Breve storia degli incontri che resero famoso il pittore Toni Ligabue
di Monica Andrisani
Le mani nodose afferravano la terra a grumi e i polpastrelli vi nuotavano dentro a rana, impastandola. Lโuomo, dalla figura esile e dinoccolata, le bagnava nellโacqua del Po, poi lavorava lโargilla fino a creare un piccolo bestiario di tigri, pantere, cani, cinghiali e civette. Il sole, un forno naturale, le cuoceva malamente e le rendeva fragili, piene di crepe, destinate a disfarsi. Ma quegli animali chiedevano a gran voce di prendere vita altrove, di bagnarsi di luci, ombre e colori, non solo dโacqua e fango. Mai arte primitiva fu tanto attuale nei suoi colori spremuti da erbe, frutti, fiori e terra.
Fu lรฌ che successe.
Su quelle rive inaspettate, un incontro deviรฒ quel fiume in piena, spostandolo su un largo letto in cui esplode e poi sโacquieta.
Lo vide chino nel fango, una bestia avvezza al proprio habitat, guidata da un istinto insieme animalesco e umano. Lรฌ, visioni e tormenti prendevano la forma selvaggia di sculture e dipinti: unโurgenza creativa operava senza tregua, ignara dei canoni di Policleto o dโuna bellezza ideale. Eppure, quelle giunture sofferenti, che avevano conosciuto il ramingo percorso dellโabbandono e del rifiuto, il dolore secco del rachitismo, deflagravano in forme plastiche e tridimensionali.
Ne rimase colpito. Provรฒ ad avvicinarlo.

Antonio Ligabue, Leopardo con vedova nera, 1955
Un cane bastonato e abbandonato non si lascia accostare: ringhia, prima di mordere. Ma nel gesto gentile fiuta lโintenzione e lascia scivolare quel panneggio di diffidenza.
Nello zoo in miniatura riconobbe unโarte ingenua, ma raffinata.
ยซHo occhio io, me ne intendo. Mi occupo di arteยป.
Provava a spiegare a quel groviglio di ossa e cenci, nascosto fra gli alberi del bosco che, unico, lo aveva ospitato e protetto.
ยซPosso accoglierti anche ioยป continuรฒ. ยซPosso offrirti un riparoยป.
Ma lโaltro udiva solo un ruggito feroce; vedeva una fiera pronta allโattacco. Gialla, a macchie nere, con denti affilati e artigli pronti ad affondare la carne.
ยซMa quale carne! ร una pellicola appiccicata alle ossa, la tua! E questa tigre che vedi puรฒ prendere vita e colori: su una telaยป.
Ogni parola apriva un varco. Passo dopo passo lo condussero al capanno: una nuova, temporanea, tana dโartista.
Tornรฒ il giorno successivo con una scatola piena di colori. La bocca dellโuomo si aprรฌ, affamata.
ยซAspettaยป gli disse, ยซti mostro come impastarli, come stenderli sulla telaยป.
Gli occhi inquieti di quellโartista, ancora inconsapevole, registrarono la trama del tessuto teso sul telaio, il movimento veloce dei pennelli, il sensuale avvinghiarsi dei colori che ne creavano di nuovi, come figli pronti a correre via e diventare altro.
Ci aveva visto bene, lโesperto.
Quelle mani diventarono luci psichedeliche che schizzavano colori a fiotti e a scatti. Gli impasti di olio, fino ad allora rinchiusi nella tranquillitร dei loro tubetti, uscirono con versi disumani spandendosi sulla tela alla ricerca della loro natura.
Fu cosรฌ che finalmente emerse: quel mostro contorto e inespresso, aggrovigliato nelle budella, nel cuore e nel cervello. Si palesรฒ in un movimento capace di unire lโistintivitร rupestre alla compostezza accademica di una galleria dโarte.
E quellโincontro era stato la sorgente di un fiume che, spennellato sul suo letto argilloso, si preparava a ricevere altri affluenti.
Se lโaddomesticamento non รจ dominio, ma costruzione di legami, questo avvenne giorno dopo giorno. Solo cosรฌ si allentรฒ il bisogno primordiale di un contatto esclusivo con la natura.
Fu un nuovo incontro a ingentilirgli la vita e la figura.
Una donna divenne suo telamone โ sostenendone la vita e la pittura, riempiendo le gallerie di quei quadri che arrivavano come lampi di colore negli occhi degli osservatori โ curatrice di mostre e del suo animo disorientato, nel borgo in cui presto fu noto a tutti.
Attraverso il linguaggio dellโarte, il bosco si trasformรฒ in paese. A Gualtieri, il capanno divenne casa.
ยซQuesta รจ la tua camera. Questi i tuoi vestitiยป.

Antonio Ligabue, Autoritratto con sciarpa rossa, 1958
Un mondo ostile ora si apriva, osservava e si stupiva.
ร arte questa?
Questa ingenuitร , questa ribellione da Salon des Rรฉfusรฉs?
Rifiutato lo era stato, tutta la vita.
Dalle famiglie: piรน dโuna lo aveva accolto e poi abbandonato.
Dalle scuole: speciali (lui lo era troppo anche per loro), e religiose (non abbastanza da comprendere e perdonare).
Dalla Svizzera natรฌa (matrigna e non madre).
El Matt, lo chiamavano, per il suo continuo entrare e uscire dai reparti dove si nascondevano al mondo โ e alla gente perbene โ le sofferenze di quei circuiti elettrici che chiamiamo mente.
E se lโarte รจ una lingua, lโunica che quellโuomo parlasse, non sorprende che sia stato uno scultore a cavarlo fuori da quei luoghi, portandolo con sรฉ a Guastalla.
Un terzo incontro che lo fece riemergere.
Non si esprimevano a parole: a colpi di scalpello e di pennello puรฒ nascere un dialogo o una musica, persino unโorchestra. Un paesaggio sonoro โ clamp clamp shhh shhh โ che lenisce e ispira.
I suoi animali feroci riempivano le insegne dei circhi. La sua pittura la barattava con un pasto caldo o per tirare su due lire per una tigra moderna: la motocicletta, con la quale poteva divorare la pianura Padana.

Antonio Ligabue, Autoritratto con moto, 1952
Poi gli incontri si moltiplicarono: giornalisti, fotoreporter, registi, tutti desiderosi di osservare le animalesche pennellate che, con movimento quasi vangoghiano, stendevano la mistura oleosa diventata ora artigli, ora baffi, ora fronde, creste, guglie.
E come due tubetti di colore si fondono su una tavolozza, cosรฌ El Matt incontrรฒ infine un gallerista.
La sua prima mostra antologica.
Un successo infame, come solo lโarte conosce: quello che arriva poco prima della morte. Un successo con il quale non ci si puรฒ avvolgere come in una coperta calda. Un successo che illude, lacera, avvelena. Una vedova nera che aggredisce e si sfama di un corpo ormai paralizzato a metร , lasciandone solo ossa abbandonate, una tavolozza di colori secchi, un pennello spelacchiato, una tela divelta dal proprio telaio.
E forse, da qualche parte nel Po, la tigre Toni continua ancora a ruggire, confondendo il suo colore con quelli del fiume e del bosco.

Olio su tela, cm 87 x 82, 1957
Collezione Franco Maria Ricci, Labirinto della Masone, Fontanellato (Parma).
Foto di Mauro Davoli
Monica Andrisani vive e lavora a Treviso, dove insegna italiano e storia. ร laureata in Storia dellโarte allโUniversitร Caโ Foscari di Venezia. La sua fiaba Cappuccentola si รจ classificata seconda alla XXV edizione del Concorso Fiaba di Selvino (2025). I suoi racconti Nove scatole e Gli sfrattati (concorso “Voci dai Margini. Caratteri di donna”, Pavia, 2026) sono stati pubblicati sulla rivista ยซWeltlitยป.
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