Rivelazione di Abele

di Federico Ghillino

Convertitomi al cristianesimo ortodosso, autoproclamatomi sacerdote del mio corpo, ripetendo a intervalli regolari il segno della croce e inchinandomi โ€“ sfiorato col dorso delle dita il pavimento, in ossequio โ€“ decisi di partire. Annoverati tra i miei pensieri gli ori delle icone, dovetti recarmi da chi, ben piรน di me, frequentava le altezze della fede. Partii in preghiera per un infinito cammino che mi costrinse a discendere i Balcani fino al cuore arso della Grecia, in Tessaglia, dove risalii madido alle Meteore.

Nel katholicon di Rousanou incontrai la monaca kosovara Rinasa, dalla pelle candida, i denti gialli e gli occhi glauchi. Dal vasto abito nero era impossibile intuire la forma del suo corpo: solo il viso restituiva la sua umanitร . La sua pelle sembrava pervasa da un gonfiore albino che la faceva turgida e soda, donandole un sembiante malato. Il nostro colloquio non ebbe voce: ci unimmo in preghiera, percorrendo i grani del komboskini che avevo portato con me, intrecciato alla cintura del marsupio in polietilene, dove conservavo i miei pochi effetti personali. Al termine del nostro silente compitare, Rinasa mi fece dono del misterion. Con umiltร  provai a chiedere, ma non volle dirmi nulla riguardo alla sua natura, alla sua storia e a come io potessi usarlo. Percorrendolo coi sensi, notai che sul suo perno ruotavano costellazioni come fossero dita, in cui percepii coinvolta anche la mia vita stessa. Stretto nel palmo quanto nella mente, capii che eravamo giunti allโ€™amen. Rinasa impartรฌ di estendermi in altezza quanto in profonditร , poi ci congedammo. Uscendo dalle oscuritร  austere del monastero, colme di preghiera, mi ritrovai accecato dalla luce. Sulla minuscola scala che si inoltrava tra gli alberi, fui afflitto dal meriggio senza ombre di quelle rocce immense e mostruose.

Seguendo i preziosi insegnamenti di Rinasa, proseguii il mio cammino. Raggiunsi la pianura, dove per molti giorni dormii allโ€™addiaccio. Scrutavo il profilo di Dio nelle stelle e udivo il fiato del Demonio nei mammiferi affamati che ogni notte mi facevano visita, rubando le scarse provviste che avevo sottratto a filari di sconosciuti. Il misterion, insinuato tra le microfibre dei miei abiti tecnici, sembrava cosciente e mi dava speranza. Proteggeva il mio passo processionale durante il giorno, quando al bordo delle strade venivo sfiorato da mezzi veloci e imponenti. Il mio fervore mi spinse fino alle Alpi aguzze. Alternando al respiro la preghiera, ascesi in sapienza fino a raggiungere le vette imbiancate di neve. Lรฌ incontrai gli ispidi montanari, che si spostavano veloci su moto da cross, e il loro parroco cattolico, che mi ospitรฒ e condivise con me la sua mensa e la sua fede. Pregammo insieme; le mie pratiche ortodosse, che a lui sembravano stranezze, lo divertirono e arricchirono: ne fummo alfine entrambi ristorati.

La mattina successiva proseguii fino alle gelide vette dove incontrai chi, senza coscienza, stavo cercando. Il gipeto barbuto mi attendeva in cima alla salita, gonfio di penne e dallโ€™aspetto mansueto. Il becco aguzzo simile a unโ€™arma mi impressionรฒ, ugualmente il corpo, che, pur ricoperto dal suo altero piumaggio, appariva solido e robusto, piรน adatto a combattere che a volare. Il suo occhio cerchiato di rosso mi trapassava come quello dei demoni che conoscono il Verbo, astuti e pericolosi, o degli angeli a giudizio dei vivi, dal portamento algido e il sembiante simile a unโ€™antica statua veneranda. Immenso, il gipeto mi osservava โ€“ granitica bestia ancestrale al cui cospetto ero nulla. Balzรฒ nel precipizio, per poi innalzarsi in un lento e inarrestabile volo immobile, tracciando cerchi lungo le correnti ascensionali. Esausto per la salita, prostrato per la preghiera, mangiai una barretta alla fragola i cui zuccheri mi ridiedero immediata energia, e lo seguii. Strisciai nella vena della roccia fino al suo nido, dove, ad attendermi, lo trovai circondato di primizie e tesori trafugati alla montagna: carcasse di grossi animali da spolpare e rocce saline dagli screzi brillanti. A dispetto delle mie intenzioni, fui un ospite malvoluto. Il gipeto, ponendosi davanti alla sua nidiata di pulli spiumati, stridendo il suo urlo furioso, mi aggredรฌ con violenza. Il becco adunco puntรฒ la pelle tesa sul mio cranio e la forรฒ fino a lederne le ossa. Terrorizzato e sanguinante, urlai. Il misterion, facendosi come vivo, condusse il mio braccio e allโ€™offesa rispose con unโ€™arcana violenza.

Fuggii in stato di allucinata incoscienza, senza sapere cosa fosse successo. Ero imbrattato di sangue che mi colava dalla fronte, mi scivolava tra gli occhi e andava a raccogliersi tra le mie palme, concave al grembo. In quelle mani, che non riconoscevo come mie, stringevo lโ€™occhio del gipeto irrorato di sangue, ancora giudice dei miei gesti ma divelto, coi nervi carnosi che pendevano viscidi tra le dita. Prima vomitai, chino su una roccia che sembrava una tomba, poi, poco distante dai miei aspri succhi, pregai. Dio mi rispose con una pioggia leggera in cui lavai il sangue mio e del gipeto. Baciai la roccia umida. Riposi lโ€™occhio augusto in una conchiglia di vetroresina, vendutami tempo addietro da un mercante bengalese seduto sul gradino di un vicolo, e scesi di nuovo a valle.

Dio mi chiedeva solo fede ma non riuscivo a smettere di tormentarmi di domande. Dopo una vita guidata dal metodo scientifico, lโ€™esercizio della logica mi era diventato, piรน che gradito, obbligato. Mentre la pianura si apriva in tutta la sua bellezza, e nel cielo la rotazione di sole, nubi e pioggia mi parlavano chiaro della potenza sconfinata di nostro Signore, mi ritrovavo a chiedermi, passo dopo passo, cosa stessi facendo e a che scopo. Fu doloroso doversi mostrare di fronte a Lui โ€“ nella semplicitร  di un Padre Nostro sussurrato tra il rumore dei passi โ€“ come un tirocinante della ragione, arrogante razionalista, ma non seppi fare altrimenti. Digiunai finchรฉ la fame non mi costrinse a fermarmi. Mi rimise in piedi una coppia di addetti alla fibra ottica, che passava col furgone aziendale a controllare gli snodi dei cablaggi. Uno dei due mi chiese cosa stessi facendo e rimasero entrambi poco affascinati e molto spaventati dal mio incedere contraddittorio. Mi salutarono volentieri, dopo avermi accompagnato al monastero di Voroneศ›, perduto nelle campagne Romene.

Vi arrivai scosso. Riuscii a placarmi nel giro di qualche giorno, contemplando lungamente il Giudizio Universale sulla facciata dellโ€™edificio e dormendo al suo cospetto, nel sacco a pelo, come un senzatetto in fibrillante meditazione. Una vecchia bielorussa con le dita deturpate dallโ€™artrite e gli occhi cisposi, incontrandomi per lโ€™ennesima volta mentre sgranavo il mio komboskini, ipnotizzato dalla preghiera di Gesรน, in contemplazione della vita oltremondana, volle invitarmi a colloquio. Ci sedemmo su una panchina. Con le mani conserte al petto mi disse di chiamarsi Hoteka, continuรฒ cosรฌ: ยซMi avvedo che ti fai carico del misterion. So cosa cerchi, giovane uomo mediterraneo dalla nuca arsa e il cuore anfibio. La ferita che porti sul capo ti sfigura ed รจ il tuo cilicio, ti adorna e in sรฉ stessa riluce: la tua carne purulenta, aperta al mondo, parla direttamente con Dio. Lava il tuo volto nelle acque del fiume e monda i rivoli gialli di tremula suppurazione che rigano la tua fronte. Le cicogne nidificano lungo la via, ti hanno visto e mi hanno parlato: sanno del tuo cimento. Devi recarti a ovest, vicino al mare, nelle grotte buie e labirintiche troverai ciรฒ che cerchiยป.

Punto dai tafani, minacciato dai lupi, il mio cammino mi condusse in Slovenia, dove strisciai tra le sterpaglie incolte e trovai lโ€™ingresso scuro delle grotte carsiche. Nel buio assoluto fui accompagnato dalle ombre che si facevano vere sulla superficie dei miei occhi. Lโ€™ingannevole oscuritร  non mi fu amica: inciampai e mi ferii. Caddi da unโ€™altezza che non saprei quantificare e finii con le ginocchia in una pozza dโ€™acqua, di cui distinguevo, pur vagamente, i confini. In quella grotta nera โ€“ le ginocchia dolenti, lacerate dalla pietra ruvida e friabile โ€“ riconobbi il biancore seminale del proteo. Beata creatura condannata al candore, biscia a quattro zampe, minuto drago dal capo adorno. La sua lucentezza aveva qualcosa di divino e, al suo cospetto, pregai, prostrandomi nellโ€™acqua gelida. Infastidito dalla mia presenza, unito al movimento della coda quello delle sue piccole zampe, con passo simile a un veggente, il proteo si allontanรฒ. Il lucore lattescente e uniforme che si diffondeva in quella grotta era generato da lui stesso, cieco sapiente dโ€™unโ€™albedo arcana. I suoi occhi erano simili a moribonde escrescenze abortite, seguite sul collo da due formazioni coralline che erompevano dalla trasparenza vertebrale del suo corpo. Le zampe โ€“ due braccia e due gambe umane โ€“ gli attribuivano una mostruositร  venerabile, viscido serpente antropomorfo, per sempre fanciullo.

Allontanatosi da me, il proteo si contrasse e si immobilizzรฒ. La sua fermezza muscolare sembrava eterna, sapiente di un tempo infinito. Lo osservavo stupito, mentre il misterion mi sussurrava qualcosa di oscuro, che non riuscivo a decifrare ma che riguardava lโ€™unicitร  di quella creatura. Avvicinandomi per venerarlo, tanto piรน intensamente quanto minore fosse la nostra distanza, il proteo velocissimo fuggรฌ dentro lโ€™acqua perdendosi tra le rocce. Con lui, persi quasi del tutto la fonte di fioca luce che fino a lรฌ mi aveva accompagnato. Laddove si era fermato, statuario, giacevano ora due molli gocce espulse dal suo corpo, ugualmente luminescenti: i suoi escrementi divini. Per quanto mi fu possibile, colsi quei resti farinosi a mani nude. Notai che il tocco ne indeboliva lโ€™intensitร , cosรฌ le posi a fianco dellโ€™occhio aureolato del gipeto, nella conchiglia in vetroresina, temendo di restare solo e al buio, senza via di fuga in quella grotta nera. Con quel vaghissimo chiarore risalii la parete di roccia, piรน bassa di quanto il dolore infertomi mi aveva fatto immaginare.

Passarono i giorni. Il misterion, da quando si era animato allโ€™interno della grotta, non faceva che vessarmi di silenti preoccupazioni e motti indecifrabili sullo scibile e il creato. Le sue parole martellanti e ultraterrene mi trascinarono in uno stato simile alla follia. Si sovrapponevano in un suono claustrofobico in cui credevo di incontrare la trinitร  stessa. Sentivo spesso rumori di vesti e stoffe al mio seguito, risate femminili miste a preghiere in greco bizantino. Credetti a lungo di essere seguito da una Vergine Maria ornata dโ€™ori e azzurri ultraterreni, reticente a mostrarsi e ad allentare il tormento della sua vicinanza. Pregai a lungo โ€“ fu lโ€™unico gesto a cui seppi appellarmi โ€“ nel tentativo di allontanare quelle presenze troppo imponenti per il misero fedele che ero. Ciรฒ che potevo comprendere era molto meno di ciรฒ che il misterion mi obbligava a sondare. Esercitavo una preghiera ostinata, ricorsiva e stordente, tale da allontanarmi con piรน violenza dal consorzio umano. Per strade deserte o affollate, cittadine o tracciate a malapena nella natura selvaggia, la mia preghiera era regolare e cantilenata, scandita con precisione dai grani del mio komboskini. Rivolgendomi direttamente a Gesรน Cristo figlio del Dio vivente, chiedevo pietร  per il mio corpo e per il mio cammino spirituale, che mai come allora mi aveva condotto ai limiti dellโ€™equilibrio. Lungo i trecento grani della mia corda pregai tanto da ripeterne infinite volte il giro. Mentre camminavo, mi chiedevo se avessi percorso piรน spazio sul terreno o lungo la corda da preghiera, sovrapponendo al mio cammino terrestre un altro, intangibile ma piรน intenso e periglioso. La fatica del corpo non era nulla di fronte allo sforzo della mente, che nella veglia come nel sonno restava attanagliata da voci ultraterrene di cui non avrei dovuto nรฉ voluto sapere. Il misterion, di cui desiderai sbarazzarmi, era gelido e incandescente, impossibile da toccare se non per trattenerlo nel mio palmo. Le dita della mano sinistra, per il costante attrito coi grani della corda, avevano assunto una forma propria: un incavo lungo il quale le sfere scorrevano. Io, che un tempo ero un giovane mediterraneo dallโ€™aria balneare e il passo baldanzoso, avevo ormai lโ€™aspetto di un viandante pazzo, apolide accasatosi negli interstizi di unโ€™infinita giaculatoria.

Un giorno, giunto nel mio inquieto errare fino ai porti della Groenlandia โ€“ passando davanti a una banchina dove era attraccato un peschereccio danese โ€“ la mia corda da preghiera si strappรฒ. Una ad una le sfere scivolarono a terra, mi inginocchiai per raccoglierle. Le mie ferite, non ancora rimarginate, ripresero a sanguinare. Respirai profondamente per contrastarne il bruciore. In quellโ€™istante mi accorsi che il misterion si era improvvisamente placato e fui pervaso da un silenzio infinito; abbandonato dalla sua voce sacra, piansi a lungo. Fu un pianto di fatica e contrizione, non liberatorio ma addolorato, che mi faceva tremare le spalle e sforzare lo sterno.

Quando riuscii ad aprire di nuovo gli occhi, notai che dal peschereccio era scesa una giovane ragazza. Era ferma, poco lontana, e mi fissava con uno sguardo insondabile. Aveva gli occhi gelidi, le labbra sottili, la pelle grigia e i capelli biondi, quasi bianchi. Indossava una maglietta termica aderente che le spuntava da una tuta stagna, di cui aveva sfilato la parte superiore, sostenuta alla vita dal cinturone di spessa fettuccia sintetica. Il suo sguardo insisteva su di me, mi sentii a disagio ma una strana attrazione mi spinse verso di lei. Alla cintura era legato il cordino di un badge consumato dallโ€™uso, che riportava il suo nome. Avvicinatomi, riuscii a leggerlo: si chiamava Ljรฒsha. Notai che serbava tra le mani la croce della mia corda spezzata. Quando me la porse, da vicino, sentii il suo odore. Era un aspro odore di pesce e budella, malcelato dalla fallimentare essenza agrumata di un profumo economico. Quellโ€™odore agrodolce mi invase in tutta la sua viscositร  quando, prendendo la croce, le nostre mani si sfiorarono e sentii le sue, fredde e bagnate di un sudore fetido. Ne fui profondamente respinto.

Ljรฒsha mi invitรฒ a salire sul peschereccio deserto. Il misterion per lโ€™ennesima volta seviziรฒ il mio arbitrio e mi spinse a salpare. Uscimmo dal fiordo e affrontammo le onde enormi del mare aperto. Nessuno era sulla nave tranne me e lei, di cui perรฒ avevo perso le tracce. Lโ€™oscillazione mi costringeva a tenermi ma venivo sbalzato dalla potenza del mare, finchรฉ unโ€™onda nera e schiumosa si abbattรฉ sulla nave e mi strappรฒ al mio appiglio. Mi schiantai contro una sporgenza metallica della coperta che mi ferรฌ la schiena, poi, a peso morto, caddi in mare. Mi sentii precipitare nel buio delle acque ghiacciate che presto divennero nere. La conchiglia in vetroresina conservava ancora un velo di luce emessa dagli escrementi sacri del proteo: bastava appena a distinguere il mio corpo e il buio pastoso che si estendeva in ogni direzione. In quel chiarore riconobbi il movimento di qualcosa che si avvicinava.

Una creatura enorme, a fauci spalancate, calรฒ su di me. La bocca rancida mi circondรฒ il capo, facendomi sprofondare lungo la sua gola. In una frazione di secondo riconobbi due file di denti enormi prima di essere rinchiuso nel buio della sua cavitร  orale. Il misterion condusse nuovamente il mio braccio, liberandosi dai miei abiti e guidandomi in una nuova violenza. Mentre la creatura mi scuoteva con furia, serrando i suoi denti sui miei femori e mozzandomi le gambe, dallโ€™interno della sua bocca viscida iniziai a scavare. Non vidi nulla, stretto tra le sue mucose, sentii solo dei getti di liquido colpirmi il volto, probabilmente fiotti del suo sangue. Il misterion si fece ad un tempo affilato e seghettato, per lacerare ogni impedimento. Mi trovai a incidere il palato enorme di quel pesce, in parte molle e in parte rigido, per poi andare oltre con le ultime forze e strappargli, dallโ€™interno, lโ€™occhio. Fui espulso in un risucchio dal suo cavo oculare ormai vuoto. Ero dimezzato: scontrai le mie gambe che fluttuavano in quelle profonditร , ormai separate dal corpo. Fu allora che riconobbi lโ€™occhio grigio dello squalo artico. Era un occhio luminoso ma vacuo, incapace di vedere, fatto di abisso marino ed eterno vagare, ammorbato da un parassita lungo e osceno, simile a un intestino che vi penzolava, rendendolo cieco e ammansendo la sua naturale furia di predatore.

Presi la conchiglia in vetroresina e unii lโ€™occhio del gipeto, lโ€™escremento del proteo e lโ€™occhio dello squalo artico. Stringendo forte la croce che mi aveva restituito Ljรฒsha, chiesi perdono a Gesรน Cristo e fissai quei due occhi misterici. Il trittico che avevo composto a mia stessa insaputa mi diede un conforto che non provavo da tempo. Solo allora Dio sโ€™avvide di me, ma il dissanguamento non mi permise di sostenerne lโ€™assoluta verticalitร . Il misterion perse la propria tensione vitale e, come fosse improvvisamente colmo dโ€™aria, risalรฌ velocissimo verso la superficie. Ascendendo, si diede il cambio con la morte, dallโ€™innocenza bambina, che โ€“ zufolando canzoni proprie, con voci di spiriti e unโ€™intera orchestra di ossa โ€“ mi raggiunse, mi prese per mano e mi accompagnรฒ verso lโ€™abisso.


ยฉ Plastiboo, Secret Marionette, da Vermis III (2025)

Federico Ghillino รจ nato nel 1992 a Genova. Ha studiato Lettere Moderne presso Unige e Cinema alla Scuola Holden. รˆ parte di Palazzo Bronzo, artist-run space e collettivo che promuove arte e cultura contemporanea nel centro storico di Genova. Con il progetto intermedialeย Parabola di Fera Infรจri unisce parola scritta e immagine in movimento: nel 2022 esce la serie video per Howphelia, nel 2025 esce il romanzo in versi per le Edizioni Prufrock spa. Affianca alla produzione poetica quella in prosa: Rivelazione di Abele รจ parte di una serie di racconti attualmente in lavorazione che esplorano violenza politica e religiosa.
ึ Portfolio online


Plastiboo รจ un artista digitale e multimediale indipendente. Grazie alla serie Vermis pubblicata da Hollow Press, il suo lavoro ha ottenuto grande attenzione negli ambienti horror, dark fantasy e retro gaming. La sua arte, ispirata ai videogiochi dungeon crawler old-school, รจ caratterizzata da un’estetica rรฉtro videoludica che fonde illustrazione, worldbuilding e pseudo-game design, attraverso cui costruisce un universo personale composto da elementi stratificati, mitologie e atmosfere inquietanti.



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