Oggi delle cellule indefinite si sono avvicinate parlando di percentuali, di casi fortunati e rischiosi. Sono entrate l’una dentro l’altra con la fervida memoria di ogni incastro e si sono unite accanto a me. Un moto caldo, coagulato in un punto da cui ho aperto gli occhi. Una sagoma sorrideva, mi aspettava da tempo, calciava per chiamarmi. Un dolore, il primo pugno, la prima bravata da rinfacciarle. Dove siamo?
Mia sorella me lo spiegò in modo semplice. «Siamo forse insieme,
nella gioia e nel dolore,
in una forma di sonno
ad aspettare».
La nostra casa era calda: due corde a cui eravamo legate ci abituavano al calore. Scoprimmo l’importanza del cibo, ci mandava avanti, nutriva le parole che davamo a chi stava dall’altra parte.
Mia sorella me lo spiegò in modo semplice. «Siamo forse insieme,
due parti di un’unica cosa,
in una forma di gioia
per congiungerci a loro».
Dalle frasi di chi ci aspettava, pur avendoci con sé, capimmo presto che una di noi sarebbe rimasta qui ad ascoltare per sempre l’altra.
Come decidere?
Nostra madre non era un essere semplice. Prese a mangiare male, a farsi gonfiare lo stomaco, tanto che le vene sembravano essersi capovolte: sopra la nostra testa apparivano come grandi immagini su cui tracciavamo i nostri desideri.
«Nascerai tu», diceva mia sorella in modo semplice,
appariva leggera e spontanea quando si raccoglieva su sé stessa,
la posizione fetale che poi ho scoperto essere la stessa di quando non si vive più,
quando ci si spegne sulla schiena del mondo.
«Se rimarrai tu», le dicevo, «voglio lasciarti un ricordo di me».
Mia sorella disse: «ma se non hai ancora nemmeno
Memoria di te?»
Presi a calciare la pancia di mia madre, lei urlava, e da quel gesto ripetuto rimediavo del sangue che sembrava durare per una settimana.
«Io ti voglio disegnare una parte di me».
L’unica cosa che mi venne in mente fu lasciare un’impronta della mano. La immersi nel sangue che faticava a condensarsi. Le mie dita erano filiformi e poco addestrate al solco del segno che invece le vene di nostra madre sapevano tracciare. Premevo. Nostra madre tossiva, continuavo a premere e la pancia si fece molle, uno strato così liscio e fine che mi sentivo sbucare dall’altra parte.
Qualcuno da fuori combaciò le sue dita alle mie, erano grandi.
Mi ritirai spaventata. Mia sorella aveva il volto distratto dal sangue che stava riempiendo la nostra placenta.
Era troppo breve lo spazio tra me e lei, provavo a metterla a fuoco con l’intento di raccontarla una volta fuori; già sapevo che sarebbe rimasta lì, a confondersi con lo stesso buio che non aveva voluto esplorare.
«Conosci già quello che c’è dopo?» le chiesi.
«E tu lo conosci?». Rispose semplicemente.
Cosa alla fine ci distingueva? Entrambe saremmo state soggetti di una soglia più vasta, più grande delle vene di nostra madre, dei suoi confini buoni e confortanti, della sua tosse secca che sapevo far nascere della premura in nostro padre.
Era tutto appiccicoso quando mia madre venne assistita d’urgenza.
Cullandomi nelle braccia semplici di mia sorella, trovai la forza per distinguere la vita e la morte.
L’attesa ci fece assopire. Poi un vento netto di ali ci raggiunse.
Prese mia sorella, le sue lacrime semplici mi restarono sulla guancia.
Così,
Mia sorella nacque
In modo semplice.
Gli strati del buio mi caddero addosso. Una finzione, tutto. Dimenticai le persone a cui mi ero legata, smisi di essere presente a me stessa. Le mie cellule, le continuai a interrogare per un po’: erano stanche degli sforzi, dei calci, delle riflessioni a cui mia sorella mi aveva abituata. Infine, tacquero a poco a poco. Vennero ad abitarmi i ricordi non ancora creati, forme liquide che incrementavano, in quei poveri mortali, la spaccatura tra ciò che vedono ogni giorno e ciò che temono di notte.
Solo mia sorella, prima di spegnermi davvero, mi mancava.
Io ero lì, nello stato dei sogni, ad aver capito tutto. A sapere già come avrebbe vissuto, a partire da quella lacrima che mi aveva lasciato, la sua impronta: era già viva, aveva iniziato a piangere, così fanno tutti quando nascono.

Francesca Pasquali, NERO, 2021
gomma riciclata, 127x96x15 cm. © FPA Archive. Foto di Fabio Mantovani
Veronica Vaccarella (1998) è nata a Petralia Sottana (PA) e vive a Petralia Soprana (PA). Laureata in Italianistica e aspirante docente, è appassionata di ogni forma di scrittura. Nel 2019 ha pubblicato la raccolta di poesie Bellezza collaterale (Aletti Editore).
Francesca Pasquali ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. La sua ricerca si sviluppa a partire dall’osservazione delle forme naturali, delle quali coglie le trame strutturali e le traduce in complesse ed elaborate opere e installazioni, utilizzando spesso materiali di riuso, plastici e industriali. L’attenzione al rapporto tra forme solide e cave, vuoto e pienezza, profondità e superficie, collega strettamente la sua indagine contemporanea all’approccio spazialista di Lucio Fontana e a quello informale di Alberto Burri, in una tensione metafisica che parte dall’organismo e dalla natura, dai materiali industriali e plastici.
Nel 2013, con altri artisti e la curatrice Ilaria Bignotti, ha fondato il movimento di arte e cultura “Resilienza italiana”, con lo scopo di sviluppare il dibattito internazionale sulla scultura di generazioni di artisti contemporanei ed emergenti. Nel 2015, sotto la direzione scientifica di Ilaria Bignotti, è stato fondato l’Archivio Francesca Pasquali, con lo scopo di archiviare, preservare e promuovere le opere dell’artista. Pasquali ha collaborato con aziende di architettura, moda e stile; è stata visiting professor presso accademie, istituti e università in Italia e all’estero; ha donato opere a diverse organizzazioni benefiche internazionali e le sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private di fama internazionale. Tra le mostre in corso: fino al 24 maggio 2026, MAR Museo della città di Ravenna, Rifugio plastico. Abitare il confine, per SPAZIO NEUTRO, a cura di Giorgia Salerno || ֍ Website: http://www.francescapasquali.com
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