di Alessia Marchiori
«Quindi, signora Moretti Bernardino, ci dica, conosceva lei il qui presente Lorenzo Fava?»
«Non so chi sia».
«Guardi bene, cara. Lo guardi. Mai visto nella vostra via, chiacchierare con suo marito, scambiarsi qualcosa? Provi, provi a ricordare».
«Signore, generale, comandante, quel che l’è. So’ sincera, col cuore in mano, mai visto ‘sto uomo, mai, mai. Quante volte ancora devo dirlo prima che mi crediate, quante volte? Mi, non so».
«Bernardina, come la chiamano i suoi compagnetti, questo signore era in macchina con suo marito Emilio il giorno 17 luglio, quando hanno tentato di assalire il carcere degli Scalzi. È così. Non può negarlo. Ma cosa pensano di fare questi quattro balordi? Cosa? Mi risponda lei, Cristo Dio!»
«Maria Vergine Santissima, ma cosa devo dirle? Non vedete voi, che mi fate agitare, e che non va mia ben! Emilio l’è via e non so dove, se lo sapessi! Dei suoi affari, cosa sapevo io? Io son la moglie, di certe cose non so, robe sue, robe da uomini, non mi diceva, andava, veniva, ma mi ero lì, e niente, niente sapevo, io badavo ai miei lavori».
«E quali sarebbero, questi lavori?»
«Un po’ di tutto. Una mano al papà con la bottega, che c’è sempre bisogno, una a mia sorella, la Claudia, col bambino, è piccolo e ogni tanto glielo guardo. E tengo la casa e studio anche, per riprendere la scuola, a tempo perso, magari, chissà».
«E che scuola faceva?»
«Le Seghetti, per diventar maestra».
«Ah bon. E le suore della Seghetti, non le hanno insegnato che contar bugie è peccato?»
«Ma che bugie? Ah be’, cape, che bugie io dovrei dire? Il qui presente, non so chi sia. Lo ricorderei, ricorderei questi occhi da demonio, che guardano da sotto, gli occhialetti da professore. No, no, assicurato. Per me è un mistero».
«È pronta a giurare?»
«Par Dio, anche giurare? Sì che giuro, come no, senza paura».
«E su cosa giura, lei?»
«Giuro sul mio toseto1. Lo giuro. Più di così, cosa devo dire?»
«Sta bene il bambino?»
«Si muove, dà colpi. È tutto scombussolato, con questa interrogazione. Povero il mio toseto. Povera creatura». E così, la ragazza sfiorò con la mano il vestito azzurro che aderiva alla pancia, lisciando con le dita le pieghe ai lati; inarcò la schiena all’indietro e lasciò ben esposto il collo. Serrò le labbra, quasi a sigillarle dopo lo sforzo verbale. Si mostrava per quel che era. Questo doveva fare.
Concetta Fiorio, detta Bernardina, era arrivata alle Casermette di Montorio da un paio di mesi. L’assalto del carcere degli Scalzi era avvenuto il 17 luglio 1944 per mano di un gruppo di gappisti, tra cui il marito Emilio Moretti Bernardino. Giovanni Roveda era stato liberato, ma a caro prezzo: Danilo Preto moriva ammazzato nella fuga, Lorenzo Fava veniva catturato; gli altri scomparvero, Emilio compreso.
Dopo l’ennesimo interrogatorio, nel solito ufficio vicino all’ingresso del campo, Concetta se ne tornò nello stanzone dell’ala ovest e si stese sul materasso infeltrito. Il piccolo non si muoveva più, forse dormiva. Matilde Lenotti le si sedette accanto, avendo cura di non oltrepassare la linea immaginaria tracciata dal taccuino e da un paio di libri posati per terra.
«Concetta, hai visto il Fava? Com’è messo? Cosa gli fanno?»
Concetta si mise di fianco: «Che ne so mi, Matilde, non chiedermi cose che non so, lasciami sponsare2. Che non ho neanche cenato, povero piccinin». Il suo viso era così pallido che sulle guance e ai lati della bocca risaltavano lunghi rigagnoli aggrovigliati di capillari rotti, come traiettorie del dolore senza inizio né fine.
Matilde le mise una mano sulla schiena, e trascinò una carezza. Poco dopo, le porse una scodella di latte tiepido e un tozzo di pane, che rimasero accanto al materasso fino alla mattina dopo.
Quel giovedì Don Chiot arrivò prima del solito. Era il giorno della Messa e della distribuzione delle particole. Il cappellano attraversava il cortile centrale ad ampie falcate, ma i suoi occhietti aguzzi frugavano negli angoli di ogni baracca del campo. Gli ufficiali, da lontano, gli mandavano un cenno di saluto. Lui sollevava la mano destra, indice e medio alzati, quasi a benedirli a distanza.
«Signora Moretti, Don Chiot chiede di parlarle. È il suo giorno fortunato».
Concetta si alzò intorpidita. Il ventre le ondeggiava ora da un lato, ora dall’altro.
«Concetta, buongiorno. Ho buone novelle. La porto a casa».
«Don Chiot, non fatemi prendere un colpo. Va là, Don».
«Invece è così, cara. ‘Scolteme ben: i tuoi cari son da tutti benvoluti. Gentili, cortesi, sempre una buona parola. Tua mamma, sai quante volte è andata: prima dal maresciallo Ronchetti, poi alla Guarda nazionale in via Pallone, e ancora in Porta Nuova all’Ufficio di Sicurezza. Portava la tua foto, parlava del so nevodo, ancora dentro in pancia. E son qua, cara. Bisogna aver fede».
Concetta inspirava profondamente, una mano sul ventre, su qualcosa di reale. Si voltò. Il suo sguardo vibrante cadde sulle altre: su Matilde che la fissava e abbozzava un rapido sorrisetto, subito smorzato. I due si incamminarono verso il cancello, allontanandosi dagli stanzoni delle donne.
«Come l’è che sei arrivata qua, Concetta? In queste condizioni?» incalzò il Don.
«Emilio, si sa qualcosa?» sviò lei.
«Macché, cara. Niente de niente».
«Mi aveva detto che sarebbe arrivato qualcuno, che c’era la parola in codice, forse mi avrebbero portato in Svizzera, o almeno così io credevo».
Don Chiot le cingeva le spalle con un braccio, le labbra serrate in un lungo suono nasale.
Concetta proseguì: «Il ragazzo che mi aveva dato appuntamento, l’avevo incontrato al mercato. La parola d’ordine c’era, portava lo stesso fazzoletto di Danilo annodato alla cintura, conosceva i nostri e…» – la mano del Don sfiorò il viso della giovane donna e le dita scivolarono sulla bocca semiaperta. Bernardina capì. Con una mano si strinse alla tunica del cappellano.
«Bon, bon, sufficiente Concetta. Mettete calma adesso, per te e per la creatura».
«Quale calma, Don, quale calma? Mi non cedo, Cristo santo, no che non cedo. Par mi, comincia adesso. E così per la creatura».
Chiot si raschiò la gola. «Vi hanno portato dietro, lungo il fosso?»
«No, sia lodato» disse pronta Concetta.
Non era vero. Il bimbo scalciò, stringendole lo stomaco in una morsa. Era durato poco. Ricordava il sapore salmastro di erbe putride in bocca, i nervi delle mani che pulsavano, il ventre che tirava, proteso verso terra, verso un altrove impossibile. Eppure, non aveva parlato. La gola bloccata, secca, glielo aveva impedito, e così il suo cuore. Bernardina aveva resistito, ancora ignara se quello fosse l’inizio della sua redenzione o della sua condanna.
Poco dopo, il cappellano condusse la ragazza verso il cancello. I due oltrepassarono le baracche delle nuove arrivate e quelle dei ragazzini. Qualcuno occhieggiava dai portoni socchiusi, dagli spiragli dei muri corrosi. Lo sguardo di Concetta fu attirato da un prigioniero, al centro del cortile, che camminava sbilenco e ondeggiante, come una capretta malconcia.
Era Lorenzo Fava, sorretto da due guardie. I loro occhi si incrociarono per un lampo. Lui corrugò la fronte, accennando un sorriso amaro. Bernardina si scostò i capelli dalle spalle, trattenne una lacrima, e sospirò. Avevano fatto abbastanza? Concetta ricordava le sere passate nella cantina di Danilo, non lontano da casa, quando Lorenzo le dava istruzioni su dove nascondere le munizioni o come consegnare il prossimo messaggio.
“E se ti domandano, ‘e lei signora, dove è diretta?’ mai togliere il sorriso e la gamba tesa. Naturale, Bernardina, come quando te parli ai toseti”. E lei aveva buttato fuori un po’ di fiato dalla bocca inclinando appena il capo, in segno di assenso, il petto che scoppiava dal tremore, poi rigido al momento dell’operazione. “Brava tosa” le dicevano infine. Aveva fatto quello che doveva, poteva riconquistarsi il suo angolo in attesa di istruzioni. Aveva ringraziato anche. Emilio le aveva stretto con foga le mani ai fianchi, rincuorato. Quando l’aveva guardata con gli occhi ingranditi, lei aveva saputo che poteva chiedere: “C’è altro, compagni?”. Così le sembrava di aver fatto il suo. Se c’era bisogno, lei c’era. Senza mostrarsi troppo però, come le suggeriva sua madre, che le chiedeva puntualmente dove si tenessero quelle riunioni. Cantine da soppressa, taverne private, orti ben chiusi e perfino bagni insospettabili: luoghi sicuri, in cui Concetta veniva riconosciuta come patriota e benemerita. Che non la vedessero con un gruppo di uomini però, si assicurava la mamma, altrimenti l’avrebbero considerata un “puttanon”, come quelle che finivano negli scantinati del Palazzo Ina, in Corso Porta Nuova.
«Don Chiot, dove lo portano? Ha la faccia gonfia, mamma mia» disse Concetta, mentre le si coloriva il viso sulle tempie. Una rabbia sorda e impotente.
«Preghiamo, cara, che i tuoi ti attendono» tagliò il prete.
Una volta a casa, in via San Pietro del monastero, nel centro di Verona, Concetta venne avvisata dai vicini che l’indomani sarebbero venuti i tedeschi a prendere alloggio proprio nello stesso immobile. Si ricordò che nel borsone di tela, nell’armadio della camera degli ospiti, vi era ciò che restava delle riserve: bombe a orologeria, fucili, una ricetrasmittente. Ricordava quando Danilo le aveva fatto arrivare la ricetrasmittente dentro lo scatolone delle bottiglie del latte, tramite il fattorino. “Il di più è fatto. Non serve che ne capisci il funzionamento. Bevi il latte e conserva la bottiglia”. Come allora, lei si rigirava tra le mani quello strumento dalla superficie nera e rugosa, ne sfiorava pulsanti e rotelline, lo accostava ora al viso ora al petto, immaginando che da lì potesse provenire la voce bassa di Emilio: “Concettina, la me tosa, la me brava tosa”. E quasi le guance diventavano più rosee, gli occhi miti, a quel dolce pensiero. Bernardina tentava poi di appoggiare la ricetrasmittente dietro la schiena o sulla pancia, per capire se fosse possibile camuffarla.
«Concetta, che hai intenzione di fare? Maria Santa!» le disse la madre.
«Devo far sparire tutto, mamma. Tutto. Non preoccuparte, so cosa fare».
«Ma cara de Dio, cosa dici? Hai una creatura a cui badare, pensaci bene, per piacere, per piacere. Queste non sono quisquiglie, passaggetti o robe così. L’è roba grossa».
«Lo so, mamma, son sta alle Casermette. Fidete de mi, dai!»
La madre la abbracciò di fianco, avendo cura di non stringerle la pancia: «Cara la mia Concetta, me raccomando. Ti voglio qua con me, ho già sofferto tanto. Ma alle Casermette, almeno, ti han trattato con rispetto? Dimmi sul serio, Concetta» e le affondò il viso tra la spalla e il collo, temendo la risposta.
«Sì, mamma, sì» la rassicurò la figlia, serrando ancora più forte la ricetrasmittente tra le mani.
Il giorno dopo, Bernardina scese verso l’Adige. L’aria fresca di inizio autunno portava giù le storie di chi resisteva lassù, sui monti attorno, nei boschi e nei vaj della Valpolicella, della Lessinia, della Valdalpone, come una grande comunità silenziosa che non smetteva di vegliare. Le foglie secche a terra tradivano i suoi passi, ma con dolcezza.
A Porta Fura, là dove qualche decennio prima erano posizionate le truppe austriache, alcuni fascisti chiacchieravano tra loro. All’improvviso, si voltarono verso di lei. L’attenzione cadde sul pancione spropositato rispetto al fisico minuto, coperto da un lungo vestito blu di flanella. Bernardina sapeva bene che l’avrebbero scorta. Uno di loro le fece cenno di avvicinarsi. Come una campana i cui bordi ondeggiano avanti e indietro, lei allungò il passo, con un mezzo sorriso. Strinse forte i muscoli pelvici: tutto doveva rimanere dentro e ben sigillato.
Arrivata davanti a loro, li anticipò: «Vo par erbe lungo l’argine. Son pronta, il bambino viene fuori a giorni». La mano sotto al ventre, quasi a sostenerlo. La ricetrasmittente, cucita alla bell’e meglio in una panciera di lana e posizionata sotto la sporgenza esagerata dell’addome, le sfiorava le cosce a ogni movimento.
La guardia la fissò: dapprima ne misurò l’ombra, poi risalì alla bocca socchiusa. Infine indietreggiò, per squadrarla appieno. Concetta vacillò per un istante, uno soltanto: poi sentì il calore allargarsi nel petto, insinuarsi in ogni organo. Si chiedeva il perché del suo ruolo marginale, il suo essere ancillare, del suo stare a posto, brava esecutrice. Per chi? Per i suoi compagni, suo marito, la sua famiglia, suo figlio? O per sé stessa? Fin da piccola, era stata cresciuta sapendo che doveva ascoltare, poi obbedire. Che fosse dietro a una porta o dietro a un banco, bisognava soltanto tendere l’orecchio, perché domandare poteva rivelarsi sconveniente: conduceva a insinuare un giudizio, a gettare il seme della crisi.
Il calore si trasformò in nuova ebbrezza. Non poteva più decidere, fosse quel che fosse. Avanzò di un passo, affinché la guardia potesse osservare meglio. Quella gettò un rapido sguardo ai suoi, poi sollevò il mento e le fece cenno di filare. Concetta sgattaiolò via verso la riva, i muscoli pelvici rilassati e un rivolo di urina che le rigava le calze.
Le acque profonde dell’Adige inghiottirono ciò che era necessario nascondere.
Concetta non poteva sapere che, di lì a pochi giorni, il 28 ottobre 1944, nella stessa data della marcia su Roma, avrebbe partorito un bambino lustro e dai capelli chiari: Danilo. La sua camera era piantonata da un gruppo di fascisti che attendeva invano l’arrivo del padre. Danilo aveva gli occhietti vispi, ma si muoveva poco. Aveva qualcosa di diverso dai neonati che talvolta aveva accudito.
Lesioni cerebrali permanenti, dissero i medici.
Quel giorno, Concetta si ricordò di quella notte alle Casermette, vicino al fosso. Il nerbo di bue sul ventre teso le procurava un dolore che si amplificava nel liquido uterino, una scossa che vibrava fin nelle viscere. Non pensava potesse accadere. Non fino a quel punto.
Mantenne il silenzio. E nel tempo quello stesso silenzio divenne corazza e scudo: proteggeva, e rilanciava con rabbia i colpi inferti. Lo raccontò nelle sue carte, e in un’intervista raccolta più di un cinquantennio dopo: come se tutto fosse naturale, come se così dovesse andare. Come se la vita, alla fine, le avesse fatto uno sconto; un abito da indossare, solo da aggiustare qua e là.
Mentre allattava per la prima volta, l’ombra della colpa per la condizione di suo figlio, e il risentimento feroce per quegli uomini neri, percorsero come un formicolio le sue gambe esauste. Osservò i loro profili, appena fuori dalla sua stanza. Ne studiò il disegno.
«Non l’è mia finia qua» pensò Bernardina, e sprofondò la mano nella pancia molle e svuotata, in quella cortina di carne in cui covava, senza saperlo, il seme del riscatto.
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1 Si veda la voce “Toso”, s. m. (probabilmente dal lat. tonsus, tosato). Ragazzo; fanciullo, tosèto; in G. Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, Venezia, Andrea Santini e figlio, 1829. Si veda anche, a tal proposito, F. Bonfante, Il dialetto veronese.
2 “riposare”.

In copertina: Leoncillo Leonardi, La Partigiana veneta (1954-55, dett.), maiolica policroma, cm 197 x 71 x 95 – Museo Ca’ Pesaro, Venezia.
Alessia Marchiori nasce e vive a Verona, dove lavora. Dopo qualche anno passato su carte e manoscritti, di cui conserva l’antica passione, si dedica ora all’immersione nelle storie. Finalista al Premio InediTO 2025, alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in antologie e riviste.
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