La terza cosa

di Lucia Visonà

Il giorno di Santa Lucia la mamma gli lascia fare colazione con i cioccolatini trovati sul davanzale, senza neanche obbligarlo a metterli dentro una fetta di pane. Li scarta uno dopo l’altro e se li caccia in bocca mandandoli giù quasi interi. Le carte lucide, rosse e argento, si accumulano accanto a lui. Beve in un sorso solo il bicchiere di latte con gli occhi fissi sullo schermo della televisione. Dopo qualche minuto gli viene il dubbio che le cartacce non dovrebbero stare sui cuscini del divano. Di sicuro la mamma non sarà contenta se le vede.
Invece quando lei entra in sala non si accorge di nulla. Gli appoggia una mano sulla testa, ma invece di passargliela tra i capelli, come fa di solito, la tiene ferma, immobile. Sembra che se la sia dimenticata. Poi esce dalla stanza senza dire niente.
Per sicurezza Michele sposta le cartacce sul tavolino pulendosi le dita nei pantaloni del pigiama. Sbadiglia. Non riesce mai a dormire la notte di Santa Lucia. Quasi peggio delle verifiche di matematica o di quando deve andare dal dentista. Si sarà svegliato almeno dieci volte per controllare se c’erano già i regali, a un certo punto se li è perfino sognati. Poi, verso le cinque, gli è sembrato di sentire un rumore di zoccoli.
Con il cuore in gola è sceso dal letto ed è uscito dalla camera a piedi nudi. Quest’anno niente scia di caramelle sparse a zig-zag sul pavimento del corridoio. In sala, sospiro di sollievo: individua nel buio una sagoma scura davanti alla finestra e le sue labbra formano un sorriso. Lo tiene stretto con i denti, ma siccome qualche giorno fa ha perso entrambi gli incisivi tutta l’operazione gli risulta alquanto scomoda, così lo lascia andare. Dalla fessura tra le gengive gli entra nel palato un soffio di aria fredda.
Si avvicina al davanzale alla ricerca dei veri regali, quelli che ha espressamente chiesto nella letterina. Sono solo tre perché non è un bambino avido e si rende perfettamente conto che se tutti chiedono troppe cose il carretto diventa pesante e il povero asinello non ce la fa a tirarlo.
Trova subito la canna da pesca, uguale a quella di suo cugino Filippo. La torcia elettrica è nascosta sotto un mucchio di caramelle mou. Nient’altro. Un po’ deluso se ne torna a letto con le mani piene di dolci.

La mattina del giorno di Santa Lucia ha quasi voglia che la mamma gli urli: “Michele, su che fai tardi a scuola!”
In generale la scuola non gli dispiace, anche se non lo direbbe mai ad alta voce perché è una cosa da secchioni, una cosa da Giulia Maria Ravanelli. Quindi si fa lo stesso un po’ pregare per spegnere la tele e lavarsi i denti. La mamma però è più in ritardo di lui oggi, si è messa il cappotto direttamente sopra la giacca del pigiama ed è uscita senza neanche truccarsi.
Si danno la mano. La mamma non parla, ogni tanto la pelle tra le sopracciglia si increspa dandole un’aria severa. Se qualcuno li incontrasse adesso penserebbe che lo ha appena sgridato, e certo anche lui con lo sguardo basso, intento a seguire le linee nere tra le lastre del marciapiede, non ha proprio un aspetto innocente.
I regali di Santa Lucia traballano nella cartella. Camminando pensa alla faccia che faranno i genitori dei suoi compagni di classe quando vedranno quei doni ben scelti, così utili. Li sente dire: “Quel Michele è proprio un bravo bambino. Come è intelligente!” Poi inizia a immaginarsi i colloqui di fine quadrimestre. Le maestre sono sedute intorno alla cattedra mentre i genitori sfilano in processione. “Suo figlio è poco attento e non molto sveglio, dovrebbe prendere esempio da Michele.” “Sua figlia non fa mai i compiti, non come Michele che invece ha sempre i quaderni ordinatissimi. Ci si potrebbero fare i libri di testo con i quaderni di Michele”…
Per ultima arriva la mamma di Giulia Maria Ravanelli, che è anche una signora gentile, sempre profumata, ma non la passerà comunque liscia.
“Sì, sua figlia non c’è male – devono ammettere realisticamente le maestre immaginarie – però dovrebbe starsene più buonina e non alzare sempre la mano. Comportarsi come Michele, insomma”.
Solleva la testa dalla strada e sorride soddisfatto.
I passi di mamma e bambino si allineano. Prendono una scorciatoia che attraversa il cortile di un condominio. Nella striscia di prato oltre il vialetto c’è un po’ di neve, ma entrambi sono troppo concentrati sui loro pensieri per accorgersene.
Gli alunni della scuola elementare Valerio Catullo aspettano l’apertura dei cancelli in uno spiazzo di cemento. La mamma scambia due parole con le madri dei compagni di classe di Michele: parlano del tempo, si dicono che cambierà e che verrà più freddo. Di tanto in tanto lancia un’occhiata malinconica al figlio. Si ricorda di quando era incinta: se è una femmina spero che sia bella, se è un maschio invece – si ripeteva guardandosi allo specchio – spero che sia intelligente. Lo chiamerò Michele perché è un bel nome, facile da pronunciare.
E intelligente Michele lo è davvero: a tre anni ha capito la differenza tra numeri pari e numeri dispari, a sei ha inventato il metodo per rendere lo scotch biadesivo – piegandolo su se stesso –, a sette ha introdotto l’espressione “la prima gallina che canta ha fatto l’uovo” per indicare chi si lamenta della puzza per camuffare una scoreggia.
Siccome è un bambino molto sveglio ha intuito subito la portata straordinaria delle proprie capacità. La consapevolezza di essere più intelligente della media lo esalta, lo fa sentire orgoglioso, ma è anche responsabile di alcuni suoi comportamenti sgradevoli, soprattutto nei confronti dei coetanei, che in futuro sfoceranno in atteggiamenti snob e gli conferiranno a volte la reputazione di ragazzo antipatico.
Intanto dalla cima di via Mazzini scende a passi svelti la signora Ravanelli. La annuncia una scia di profumo e il rumore dei tacchi sull’asfalto. La mamma si guarda i piedi e prova un certo imbarazzo per i vecchi mocassini sfondati, il primo paio di scarpe che ha trovato stamattina.
Giulia Maria lascia la mano di sua madre ancora a mezz’aria e si allontana di corsa.
Il gruppo dei bambini e quello degli adulti formano due insiemi con sempre meno punti di intersezione. Schiacciati in un angolo del piazzale, Michele e i suoi compagni di classe aprono a turno gli zaini per mostrarsi i regali. La maestra li aspetta due passi oltre il cancello, vestita di azzurro come sempre. Quando finalmente suona la campanella, il primo a raggiungerla è Michele.
«Maestra! Maestra!» grida prendendole la mano per metà coperta dalla manica del cappotto.
«Maestra, sai cosa mi ha portato Santa Lucia?» Le sue esse sono tanti piccoli sibili, la fanno sorridere.
«No. Cosa ti ha portato?»

A scuola non si fa quasi niente il giorno di Santa Lucia, a parte un dettato sulla vita di Lucia da Siracusa e qualche problema di aritmetica per determinare la somma totale di caramelle degli alunni di terza A (centoventicinque). Ma il momento davvero importante della lezione è quando le maestre chiedono a ogni studente cosa ha ricevuto quest’anno e ascoltano estasiate le risposte. Salta il turno solo Giulia Maria Ravanelli perché è di Milano e a lei i regali li porta Babbo Natale il 25.
Dopo la ricreazione la maestra passa tra i banchi per consegnare le verifiche di geografia. Quando tocca a lui, Michele alza la testa e nota le piccole rughe intorno alle sue labbra arancioni.
Il foglio gli scivola davanti con un fruscio. Prima vede l’“Ottimo”, rassicurante e ordinato, al centro del frontespizio. Solo dopo qualche secondo si accorge del “meno”. È un trattino sghembo, lungo meno di un centimetro, con una sbavatura di biro a un’estremità.
La sua sicurezza si frantuma contro quel segno di penna rossa. Cerca l’errore muovendo gli occhi all’impazzata su e giù per il foglio. Terza riga a destra, sotto la domanda sulle Alpi c’è una specie di piccola V. Si è dimenticato le Retiche.
Più che scontento è imbarazzato per l’errore – si sente sempre così quando sbaglia o fa qualcosa di stupido. Cerca di assumere un atteggiamento di studiato disinteresse, apre e chiude l’astuccio un paio di volte, si gira a guardare i compagni di classe. Alcuni sono felici, altri un po’ tristi, ma tutti esprimono emozioni genuine, riflessi sinceri dei loro stati d’animo.
Giulia Maria Ravanelli alza la verifica per far vedere i tre punti esclamativi che seguono il suo voto.
Michele si accorge di odiarla. Più probabilmente la invidia soltanto ma sono sentimenti difficili da isolare con certezza, soprattutto a otto anni. Sa solo che sente una fitta allo stomaco ogni volta che la guarda e che vorrebbe avere un sasso bello pesante per tirarglielo addosso.
Di questo umore s’incammina verso la mensa.

A Michele la mensa non piace perché il rumore è assordante e nel cibo c’è sempre troppo burro. Oggi poi i suoi compagni sembrano ancora più infantili del solito. Giocano con le verdure lanciandole da un lato all’altro del tavolo, immergono le molliche di pane nel bicchiere e fanno tante altre cose disgustose. Le maestre li guardano impotenti dal loro tavolo in fondo al salone, si lamentano per alcuni minuti, poi cercano di ignorarli.
Dato che c’è il sole, dopo pranzo possono uscire a giocare in giardino. Michele passeggia lungo il muro del cortile, seguito da alcuni compagni, in una trasposizione da scuola elementare di Aristotele con i discepoli.
All’improvviso, Alberto Zacchi arriva verso di loro correndo. Si è già slacciato il cappotto e ha allentato la sciarpa fino a scoprire il collo.
«Chi arriva ultimo è uno scoreggione» urla indicando la facciata della scuola.
Tra i giovani peripatetici si diffonde il panico. Per una frazione di secondo si guardano intorno senza sapere cosa fare, poi iniziano a correre.
Michele lascia una frase interrotta a metà, vede i compagni allontanarsi e finalmente si decide a seguirli. Il rumore delle scarpe da ginnastica che scalciano sul vialetto gli rimbomba nella testa. Respira con la bocca aperta, l’aria fredda gli entra in gola come una caramella alla menta fortissima. Ma la ginnastica non è tra i suoi talenti, e poi gli altri hanno un vantaggio di cinque o sei metri, non riuscirà mai a raggiungerli.
Alberto Zacchi è appoggiato contro la porta a vetri della scuola e lo guarda, ha ancora il fiatone. Quando la mano di Michele tocca finalmente la parete ruvida della scuola, gli resta sulle dita un po’ di intonaco. Si gira lentamente, rosso in faccia per lo sforzo, il freddo e la vergogna, mentre i compagni stanno già gridando: «Scoreggione! Scoreggione!»
Giulia Maria Ravanelli ha osservato tutta la scena dalla panchina di pietra dell’ingresso, quasi non ha sbattuto le ciglia per non perdersi neanche un particolare. Appena inizia la cantilena, gira la sua gigantesca faccia piatta verso le amiche e si mette a ridere.
Michele sa che sta per piangere perché sente quel solletico in fondo alla gola che preannuncia il pianto.
«Michele dove vai?» gli urla la maestra.
«In bagno» risponde in un singhiozzo.
Chiude la porta che dà sul corridoio e gira la chiave senza nemmeno controllare se dentro i gabinetti c’è qualcuno. Si avvicina allo specchio fino a toccarlo con la punta del naso e lascia colare le lacrime. È quasi sorpreso di avere un pianto così silenzioso. Si promette che gliela farà pagare a tutti quanti, non appena sarà grande e importante, ma soprattutto grande.
Dopo alcuni minuti si calma, si lava la faccia, tira uno sciacquone a caso ed esce dal bagno.

La fine della scuola corrisponde in un certo senso alla fine della giornata di Santa Lucia, perciò nessuno si lamenta se oggi c’è il rientro e si rimane fino alle quattro. La felicità di tornare a casa per giocare con i nuovi giocattoli non è nemmeno lontanamente paragonabile all’attesa notturna, alle voci eccitate che ripetono per tutta la mattina la solita domanda: “E a te cos’ha portato?” e aspettano impazienti di dovere rispondere. In fondo con i regali giocheranno oggi pomeriggio, domani, dopodomani, tra un mese, in alcuni casi per molti anni, ma non li guarderanno più con gli occhi scintillanti di sorpresa o di sollievo di qualche ora fa. Così anche le urla di gioia al suono della campanella sono più che altro un’abitudine.
Michele prende la mano appiccicosa del suo compagno di banco e si mette in fila.
«Ieri alla tele ho visto Babbo Natale. Dicevano che abita in Finlandia» lo sente dire.
«Non so» risponde svogliatamente. Il personaggio di Babbo Natale non lo ha mai interessato. Ogni inverno assiste con indifferenza al martellamento di pubblicità, film e cartoni animati che hanno per protagonista quel vecchio ciccione vestito di rosso. Sulla sua infanzia Santa Lucia ha il predominio assoluto: su di lei si raccontano le storie, solo lei si aspetta con trepidazione nelle notti di dicembre.
«Sì, l’hanno fatto vedere. Abita in un villaggio insieme alle sue renne…»
Michele si accorge che davanti a loro cammina impettita Giulia Maria Ravanelli. Ha appena sussurrato qualcosa alla sua compagnia di banco che è scoppiata a ridere.
«Mia mamma mi ha detto» inizia Michele alzando la voce più che può, «mia mamma mi ha detto che Babbo Natale l’ha inventato la Coca Cola» scandisce bene le parole guardando dritto davanti a sé «per vendere più Coche Cole».
«Ma io l’ho visto alla tele!»
«Sarà stato un attore» risponde brusco, senza accorgersi che il suo amico ci è rimasto male. È troppo impegnato a osservare le reazioni di Giulia Maria Ravanelli. Nota per prima cosa lo sgomento con cui si gira verso di lui, poi il modo ridicolo che ha di strizzare le guance fino a sfiorare gli zigomi con la punta delle ciglia. Infine scoppia in un bel pianto rumoroso.
Michele si guarda intorno con finta perplessità, cercando di nascondere la soddisfazione. Si rende conto di non essere un bravo bambino, comprende intuitivamente la meschinità di molti suoi comportamenti apparentemente innocui. Se la gente sapesse a cosa pensa, se potesse leggere nel suo cuore, in questo momento probabilmente sarebbe in un carcere minorile. Insieme alla maggior parte dei suoi coetanei. Ma distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato non rende meno piacevole la sensazione che prova, un misto di rivalsa, affermazione di sé e cattiveria.
Esce dal cancello sorridendo. La mamma non c’è ad aspettarlo. Fa niente, tornerà a casa da solo. Calpesta il marciapiede con passi sicuri. Forse stasera sentirà il senso di colpa, pesante e appuntito, al centro dello stomaco, ma per adesso non lo può turbare nulla. O quasi: al momento gli mancano tutte e due le palette, ma gli autori del libro di scienze assicurano che ricresceranno.


Angela Barbiera, La palma del martirio, 2023.

Lucia Visonà è nata nel 1989 a Desenzano del Garda ma dal 2012 vive a Parigi. Dottoressa in storia antica, è attualmente ricercatrice e collabora con varie case editrici per traduzioni di romanzi e saggi.


Angela Barbiera è un architetto e insegnante. L’arte e il disegno sono una parte di sé con cui convive felicemente insieme a un marito, due figli e Otto, il suo cane, in provincia di Palermo. Nel corso degli anni ha sperimentato differenti tecniche con vari materiali; nel 2015 si avvicina al mondo dell’illustrazione, partecipando a mostre, contest, e collaborando con alcune riviste on-line («Blam, «Futura Corriere»). Nel 2022 ha pubblicato l’albo illustrato Lenzuola nel vento, con testo di Sara Favarò (Nuova Ipsa Editore). Instagram: @blu_di_sicilia


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