Un albero spoglio

Elisabetta guardava sempre in alto. Camminava e osservava i tetti delle case, le finestre degli ultimi piani, i piccioni che si posavano sulle grondaie, si guardavano attorno e poi volavano via. A volte capitava che vedesse una foglia staccarsi dal suo ramo e invece di seguire la foglia restava a fissare l’albero, quasi per rassicurarlo del fatto che sarebbe rimasto spoglio ma mai solo. Altre volte, camminando nel parco, si sentiva come quelle piante che sembrano non sapere se fiorire o appassire. Passeggiava con Luca e pensava che le sarebbe piaciuto avere la sua innocenza, portarsi in giro pensieri ingombranti senza darlo a vedere, come lui portava sulle spalle lo zaino di scuola, stracolmo di libri, senza fatica. Tenendolo per mano, i folti capelli ricci di suo figlio – che degli alberi ricordavano le chiome – le sfioravano il braccio nudo liberato dalla manica tirata su, ammucchiata su sé stessa sotto il sole pomeridiano.

Quando salivi sul treno, Elisabetta rimaneva sulla banchina della stazione a salutarti. Restava ferma al binario finché l’ultima carrozza non diventava un puntino minuscolo lungo le rotaie. Diceva che da piccoli l’amore è sentirsi allo stesso modo nel mondo e che da adulti, invece, è chiedersi ogni giorno come ci si sente. Scriveva, Elisabetta, le piaceva usare la penna, impugnarla come la testa impugnava i pensieri, e metterli su carta. Di rado sedeva al computer, e anche lo smartphone quasi dimenticava di averlo. Lo schermo era rotto e si ostinava a non aggiustarlo: diceva che anche noi siamo pieni di crepe, eppure questo non ci impedisce di restare in piedi.

Non aveva ancora fatto i conti con la profondità e la lunghezza delle crepe. Solo finché non ci attraversano da parte a parte restiamo in piedi. Se si insinuano, se ci spaccano a metà, se aprono il loro varco come un fulmine in mezzo alle nuvole nere, allora c’è lo scollamento. C’è la frattura netta di ciò che un tempo era saldo e ora non lo è più.          
Le crepe spezzarono la mente di Elisabetta da parte a parte il 4 maggio 2018. Luca aveva 9 anni. Era appena tornato a casa accompagnato dal nonno – era stata una bella giornata, le maestre avevano portato la sua classe a giocare a calcio in giardino anziché in palestra. Lei li aspettava in cucina, divisa in due da una corda stretta all’altezza del collo: la testa inclinata su un lato, il resto del corpo verticale, pesante, morto. Luca rimase a fissarla, come lei faceva con gli alberi che perdevano le foglie. Sua madre, spoglia, cominciava a guardarlo dall’alto.


© Chiara Arcadi, 2023.

Claudia Arcari è nata nel 1994 in provincia di Firenze. Ha da sempre osservato le parole, prima attraverso la lente della comunicazione e dei media, lavorando in un ufficio stampa, poi attraverso quella linguistica, frequentando un corso di laurea in materia. Da che ha memoria, quando ha bisogno, scrive.


Chiara Arcadi, pugliese, da sempre l’arte ha un posto importante nella sua vita. Appassionatasi al violino, poi alla fotografia, al braille e alla lingua dei segni, ha un diploma come educatore e assistente alla comunicazione LIS. L’illustrazione è ora il fulcro delle sue giornate. Esplode tardivamente questa necessità di disegnare, di restare in silenzio e nutrirsi di bellezza e colori, lasciando fiorire entusiasmo, spirito positivo e buone vibrazioni.


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