di Jacopo Verworner
All’inizio degli anni ’90, la costa della Toscana fu investita dall’onda lunga della “second summer of love”, esplosa in Inghilterra e di lì trasmigrata a Ibiza un paio di anni prima. Buona parte della cosiddetta Generazione X – ho in mente i nati tra il 1965 e il 1980 – è venuta in qualche modo a contatto con quest’onda: ci sono quelli che se la sono presa in piena faccia e se la sono goduta rimanendo in piedi, quelli che invece ne sono stati completamente travolti, quelli che l’hanno cavalcata, quelli che sono stati raccattati dalla conseguente risacca, e pure quelli che sono rimasti a prudente distanza a osservare quello che accadeva ai loro coetanei.
Questa vuole essere una guida alle tappe (intese sia in senso fisico che esperienziale) percorse da quelli che di questa ondata sono stati i protagonisti. Cioè ognuno di noi, come recitava un noto adagio dei tempi.
993. Battesimo
“A planet brings forth an opportunity like this only once in its lifetime. And we are ready, and we are poised, and as a community we are ready to move into it, to claim it, to make it our own. It’s there – go for it!”
~ Terence McKenna, Alien Dreamtime
Sotto la consolle, un turbine di diverse centinaia di persone il cui comune denominatore pare essere l’eterogeneità: ragazzi e adulti, maschi e femmine, etero e omo, vestiti canonicamente e stravagantemente abbigliati. Per entrare nella sala, un’enorme veranda affacciata sulla spiaggia di Tirrenia, il protagonista e i suoi due comprimari sono dovuti prima scendere sotto il livello della piazza, registrarsi come soci a un piccolo sportello ricavato nella parete, poi salire di nuovo al livello superiore. È chiaro che non si tratta di un edificio progettato con l’idea di gestire il flusso di persone che solitamente richiama una discoteca.
Teo sale le scale con passo deciso, attraversa il portone ornato da un timpano in finto marmo con su scritto IMPERIALE e si affaccia all’ingresso della sala. La prima cosa che colpisce di lui sono i suoi capelli biondo oro, lunghi e mossi, che spesso finiscono a coprirgli il volto e a nascondere il suo sguardo. Oltre all’età – è il più grande del trio – è il suo atteggiamento disinvolto che proietta sicurezza e lo rende la guida naturale dei tre. Vanni, più piccolo e paffutello, lo segue trotterellando. Il protagonista indugia guardandoli salire le scale. Gli balena davanti agli occhi una visione di terrorizzante imbarazzo, sentirsi inadatto, escluso e fuori posto. Dopotutto, questo non è proprio un posto per lui, che va al liceo classico, ascolta punk-rock e bazzica centri sociali. Anche solo cercare qualcosa di adeguato da mettersi è stato un travaglio: alla fine ha lasciato perdere i grotteschi tentativi di mascherarsi e ha optato per un paio di vecchie All Star rosse piuttosto sfasciate, pantaloni militari mimetici e una maglietta dei Sex Pistols. Poi, incuriosito ma circospetto, entra anche lui nella sala. Fissa lo sguardo in consolle, su un uomo di mezz’età piccolo, magro e scuro, che porta dei baffetti sottili e dei lunghissimi capelli corvini.¹ Questi anche da dietro la consolle lo guarda, gli sorride e al microfono declama «Abbiamo dei nuovi amici stasera, come vi chiamate?». Teo si fa avanti a lato della consolle e risponde per tutti. «Bentornato Teo che ci ha portato due nuovi amici, Vanni e Marcolino».
Poi Teo si riunisce al gruppetto ancora in disparte, si mette le mani in tasca e tira fuori una stagnola. La apre e la porge sul palmo della sua mano. Dentro ci sono tre pasticche rosse con sopra incisa una falce e martello. Vanni ne inghiotte una con una risatina nervosa, senza far questioni. Il protagonista tituba un attimo ma poi la prende, si fa contagiare dall’onda di entusiasmo che anticipa il da venire e si lancia con gli altri verso il centro del turbine, proprio sotto la consolle.
In un ambiente nuovo e potenzialmente ostile, la prima cosa che si cerca sono degli appigli, punti di riferimento che evochino sensazioni rassicuranti e familiari. Rapidamente questi si palesano. Poco distante, va formandosi un cerchio di persone che ballano attorno a una figura ammantata da una tunica rossa con una corona d’alloro in testa. Gli tiene la mano un ragazzo visibilmente più giovane, che porta addosso a mo’ di toga un lenzuolo bianco, fermato in vita da una corda di quelle da tende, con la nappa in fondo. Dante Alighieri e Virgilio.
La voce che a un certo punto esce dalle casse è pure suadente e familiare: Miki Berenyi dei Lush sussurra “In your green field sleep” sopra una base remixata e del tutto altra rispetto alla versione shoegaze originale. Il trio prende posizione sotto la console. Il deejay è un ragazzo magro coi capelli a spazzola.² Al protagonista il suo volto sembra familiare, lo associa a un compagno di liceo, forse un rappresentante d’istituto quando lui era ancora in quarta ginnasio, o magari qualcuno intravisto al centro sociale dell’Indiano.
Inizia tutto con una smania, un formicolio alle braccia, che si accompagna a una piacevole sensazione di calore. Quel calore si effonde, arriva al torace e poi sale fino alla testa con un crescendo di energia che sembra trascinare verso l’alto. Finché non arriva la botta, un’esplosione di luce che sembra cambiare il tono e la saturazione dei colori, e rende tutto più sopportabile. Anzi, non c’è proprio più niente da sopportare, perché il protagonista ormai è in perfetta sintonia con tutto quello che gli gira attorno, si muove e balla seguendo la corrente.
Si fa strada nella pista accanto al terzetto un ragazzo alto e asciutto, che porta dei dread rossicci. Indossa una canottiera nera con su disegnata in bianco una A cerchiata, un kilt scozzese e degli anfibi da militare. Si trascina per la mano una ragazza bassina, magra e coi capelli corti, che sopra il reggiseno indossa solo una mantellina rossa col cappuccio, sul cui retro si è attaccata due ali da angelo. Passando davanti al protagonista, egli nota divertito la sua maglietta dei Sex Pistols e inizia a parlargli fitto all’orecchio. Si scambiano le maglie. Si abbracciano. La ragazza prende per mano il protagonista, e se lo portano nel privé. Passando davanti alla consolle, l’uomo coi capelli lunghi neri li nota e apostrofa: «Un bacio, Marcolino, stanotte tu scoprirai cosa vuol dire afterhour. Ancora non siamo in afterhour, siamo ancora nell’orario legale».
Si adagiano su un sofà, da dietro la vetrata si vedono le increspature del mare che flebili baluginano riflettendo la luna. E parlano, raccontano di sé, chiedono di lui, da dove viene e di come è arrivato in quel posto. Non si capisce come sia possibile che ci siano così tante cose da dire ed episodi da raccontare, ma d’un tratto inizia ad albeggiare, poi il giorno si fa avanti e la spiaggia inizia a riempirsi coi primi turisti, quelli più mattinieri, in larga parte anziani. L’idea viene a tutti, è naturale, ma stavolta è il protagonista ad alzarsi, prendere gli altri per mano e trascinarli verso la spiaggia, dentro l’acqua, il mare ora piatto che alla luce del mattino riflette l’azzurro del cielo sopra.
994. Comunione
“Once you touch the core of yours and someone else’s being, you can’t be led into thing fetishism and consumerism”
~ Terence McKenna, ibidem
La pista della Patchwork Place è già semivuota, si avvicina l’ora di chiusura. Si tratta di una sala non enorme, scura, decorata con tubi a vista che danno un tocco tecnologico-industriale. Il protagonista rientra nella sala dopo essersi separato da Vanni, che ha preferito restare in Divine Stage, dove ancora c’è un bel po’ di movimento in più. Visto che c’erano, e che li attendeva in ogni caso una lunga guidata per rientrare a casa, si sono anche calati un ripiglino al bancone del bar, deglutendolo con l’aiuto di una gozzata nervosa di acqua tonica.
Entrando in pista, il protagonista passa accanto a una ragazza che balla da sola. Bassina, magra, coi capelli castani corti. Si scambiano uno sguardo. Ha gli occhi accesi, brillano. Nonostante sia rimasta poca gente ad ascoltarlo, il deejay lavora con dedizione e maestria giostrando tre piatti,³ Il mozzicone di sigaretta che tiene tra i denti gli dà un’aura di sufficiente tranquillità. Porta un gilet di jeans e un cappellino di lana che sembra fare un grottesco tutt’uno coi lunghi capelli neri.
Accanto al protagonista, di nuovo si materializza la ragazza di prima. Adesso che il ripiglino inizia a salire, il protagonista realizza che è bellissima e si muove alla perfezione. È Tersicore. Lei lo guarda di nuovo e i suoi occhi lo illuminano. Gli sorride e gli fa accelerare il battito. Avvicina le labbra al suo orecchio e sussurra “Marianna”, ed è il richiamo di una sirena. Il deejay, quasi volesse invitarli ad aprire i giochi, mette su una traccia il cui campione vocale mugola “The ultimate seduction”. Ballano sempre più vicini fissandosi, poi si prendono per le mani e si baciano. In quel bacio il tempo si dilata e pare farsi eterno. Sono Paolo e Francesca, uniti in un turbine di anime dannate. Anzi no, non hanno proprio niente del peccaminoso di due amanti clandestini uniti dal tormento di una passione. Di più: quello che sta succedendo non ha nulla a che vedere con un colpo di fulmine. Sono Filemone e Bauci: anche se si sono detti appena una parola, già si conoscono e si amano da tutta la vita. E per grazia gli dèi hanno fatto loro il dono di fonderli in un immobile abbraccio mentre tutto intorno continua a muoversi inconsapevole e indifferente.
Quando l’incantesimo lentamente svanisce e riprendono controllo sui propri movimenti si guardano negli occhi e sorridono, e i sorrisi si allargano contagiandosi e si trasformano in una risata. Marianna gli prende la mano e lo trascina fuori, nel piccolo giardinetto adiacente la Patchwork Place. Da lì si apprezza chiaramente che l’Insomnia non è altro che un capannone in mezzo ad altri capannoni, in una zona industriale. Il giardinetto stona doppiamente con il contesto proprio perché pare il piccolo appezzamento di una villetta a schiera: un pratino curato, un ombrellone con un paio di divani in rattan, un vecchio dondolo in metallo che sfoggia una vetusta cuscineria a fiori. È lì che si sistemano. Lei si accuccia sorniona, il protagonista le si fa sopra e inizia a baciarla, ma lei lo interrompe, si mette la mano destra nel reggiseno e ne estrae due quadratini di carta verdolina. Sorride, li mostra al protagonista dal palmo della sua mano, come una bambina mostrerebbe delle conchiglie insolite trovate in spiaggia. Poi se ne mette uno sotto la lingua. Il protagonista fa lo stesso. Adesso possono baciarsi.
Inizia dopo un po’: tutto lentamente si deforma virando al fantastico. Il dondolo si fa tappeto volante, i fiori della cuscineria si proiettano coloratissimi sulla parete grigia del capannone retrostante. Di fronte a loro le nuvole, in parte rischiarate dalla luna piena, si accendono e diventano buchi bianchi e spumosi che paiono ingrandirsi e inghiottire il cielo nero. A rimirare e commentare tutto quel ben di Dio, tentando di diluire la meraviglia in baci che si fanno sempre più astratti, si perde la nozione del tempo, e infatti passa l’ora di chiusura. Si avvicina un buttafuori gigantesco, un cinquantenne pelato con dei baffoni grigi e dei bicipiti imponenti che pare la personificazione del genio della lampada, e impietosito o forse intenerito, li prende per mano e sorridendo li scorta all’uscita. Lì c’è Vanni che ancora aspetta il protagonista, ma è chiaro che non c’è nessuna voglia di tornare a casa con lui. Al protagonista serve la macchina, che Vanni si arrangi. Anzi no, lo aiutano a trovare un passaggio. Non si sa bene come in quelle condizioni – forse di nuovo intervengono la pietà o la tenerezza – ma riescono a fermare tre ragazze che tornano a Scandicci e convincerle a dargli un passaggio, almeno fino alla stazione.
Finalmente in macchina, i sedili reclinati diventano le poltrone di una gondola che scivola sui canali, mentre i cassoni dei camion che sfrecciano sulla superstrada sono le mura impenetrabili di palazzi patrizi. La radio sugli 88,6 MHz⁴ porge ulteriori suggestioni: la voce elfica di Beth Orton invita “nothing more, break on through”, evocando quattro naiadi che si materializzano sui sedili posteriori, a somministrare acqua ristorante. La versione che sta passando di Water from a vine leaf è quella rimaneggiata da Spooky, ben più compressa dell’originale, e sembra quasi uno scampanio a festa, da Pasqua di risurrezione. Il cielo sopra si è fatto completamente bianco e splendente. Quasi a volerlo fare entrare per consegnarglisi, il protagonista apre il tettuccio della macchina, come se fosse quella la porta della percezione.
Fuori è ormai giorno inoltrato, il sole è alto e batte forte per rapporto alla stagione ancora invernale. Il parcheggio è completamente vuoto ormai, così come quelli adiacenti: è domenica e nessuno è venuto ai capannoni per lavorare. C’è solo quella Peugeot blu col tettuccio aperto, e dentro due ragazzi con lo sguardo fisso al cielo, sorridenti e appagati. Non c’è più neanche la musica: la batteria della macchina dev’essersi scaricata. Qualcuno, per pietà e tenerezza, dovrà andare a riprenderli.
(continua…)
1 Francesco Principato, più noto come Franchino, è presenza fissa all’Imperiale nei suoi primi anni, e vi si fa strada come vocalist o, ancora meglio, cantastorie. La sua voce bambina registrata su cassette che girano per tutta la Toscana contribuisce non poco alla rapida popolarizzazione della scena.
2 Riccardo Falsini, deejay e produttore fiorentino, suona all’Imperiale sotto il nome di Rick8 ed è il fondatore, insieme al fratello Franco, dell’etichetta Interactive Test, che stampa buona parte delle produzioni dei deejay toscani emergenti nei primi anni ’90.
3 Francesco Casaburi, in arte Farfa, è riconosciuto tra i migliori deejay del periodo, sia per abilità tecnica che per profondità di cultura e selezione musicale.
4 Radio Mare Imperiale News, la cui programmazione era gestita dai deejay e collaboratori dell’Imperiale, trasmetteva musica techno non-stop e con sola pubblicità “di genere” in buona parte della Toscana.


Jacopo Verworner nasce e si forma a Firenze e dintorni. Intorno ai trent’anni, a seguito di una poco riuscita carriera accademica, lascia l’Italia e vaga in cerca di quiete, agi e comodità. Finisce per arenarsi in Svizzera, dove già aveva passato beati mesi di castigo in adolescenza, e dove tuttora vive, dividendosi tra Crisopoli e Widmad. Per soldi scrive di economia e politica monetaria, per diletto scrive delle cose che gli passano attorno. Ha pubblicato su «Micorrize» una serie di racconti ispirata al suo periodo francofortese, e su «In Allarmata Radura» un saggio sulla vita da esiliato in Svizzera.
Caino, duo di illustratorə digitali, direttamente dalla redazione de «L’Appeso».
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