Miracolo
Cammini indolente nel poco verde,
tra le rotonde, i bivi,
la filigrana
dei marciapiedi, e qualcuno ti urta
preso dalla fretta.
Poi chiede scusa.
Ti vengono incontro, ti chiamano
volti che sโaffannano,
irrompono in una rissa, in un miscuglio
di occhiate,
ti ributtano dentro a un laido fondale,
a ondate.
Li senti parlare, frase dopo frase,
trafficare con la borsa della spesa,
prendere un caffรจ e mezzi sorrisi,
o guardare assorti le vetrine di negozi.
Li senti ruggire, minacciare,
piangere o disperarsi.
Sfilano in una cenciosa parata,
in un racconto che non sai dire.
Eppure scorgi una chiarezza,
una serietร nel cielo che di colpo
sโillumina.
Si ritrova appieno la misura,
un po’ di bene, come quando
si esce dal tratto buio di una galleria.
Tutto รจ cosรฌ pieno di luce
che quasi grava nellโanima, fermenta,
quasi acceca. La vorresti addosso
come una presenza, una maestร .
Ed รจ questo il miracolo
della vita che ritorna, che pulsa
come in un giorno di festa
le luminarie.
Costellazioni
Certi giorni non basta
essere compiacenti esser giusti
per uscire di prigione.
Si รจ nudi e rigidi, si nasconde
il corpo pesante dietro il velo
dโuna tenda.
Da qui, vi tengo stretti
in una morsa, entro la latitudine
di uno sguardo. Vi distinguo
oltre le scintille, oltre i rombi
nel pulviscolo scoppiante
che sโalza e crolla
prima di aprire la finestra:
i tram, le antenne, le cupole
che affondano nel rosa,
le geometrie dei viali, i piccioni
sulle grondaie, i cassonetti sbranati,
gli spari, il grappolo dโuva
delle costellazioni.

Girasoli
Anche quando รจ grigio
e il domani si nasconde
sotto una barriera di nubi,
il cielo si fonde di ritorno
in palpiti e sospiri tra i carrubi.
Poche storte luci rilucono
sul muro teso di un capannone
cosparso di edera.
Alzo la testa per vedere meglio.
Non voglio perdere la scena.
Cantano stretti come scalpellini
nella bava di giardini
acuminati sciami di girasoli.
Nuvole
Quelle nuvole in alto
cariche di pioggia e di stupore,
qualche volta minacciose,
qualche volta no,
cosรฌ intangibili cosรฌ feconde,
sempre tutte uguali e sempre
differenti ti rapiscono
guidandoti verso altre sponde,
simulano una battaglia, una vampa
quando dopo un tuono
si stracciano come carta da parati.
Sono appena una scalfittura
nellโazzurro consumato
da solitudini presepi e gemme
da irraggiungibili astri,
una ferita lenta a consumarsi
che le tue mani caparbie
tendono a ricucire in un rammendo,
dai graffi e dal vomito
dal baratro d’un temporale.

Conoscere
Bisogna conoscere quanto dista
lโalba da un tramonto, come seguire
la pista di un pensiero, una traccia,
come si dirama fitto lโorizzonte
dietro il confine dei ponti,
le architetture, gli spigoli dei marmi,
come sbalza un segnale stradale
ai bordi di un incrocio, la coda
per entrare allโufficio postale,
lโesatta lunghezza di un tavolo
in un ristorante, le sedie di vimini
o di legno, i cestini dei rifiuti, le panchine,
le macchine che scavalcano i dossi.
Bisogna conoscere come si esplicita
in ogni suo aspetto e si spande
quel senso di disagio di terrore
come ti sgomenta la barbarie
di acciaio di cemento e di lamiere
quando passi inosservato svogliato
tra la folla e non รจ piรน da cerimonia
quella labile gioia che senza ragione
a volte ritorna e tโallaccia
a volte sparisce scuotendoti le braccia.
Urban Blues
Siamo le nere schiene dei passanti,
il latrato sordo della folla,
il brusio feroce di caffรจ e ristoranti,
le passeggiate tra i parchi,
le biciclette, siamo i gatti
che librano sui tetti,
i cassonetti dellโimmondizia,
i muri stretti e alti tra le case,
la giostra dei giardini. Siamo le ombre
gigantesche degli ippocastani
in fiore, le aiuole nella calma
del pomeriggio, i gesti e i presagi,
il tempo che tardo ci svia
sospeso nellโansia dei giorni, delle ore,
siamo la tromba dei ponti, il rumore
dei forni, la targa di una macchina
ferma a un parcheggio, il busto
di marmo di una statua.
Siamo il dolore che viene e va,
la veritร dโuno sguardo che palpita
e trema come in una danza,
lโalone di luce che se ne sta
in un angolo e rende il cuore
vuoto, senza proprietร .
Stormi
Ci sarร pur qualcosa da trovare,
ne sono certo, mi dico, oltre
il riverbero di campagna che mi sfiora
e sโappunta al vespro inquieto e vile.
Non basta il calco intenso dโuna matita
per descrivere una natura, lo stormo
di gabbiani entro il polline dโaprile.

Andrea Agosta รจ nato a Roma nel 1989, e attualmente vive in Sicilia. Dopo aver frequentato lโuniversitร , matura un forte interesse legato alla musica alternativa (pubblicando una serie di Ep e diversi singoli) e alla letteratura. Ha collaborato con il collettivo di poesia di strada milanese Tempi Diversi. Nel 2019 pubblica il volume di venti liriche RUMORE. Nel 2020 alcune sue poesie appaiono nellโEnciclopedia di Poesia Italiana vol. 11 edita dalla Fondazione Mario Luzi.
Vuoi sostenere L’Appeso?

Rispondi