e trattengo il fiato.
Di norma, qui al Moose il retrobottega รจ invaso dalla crรจme de la crรจme dellโErasmus Generation, oppure รจ vuoto. Fatta eccezione per un tavolo coperto da resti di Jรคgerbomb prosciugati da quattro danesi appena diciottenni, ci sono tre tavoli liberi.
I danesi mi guardano con visi segnati dalla disperata consapevolezza di ogni idiota appena diplomato. Piccoli, pallidi alieni ariani. Mi fanno sentire una cariatide; li invidio e disprezzo in egual misura. Mi siedo fissandoli, spalle protette da un muro tappezzato di scritte. Prendo un sorso di birra da una delle mie tre pinte e considero lโidea che la stanza sia vuota solo perchรฉ tutti sapevano che sarei arrivato a incupire lโatmosfera. Non so decidere se il contatto umano รจ qualcosa di cui ho bisogno o da evitare a ogni costo.
Non รจ serata. La stanza si offusca. Sospiro e sprofondo sulla panca di legno. Aspetto che Igor e Andreas arrivino in mio soccorso.
Raggiungono la scena a distanza di cinque minuti lโuno dallโaltro. Andreas con il decimo round di shot dei miei giovani vicini. Hanno giร ordinato una birra, prendendone una anche per me. Ormai sono decrepito, ma in compenso ho smesso di essere sobrio. Vedendo le tre pinte vuote davanti a me, mi chiedono se cโรจ qualcun altro. Li invito a non dire cazzate e a sedersi. Andreas ha passato la giornata in ufficio, chiuso a lavorare su qualcosa che farebbe annoiare una calcolatrice; Igor ha poca voglia, meno prospettive e piรน debiti di un minatore irlandese. Eppure, sembrano avere piรน fiducia e meno pensieri di me, rannicchiato in un angolo come se mi avesse colpito una scure.
Ci scambiamo i convenevoli e arriviamo subito al punto. Mi rimproverano perchรฉ rifiuto i loro inviti, costringendoli a queste sortite estemporanee. Mi chiedono che cazzo ho che non va; quando gli dico niente, mi chiedono perchรฉ, allora, sembra che mi sia appena morto il cane. Mi chiedono del libro. Il libro รจ fermo, dico, lasciando intendere che รจ lโultimo dei miei problemi. Non dovrebbe, ma รจ cosรฌ. I motivi per avere una faccia da funerale li ho eccome, non devo spiegarli. Divago: รจ stata una settimana di merda, un mese mediocre, ho avuto altro a cui pensare. Quando non hai la mente sgombra, non scrivi bene. ร risaputo. Quando non hai la mente sgombra non riesci a fare niente, cosรฌ bene. Dico di essere indietro su tutto, lavoro, pagamenti e aspettative di vita, ma sappiamo tutti dove andrรฒ a parare. La donna, la donna, la donna. Quella donna. Ho divorziato cinque mesi fa ma ogni fine settimana รจ come se avessi appena firmato le carte. Le loro facce implorano: non ancora, Rob, non cadere in tentazione. Cado in tentazione, apro il sacco. Faccio un salto nel passato con gli stivali di cemento, affondo e butto giรน troppi liquidi perchรฉ possa farci alcunchรฉ. Non me ne sono accorto e il nostro tavolo รจ coperto di bicchieri, alti e bassi, il posacenere straripa e la sala รจ gremita di gente. Abbiamo viaggiato nel tempo, siamo circondati dagli ultracorpi di una generazione di cui una volta abbiamo fatto tutti malauguratamente parte.
Certe cose accadono senza che tu riesca ad accorgertene.
Gli dico che sono stanco di aspettare che qualcosa di buono mi accada e ancora piรน stanco di rimpiangere quello che ho avuto. Perchรฉ siamo vivi? Perchรฉ continuiamo a essere vivi? Le voci si mescolano alla cacofonia multietnica intorno a noi. Per capirsi bisogna urlare. Si ride, si rutta e si urla mentre tento di raccontare il nuovo episodio della mia miseria a cui nessuno โ me compreso โ frega un cazzo. Le loro facce parlano chiaro: preferirebbero andare a parlare con le ragazze che ci hanno sorriso. Smetto. Non voglio cosรฌ male ai miei amici.
Dico che se deve funzionare occorre temporeggiare, fingere disinteresse. Commettono lโerrore di darmi retta e io attacco con uno dei miei sermoni fuori dal tempo. Siamo in una bolla, la solita routine allucinata. Nonostante gli sguardi languidi, la serata sembra destinata a un vicolo cieco.
Succede qualcosa, una nube improvvisa: rischiamo una rissa. Per qualche oscura ragione, arrivo a illustrare a Igor le premesse di una guerra medievale nellโEstremo Oriente, e senza dargli troppo peso me ne esco con qualcosa di evidentemente offensivo per definire un Maometto e qualche suo compagno. Ci sente un giovane saudita comparso sulla scena a mia insaputa. Comincia a chiedermi che cazzo ho detto, che cazzo ho detto, mentre brandisce un boccale mezzo vuoto. Il suo compagno continua a chattare; si limita a lanciare qualche sguardo come a voler vedere quando si sarebbe passata la linea. Il tipo sembra fuori di testa, ci crede autoctoni. Vuole avere la meglio in una discussione dal basso coefficiente insulto/pestaggio. Gli do spago, rincaro la dose: con la sua indignazione posticcia รจ riuscito a catalizzare il mio malessere. Ora voglio litigare, voglio spiegargli che il mondo va a puttane a causa di stronzi pretestuosi come lui. Stallo. Poi la grande rivelazione. Per qualche strano motivo, il suo principio di Jihad crolla quando scopre la mia nazionalitร . Ammutolisce e mi guarda come se fossi una delle settantadue vergini. Poi si illumina, prende la sua birra e urla โALLORA SEI UN MAFIOSO!โ. Fa tutto da solo, con la faccia di chi ha appena riconquistato la Terra Santa. Ci offre cocaina e alcool che non riteniamo cortese rifiutare. Lโasse mandolino-scimitarra dura giusto il tempo di qualche brindisi. I due se ne vanno, ma ormai il vento รจ cambiato.
La serata ha preso una nuova rotta. Siamo improvvisamente su di giri, io in particolare. Il nostro alterco รจ stata una di quelle faccende che ti danno lโillusione di esserti fatto valere e ti gonfiano lโego. Zero controindicazioni, una manna per passivo-aggressivi con velleitร superomisitiche. Non so quanto faccia bene questo genere di cose, ma di certo funziona nel breve termine.
Riflettendoci, anche pippare potrebbe aver aiutato.
Ho perso il filo del mio piangermi addosso e mi ritrovo a parlare con una ragazza dellโรresund che mi รจ apparsa davanti come per magia: Isotte. Fuma con una grazia ipnotica, Isotte, e mi chiede di farle un ritratto. La guardo stupito e riconosco il tocco di Andreas, una delle sue trovate da tombeur altruistico. Igor mi lancia uno sguardo complice mentre si trasforma in Jacopo, il mio amico italiano dal forte accento dellโEuropa dellโEst; Andreas, in piedi nellโangolo, รจ giร preso dalla sua nuova promessa sposa americana. Nellโaria suona una canzone che ho sentito mille volte e non ricordo affatto.
Tiro fuori una penna e scarabocchio su un fazzoletto. Isotte parla dei corsi che segue alla Business School di K. e io annuisco estasiato. Mai trovato lโeconomia tanto interessante in vita mia. Passo dal suo volto alla carta stropicciata e sento affiorare una strana forma dโimbarazzo. La serata non รจ finita in un vicolo cieco. Posso farcela, tutto andrร bene. Lei mi legge il pensiero e sfiora il dorso della mia mano con le dita. Rimango immobile.
La guardo negli occhi marroni, cosรฌ poco scandinavi, e non capisco se mi sono innamorato o se รจ solo una bella serata. Non mi importa capire la differenza: sto bene, e lei รจ cosรฌ bella che prego Dio che qualsiasi cosa io stia provando sia vera e duratura. Spero di dimenticarmi di tutto il resto, ma no: sento scricchiolare le ossa dei fantasmi del Natale passato. Finisco il pessimo ritratto e glielo mostro. Mi guarda, sussurra qualcosa allโamica con cui Igor si sta intrattenendo. Sorridono entrambe. Andate via fantasmi, lasciatemi essere stupido questa notte. Lei mi dice che sono bravo, io mi rifiuto di crederle, lei si avvicina e posa le sue labbra affumicate sulle mie. Le credo. Dio mio se le credo.
Pomiciamo come adolescenti. Il locale si รจ spento, non esiste piรน niente allโinfuori della consistenza dello stupendo essere umano che sto assaporando. Continuiamo quanto basta per capire che non sarebbe finita qui, ma la vescica mi riporta inesorabile alla realtร . Apro gli occhi, le dico che devo andare in bagno. Le chiedo di aspettarmi, lei mi ordina di sbrigarmi che รจ tempo di andare a casa sua. Non so quanti anni abbia. So soltanto che รจ lโetร giusta per qualsiasi cosa di cui ho bisogno.
Entro e serro il chiavistello. ร il bagno piรน grande del locale, circa tre metri separano il cesso dal lavandino. Cโรจ un odore di bile, distinto ma lontano. Arriccio il naso e mi avvicino alla tazza. Scritte, adesivi e carta igienica coprono ogni superficie. Sopra la tazza cโรจ una lampadina poco luminosa, velata da un adesivo blu e giallo: vi hader alle. Odiamo tutti. Non oggi, non divaghiamo. Sono ben ancorato nel presente. Ci tengo molto a questo presente. Piscio per quelli che sembrano due minuti buoni e mi giro verso il lavandino.
Il puzzo si fa piรน intenso, pungente. Guardo il rubinetto: il vomito straborda dalla ceramica come una minestra non frullata, pezzi di kebab e lattuga mescolati al marrone chiaro striato dalla bile. Lo stomaco si contrae. Per un attimo ho lโimpulso di aggiungere il mio contributo al piatto, poi mi accorgo degli occhi che mi fissano. Li vedo nello specchio, dove la mia immagine non si riflette.
Il vomito torna giรน, nelle profonditร che non gli competono. Mi giro di scatto e trovo un muro di oscuritร al posto dellโangolo del bagno dove cโerano la lampadina e la tazza. Ma la stanza non รจ buia, un bagliore bluastro mi permette di continuare a vedere, una luce dโinchiostro.
Gli occhi mi fissano, spuntano dal nero privi di palpebre. Mi lancio sulla porta che non si apre. Mi servono un paio di strattoni per ricordarmi della serratura. Sono sorpreso dalle mie mani ferme: vanno dritte al chiavistello e lo fanno scattare. La porta rimane inchiodata sul posto. Peggio: รจ murata. La strattono, la prendo a pugni โ ho dimenticato se si apre verso lโinterno o lโesterno โ ma รจ come se fosse diventata una cosa sola con la parete.
Mi giro il piรน lentamente possibile. Guardo il pavimento. Sprofondo nella fossa, mi stringo nellโangolo, tra un lavandino che straripa di vomito e un muro poco meno rivoltante. Lโoscuritร avanza, vibra, mi fissa con i suoi occhi. Comincio a sudare, inspiro aria rancida, tremo. Provo a parlare e dalla mia bocca esce un lamento stentato. Lโoscuritร smette di farsi avanti, soddisfatta di avermi messo allโangolo. Pulsa, vedo tendersi piccole braccia annerite che conosco bene. Non mi prenderanno se non sarรฒ io a permetterglielo. Ma sanno aspettare. So che mi sta guardando. Cโรจ una parte di me che vuole affrontarla, fissarla negli occhi e farla scomparire, ma ogni volta che mi appare alle spalle non riesco a fare nulla del genere. So bene qual รจ il volto che vedrei uscire dalla superficie oleosa, conosco il muso di lupa che ha smesso di desiderare la mia carne e sento il coraggio mancarmi. Non voglio che se ne vada, fosse anche solo per tormentarmi, per farmi sentire ogni volta piรน inutile e rotto. Voglio che mi desideri ancora, a costo di dovermi ricordare tutto questo.
Non voglio che se ne vada.
Chiudo gli occhi e lascio che tutto ciรฒ che si nasconde lร dietro mi avvolga. Lโoscuritร mi entra nei pori della pelle. Spazza via il presente e mi piega sotto il peso di ciรฒ che una volta รจ stato. Mi rannicchio nellโangolo e scoppio in lacrime mentre il cranio mi pulsa tra le mani. Forse urlo, forse faccio di peggio. O forse non รจ accaduto nulla di tutto questo. Forse mi guardo allo specchio per qualche secondo di troppo e mi rendo conto di non avere il coraggio di dire addio a quello che ho perso. Di essere troppo codardo per prendermi ciรฒ che ho di fronte. Il pensiero mi atterrisce a tal punto da provocarmi una crisi isterica. Dura giusto il tempo di realizzare che sono cosรฌ e che non cambierรฒ mai. Forse รจ solo paura, e tutto il resto sarebbe stato meglio.
Mi accorgo di essermi appoggiato al lavandino solo quando lโodore di vomito torna piรน lancinante di ciรฒ che ho in testa. Sollevo le mani e le trovo rigate di succo, i pollici cosparsi di acqua melmosa. Mi convinco a sboccare in mezzo al bagno. Mi svuoto completamente, in tre intense ondate di rigurgito. Ci metto un poโ a riprendermi, evitando di appoggiarmi alla porcellana contaminata. Finisco col guardare ancora la mia faccia nello specchio. Dellโoscuritร neanche lโombra. La porta del bagno sbatte contro il muro e lโincantesimo si spezza. Alzo gli occhi e trovo lo sguardo cattivo di uno dei piccoli marziani, che mi fissa come se avesse visto un fantasma โ o un coglione. Guarda il vomito con disgusto, guarda di nuovo me, scoppia a ridere e se ne va lasciando la porta sbattere alle sue spalle.
Esco dal bagno con la mia immagine cadaverica impressa nella retina. Ho frammenti di cibo semi-digerito su scarpe e pantaloni. Il sapore del bacio ha lasciato il posto allโimpasto della bile.
La vedo da lontano che mi aspetta. Parla con la sua amica, ride, il suo delizioso naso allโinsรน si arriccia. Scompare dietro una sagoma e mi rendo conto che non mi piace poi cosรฌ tanto.
Mi sento sporco, stanco, triste e brutto. Ho solo voglia di fumare, e mi convinco che anchโio non posso piacerle poi cosรฌ tanto.
Sgattaiolo fuori, facendo lo slalom tra la folla. Il locale รจ sempre piรน pieno. Prima di uscire afferro una pinta mezza bevuta dal bancone; esco di fretta, vergognandomi come uno stronzo che se ne va di nascosto. Vedo arrivare un SUV. Si ferma, scende un numero imprecisato di brutti ceffi mediorientali. Ripenso ai due tizi nel locale, evito di cogliere qualsiasi ovvio collegamento e proseguo nella mia manovra evasiva. Il brusio che mi lascio alle spalle รจ indistinguibile dagli altri rumori del centro di K.
Bevo lentamente nel tragitto verso casa. Nella mia fuga.
Fumo e lascio il bicchiere di vetro sopra il davanzale di una finestra bassa. Solo quando inserisco la chiave di casa nel portone mi accorgo del silenzio profumato della notte nel mio quartiere. Entro e vengo colto da un senso di disagio. Di nuovo la sensazione di essere scrutato, di non essere mai solo con me stesso. Una luce. Cโรจ qualcosa, qualcuno in camera da letto. Avanzo a passi cauti e trovo lo schermo del computer acceso, implacabile nel suo ottuso candore. Mi ci siedo davanti senza togliermi niente, mi sgonfio come una cornamusa. Mi sento di nuovo al sicuro. La familiaritร che ho con la solitudine mi atterrisce. Sono tornato al punto di partenza e non so dove andare, mi illudo di poter scrivere qualcosa, ma lo schermo perverte le mie parole, le rende inutilizzabili. La barra fina, isolata e stupida appare e scompare. Imita le mie idee.
Allungo la mano verso il pacchetto che avevo dimenticato a casa.
ร vuoto.

Andrea Sanna. Laureato in storia medioevale per passione, traduttore per sbaglio, commesso viaggiatore per fame. “Muso di lupa” รจ il suo racconto d’esordio.
Arcane Throne (M. Sabbatani). Illustratore interessato al folklore, al surrealismo e alla letteratura weird e fantasy. Collabora come illustratore fisso per Nigredo Press, copertinista per Black Letter Press e grafico per varie band. Disegnatore autodidatta, fortemente influenzato dalla musica metal e da temi folk horror e distopici.
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