di Giuseppe Cappitta
L’esecutore di un’impresa atroce
immagini di averla già compiuta,
s’imponga un futuro che sia
irrevocabile come il passato.
~ Jorge Luis Borges, Finzioni
Corrono corrono i giorni lungo i sentieri che si biforcano. Chi è quel fanciullo che vuol scrivere poesie? Una alla maniera di Leopardi, L’infinito; poi D’Annunzio, Ungaretti, Quasimodo. I limoni di Montale. Ma la più vera la scrive un meriggio d’estate: sul suo criceto appena sepolto sotto una palma al di qua del pantano. Era un bravo criceto, non mordeva, zampettava suggiù per il braccio, s’accoccolava al petto. Si chiedeva, il fanciullo, se il criceto fosse capace di riconoscerlo.
Corrono i mesi a scapicollo di giorni. Alle medie bisogna che il ragazzo indossi gli occhiali. Pensa: ne va del mio aspetto. (E lui in gran parte altro non è, non crede d’essere, che il suo mutevole aspetto). Tuttavia vi si abitua. Non ai brufoli: quello maturato sul mento, quello a fior di labbro, e la molesta triade sulla guancia glabra e quell’altro, oddio!, bianchiccio aggetto in piena fronte che a nessun occhio sfugge.
Corrono corrono gli anni del liceo, “presente” risponde all’appello, ma presente dove? Nel reggiseno della bella E., col pensiero s’intende, e pure nelle mutande viola di A., dove poi ci finisce per davvero, a far pratica di chimica e biologia, capire la fisica dei corpi, far di conto – sottrarre le ore dal prossimo incontro, sommare i baci, dividere il letto, moltiplicare le mani. A far l’amore in greco antico.
Corrono i decenni (si noterà che gli anni così raggruppati si fanno grevi eppur scarsi d’un tratto; a che pro ripercorrerli pari pari?), finché un giorno, senza manco cercare, ecco la presunta trovatura: il risultato di legami e reazioni, fenomenologiche sottraddimoltiplifrazioni; di traduzioni di versioni di sé innumerevoli. Accadde forse nel mezzo del cammin, forse poco o molto in là, ma il dubbio che sia davvero accaduto, l’immotivata urgenza di saperlo avvenuto (e rinnovato), resta.
Pensa – teme? – che nulla e un nonnulla può cambiarlo.
Si avvicina alla palma recisa, sotterra qualcosa.
Giuseppe Cappitta nasce a Siracusa il 9 novembre 1985. In ambito letterario è autore di opere di narrativa e poesia, cui si aggiunge una miscellanea di testi a indirizzo critico, filosofico, memoriale. Suoi racconti e prose brevi sono apparsi in «Blogorilla Sapiens», «Bomarscé» (#8, #10), «Morel, voci dall’isola», «Spaghetti Writers», «Kairos» . Vive a Marzamemi.

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