L’età pensionabile di un elefante nella stanza

Discendo da un’antica tradizione di Elefanti Nella Stanza1.
Mio nonno fece fortuna in America, all’epoca del proibizionismo. Fu tra i primi a darsi da fare nel giro degli speakeasy, che, stando ai suoi racconti, nascevano negli scantinati di alcune lavanderie a gettoni, dove chi vi entrava specchiato ne usciva coi panni da lavare. Posso immaginare le dimensioni raggiunte da quel mammifero, con la sua pelle di roccia e le sue zanne d’avorio, quando la polizia faceva irruzione a passi di cuoio e la clientela si tirava giù il cappello e iniziava a parlottare sottovoce. Ebbe poi la fortuna di incontrare un gruppo di siciliani, omuncoli cosparsi di brillantina che usavano il nome dei santi per conferire tra loro. Dico solo che in quel periodo fece grandi affari… e qui mi taccio. (Vorrete scusarmi, ma per gli ENS un poco di omissione è prassi deontologica.)
Dopodiché, mio padre fece carriera in politica. Avreste dovuto vederlo con che slancio (e che stile!) gonfiava il torace e aspirava in un sol fiato tutti i giri di parole che si alzavano dalle sedute parlamentari, finché la sua ombra non ricopriva per intero l’emiciclo dell’aula. Quando lo aspettavo sulla porta di casa e lo vedevo planare dal cielo trafficato degli ENS (uno spettacolo pari solo ai cieli della Cappadocia) ne ammiravo la rotondità perfetta e mi dicevo che un giorno sarei diventato come lui.
E invece, quale insopportabile vergogna mi tocca soffrire adesso. Io, che ENS non lo sono più… ma lasciatemi raccontare questa storia nel modo a me più congeniale, ovvero: girandoci attorno il più possibile.

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1 Da qui in poi: ENS.

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Avevo da poco completato gli studi (vantavo una laurea in Egolettica Forense2 e un dottorato in Retorica Toracica Applicata al Foro3) quando mio padre decise di raccomandarmi per un posto fisso in tribunale. In quell’aula vidi sfilare decine di testimoni d’accusa, molti dei quali pronti a giurare il falso in modi così smaccatamente grossolani che l’aria si inzuppava di sconcerto. Non dovevo nemmeno scomodarmi a dispiegare la proboscide per aspirare; il tutto mi veniva a tiro dai banchi della giuria e il mio corpo si gonfiava per inerzia. Un grande privilegio, certo, ma anche il modo più veloce per dire addio al proprio spirito di iniziativa. Ben presto ne ebbi abbastanza e decisi di prendere le distanze dal mio lignaggio.
Fu così che iniziai il mio peregrinare.
Ma il mondo là fuori era una stanza troppo vasta, e col passare dei giorni iniziai a sentirmi un animale più fragile di quanto pensassi.
Furono tempi tutt’altro che generosi; mi guadagnavo da vivere a suon di piccoli espedienti. Per farvi un esempio: avevo preso l’abitudine di stiparmi nei vagoni della metropolitana, alla disperata ricerca di un anziano o una donna incinta che puntassero gli occhi verso un giovane impertinente che non gli cedeva il posto. Oppure mi infilavo negli androni dei palazzi, dove spesso un fattorino suonava il citofono e il residente di turno si precipitava giù dalle scale dimenticando la mancia. Quando questo apriva il portone, il fattorino gli porgeva la cena con un gesto lento e distratto a manifestare la sua delusione; il residente allora agguantava il sacchetto e filava via senza proferire parola. Ma in quei casi l’imbarazzo durava pochissimo e io non potevo che darmi all’aspirazione con tutta la forza e il vigore possibili, e a fine giornata la proboscide indolenzita non mancava mai di ricordarmelo. Poi fu la volta di un centro massaggi coreano, noto per le sue offerte fuori listino – convinto che in sala d’aspetto mi sarei saziato coi sottintesi voluttuosi di chi lamentava semplici mal di schiena. Ahimè, fu una scottante delusione scoprire che i gestori tenevano molto alla discrezione dei loro clienti, e le sedute andavano tutte su appuntamento; le ragazze alla reception erano formidabili a organizzare il calendario, per cui andò a finire che l’unico attendente in quella sala d’aspetto divenne il sottoscritto.
In extremis, feci un ultimo tentativo negli ospedali. Tutti noi sapevamo di certi prodigiosi reparti, dove i medici uscivano a testa bassa dagli ambulatori e, prima di comunicare l’esito di un esame, si perdevano in tortuosi giri di parole.
Ma il giorno in cui raggiunsi il banco dell’accettazione di un prestigioso policlinico, mi si parò davanti un giovane esemplare di ENS. Allungò la proboscide e indicò prima l’interminabile fila di mammiferi che saliva su per le scale di servizio fino al Reparto Oncologia, poi una chiocciola di plastica dalla quale avrei dovuto estrarre la mia prenotazione. «Molte grazie» gli dissi, e voltai i miei cuscinetti di tessuto adiposo verso l’uscita.
A quel punto, fui costretto a ripiegare sui licei.
Mi ci vollero giorni prima di trovarne uno in cui mi fosse possibile superare l’atrio della segreteria senza accapigliarmi con qualche collega. (Così come utilizzo termini quali accapigliare per mammiferi dalla scarsa peluria, allo stesso modo mi ostino a chiamare colleghi quel branco di zoticoni incivili!)
Un pomeriggio presi coraggio e mi infilai in un corridoio dall’aspetto a dir poco scoraggiante, dove il bianco degli abbaini asciugava il marrone spento di una mezza boiserie. Risalii una rampa di scale, attento a non urtare con la mia coda metronomica una serie di striscioni spioventi, e mi affacciai in una classe (la 2ª C) così pregna di ormoni che dovetti arrotolare più volte la proboscide per impedirmi di starnutire. Era in corso una riunione fra studenti: inquadrai subito quelli che dormivano; quanto agli altri, non riuscii nemmeno a contarli, tanto erano svelti a cambiare di posto. Quello che giudicai il rappresentante di classe rollava una sigaretta coi piedi ben piantati sulla cattedra (l’elefante impresso sul pacchetto di Old Holborn trasformò il gesto in un presagio di sventura). In fondo alla stanza vidi un ENS appollaiato in cima a un armadietto: l’occhio destro sembrava implorare aiuto, il sinistro suggeriva la fuga. Feci la somma dei due e il risultato fu un brivido lungo la schiena.

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2 Corso di laurea a ciclo unico che studia la Giurisprudenza dal punto di vista dell’eloquio e del grado di funambolismo di chi la applica.
3 Per farla breve: esercizi posturali per favorire un corretto gonfiore toracico con le balle degli avvocati.

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Ricordo ancora le corse impacciate e gli scivoloni per aggiudicarsi il bottino di un genitore che entrava nell’ufficio della presidenza. C’erano dei veri e propri appostamenti. Il più veloce riusciva a infilarsi dentro, e gli altri, dall’uscio della porta in chiusura, lo ammiravano alzarsi sulle zampe posteriori in una posa da araldo elefantino. Se la porta restava chiusa per più di mezz’ora, voleva dire che il preside – pagella alla mano, dita affossate nell’incavo degli occhi – lo stava deliziando con un banchetto assortito di «Premetto che vostro figlio è molto dotato…» o «A casa vi parla mai delle sue esperienze scolastiche?». A volte capitava che l’ENS non riuscisse più a passare dalla porta, tanto era gonfio. Alla vista dell’animale incastrato tra gli stipiti, gli esclusi si scambiavano uno sguardo mesto, per poi scoppiare in un profluvio di barriti e applausi spastici volti a coprire l’invidia e promuovere un clima di subdola fratellanza.
Ritagliarsi un’occasione in quella scuola fu un’impresa così svilente che per poco non rivalutai i giorni trascorsi in strada. Vada per l’assenza indiscriminata di tabù. Passino pure i fischi da stadio, a cui i miei timpani doloranti si erano ormai abituati. Lo stesso dicasi per le imboscate fra ragazzi – molti dei quali, insofferenti alle circonlocuzioni, risolvevano a schiaffi ogni piccolo malinteso.
Ma la tecnologia… era un male senza rimedio.
Mio padre non si stancava mai di ripeterlo, col suo tono caustico e la punta della proboscide che seguiva il trafiletto sul giornale: «Prima o poi la tecnologia ci sostituirà!»
Non c’è molto altro da aggiungere. Vi lascio immaginare quale immane difficoltà, per un ENS, praticare la sua antica arte attrattiva in un’epoca come la nostra – un’epoca in cui, al primo cenno d’imbarazzo (data un’occasione qualsiasi, dal focolare domestico alla più luculliana delle feste), basti tirare fuori il telefono e puff… l’imbarazzo scompare.
Durante i miei primi anni di università presi addirittura parte a uno sciopero indetto dall’ICIER4 che si esaurì con una misera constatazione: davanti ai vizi dell’uomo non c’era nulla da fare, se non accettare il cambio di passo e rimettersi al lavoro.
«Tsé! Voi giovani vi credete l’armata di Annibale, ma alla prova dei fatti non sapete stare in piedi su uno sgabello da circo» commentò mio padre.
Comunque… se prima di arrivare in quel liceo mi ero illuso che le scene mute durante le interrogazioni mi avrebbero garantito un’ingente fonte di gonfiore, dovetti presto ritrattare. Quando il professore interrompeva il chiacchiericcio per chiamare qualcuno in cattedra, lo studente di turno lo raggiungeva con il telefono in mano (i polpastrelli in corsa per portare avanti la conversazione interrotta col compagno di banco). A quel punto, l’imbarazzo che avrei dovuto ricavare dallo studente passava a carico del professore, costretto a parlare da solo per cinque minuti buoni, vagliando ogni possibilità per accompagnare il ragazzo alla sufficienza e scongiurare così le ritorsioni dei genitori.
Fu in quel periodo di penose ristrettezze che una delle tante braccia di Ganesha si posò su di me e mi fece dono di un autentico miracolo. Si chiamava Rosy.

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4 International Coalition of Ignored Elephants in the Room.

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Il giorno in cui la incontrai capii subito che rientrava in quella categoria di ragazze che definisco fedeli alla propria favola. Come ogni aspirante principessa, Rosy aveva preso seriamente la tinta del suo soprannome, fino a renderla un destino prêt-à-porter. E dunque: lunghe extension rosa sbucavano dai suoi impersonali capelli castani; minigonne a scacchiera bianche e rosa le strizzavano i fianchi, dai quali s’incuneavano camicette di pizzo dello stesso colore, talvolta coperte da un corsetto a fantasia mista; sotto, calze lunghe autoreggenti, anche lì bianche o rosa. Portava degli enormi occhiali tondi a lenti neutre (pensate a un colore… indovinato!) e dei nastrini con cui si infiocchettava due lunghe trecce. Di rosa aveva anche, oltre il lucidalabbra che però metteva di rado, due guance molto larghe ricoperte di fondotinta, che sembravano dune del deserto e si accendevano di rosso vivo o bruno, a seconda che stessero troppo sotto al sole o sotto il torchio del giudizio altrui. Rosy amava i manga e amava Silvia, la sua migliore amica, la quale, per via di un lieve scompenso affettivo, ricambiava amando prima Rosy, poi i manga. Aggiungo che l’unico accessorio che Rosy indossava, al di fuori della sua congenita palette, era la sciarpa azzurrina che le prestava l’amica in cambio degli occhiali a lenti neutre, e così le due potevano vantare – per qualche ora o qualche giorno – rispettivamente: un pezzo di sé sull’altra, nel caso di Silvia, e un pezzo dell’altra su di sé, nel caso di Rosy.
Nel loro infinito bisbigliare e squittire, Rosy e Silvia formavano un delizioso club esclusivo, non tanto per scelta propria, quanto per la concorrenza spietata di un secondo club che comprendeva tutti gli altri.
Entrambe frequentavano la 5ª F.
Una sera le seguii a una piccola festicciola, scoprendo che erano state invitate per coprire la quota di alcuni compagni che avevano dato forfait all’ultimo.
«Che bello avervi qui, finalmente!» disse il padrone di casa, mentre baciava le guance rosso-brune di Rosy.
(In quel momento ebbi la certezza di aver fatto centro. Come già era capitato altre volte, iniziai a fantasticare su un mio ipotetico ritorno a casa: mi vedevo entrare nella mia vecchia stanza da letto, ora piacevolmente ristretta, e lì vi ritrovavo mio padre, anche lui ristretto, diciamo quanto un formichiere, al massimo un tapiro, forse a causa della pensione. Il vecchio si alzava e mi diceva: «Bravo ragazzo!», anche se, come al solito, quelle parole dette da lui suonavano molto poco attendibili e mandavano all’aria tutta l’attendibilità del sogno.)
Nel corso della serata, accadde che molti ragazzi vennero investiti da un forte senso di nausea. Una volta appurato che le consuete dita in gola non bastavano, il gruppo di amici decise che l’unico rimedio era creare un capannello disposto a cerchio sulle sedie in tavernetta, dal quale iniziò a diffondersi uno sciame di confidenze più o meno licenziose. L’artefice della seduta era una ragazza grassoccia con uno spesso strato di eyeliner, che richiamava l’attenzione di tutti e a turno li invitava a confessare il proprio «Bodycount!». Quando il dito fu puntato verso Rosy, questa sollevò la testa e cercò terrorizzata lo sguardo di Silvia. Era una di quelle volte in cui l’amica indossava i suoi occhiali a lenti neutre. Le due si guardarono per qualche secondo, poi Silvia si fece avanti.
«Soltanto uno» disse con fermezza.
Al suono di quelle parole, la faccia di Rosy si aprì in una lentissima serie di cerchi.
«Be’, è già qualcosa» disse la ragazza con l’eyeliner, «e tu?», di nuovo rivolta a Rosy.
«Io… io, penso che queste siano cose private» disse Rosy fingendo un’alzata di spalle.
La ragazza con l’eyeliner le disse di non fare la pudica, che tra di loro non dovevano esserci segreti, pur consapevole che non c’era alcun segreto, se non quello impresso a fuoco sulle guance di Rosy e manifesto a tutta la giuria di curiosi. Seguì, nell’ordine: lo scroscio dell’irrigatore in giardino, un «Quindi?» della ragazza con l’eyeliner, un «Te l’ho già detto!» di Rosy, una scoreggia di ignoti, una risata generale, un «Dài, andiamo avanti!» di qualcun altro. Da lì si andò avanti, e tra Rosy e Silvia non ci fu più nessuno sguardo.
(A questo punto credo sia il caso di fare un inciso. Come è noto, il corpo di un elefante standard, già di per sé, presenta parecchie differenze da quello di un uomo, per cui fare un paragone tra due sensazioni fisiologiche, sia pure dello stesso ordine, sarebbe un’impresa azzardata. Farlo col corpo elastico e flessuoso di un ENS è praticamente impossibile. Ma per riguardo verso l’immedesimazione del lettore – supportato dalle infinite digressioni della scrittura – proverò a cimentarmi. Dunque… immaginate il senso di soddisfazione di un palloncino, il quale sa da principio di essere brevettato per gonfiarsi, non perché sia furbo o consapevole di sé, ma perché non è altro che un palloncino, anche se passa gran parte della sua vita flaccido e striminzito; ma immaginatelo quell’unica sera, il suo grande debutto, tra i lustrini di un baby shower, quando dalla bocchetta di una pompa ad aria compressa sente compiersi il suo destino fatto di polimeri, e si vede crescere in volume e diventare ciò che già era, pure in quell’altra sua forma difettosa, solo che ora il mondo gli riconosce lo status di palloncino… ecco, questo era grossomodo come mi sentivo quella sera, in quella tavernetta, librandomi sopra quel cerchio di ragazzi come un’ape davanti a un grappolo di glicine, indecisa sul fiore da impollinare.)
A festa finita, quando seguii Rosy e Silvia fino alla macchina, ebbi un quadro più completo della situazione.
Silvia continuava a chiedere a Rosy se fosse abbastanza sobria per guidare. Rosy continuava a mugolare dicendole di stare zitta. Al terzo «Ma stai zitta!», Silvia le chiese che («stracazzo») di problema avesse. Rosy le disse: «Ma che stracazzo di problema hai tu!», e poi aggiunse che da una bugiarda come lei non accettava rimproveri. Silvia le domandò ancora una volta se fosse sobria, e a quel punto Rosy esplose: «Dimmi perché hai mentito!». Silvia rimase in silenzio. Dopo un po’ le fece notare che, a essere onesti, aveva anche lei, se non proprio mentito, quantomeno trascurato la verità. Ma Rosy sostenne che era stata proprio Silvia a costringerla. Se Silvia fosse stata sincera, lei l’avrebbe seguita a ruota e non avrebbe avuto bisogno di arrampicarsi in quel modo sugli specchi; anche perché, continuò Rosy: «Io sono in pace con la mia verginità!», e ripeté che non aveva alcun motivo di inventarsi quelle «stronzate», se non fosse che tra di loro era mancata l’intesa.
«Sì ma io la verità l’ho detta» disse Silvia.
Rosy prese a camminare più veloce, costringendo l’amica ad affrettarsi per stare al passo. Poi, complice lo shock, sbagliò a formulare la domanda: «Perché hai detto la verità?»
Silvia finse di non capire.
Rosy inciampò ancora nello stesso lapsus: «Che, che… cosa vuol dire la verità?»
Di nuovo, Silvia finse di non capire.
Rosy le disse di non fare la finta tonta, che aveva capito benissimo, che cosa voleva dire che quella era la verità?
«Vuol dire che l’ho fatto, Ro» disse Silvia.
Rosy si fermò di colpo. Silvia esaurì i due passi che aveva in canna, poi retrocesse senza nemmeno voltarsi. (Io ruzzolai in avanti e mi incastrai con la coda nella griglia di un tombino.)
«Ah sì? E con chi l’hai fatto?» chiese Rosy con un filo di voce.
Silvia le rispose col nome di un loro compagno («pensa, anche lui vergine») e Rosy le chiese come mai non avesse pensato di dirglielo. Silvia rispose che era successo da poco, che aveva intenzione di farlo, l’aveva solo fregata il tempismo. Poi, quando tornarono a camminare, prese una lunga rincorsa di verbi ausiliari e le disse che poteva darsi che forse in qualche modo avesse temuto che, sì, insomma, quell’episodio potesse incrinare il loro rapporto. Rosy ripeté «Incrinare…», come fosse la prima volta che sentiva la parola. Silvia rimase un po’ in silenzio, poi le chiese di nuovo se fosse abbastanza sobria e si sentisse di guidare.
«Sobrissima!» le rispose Rosy, poco prima di aprire la macchina e poco dopo essersi pulita il mascara colato sulla guancia.
A quel punto, la discussione era finita. Stimai di infilarmi nel bagagliaio, nella speranza di qualche ultimo, impercettibile sospiro. Ma poi mi convinsi che un animale in carriera, quale ormai mi sentivo, non si sarebbe mai sacrificato lì dentro per raccogliere le briciole, specie dopo una serata tanto generosa. Era meglio conservare il senso della misura e rimandare l’esercizio all’indomani.
E l’indomani fu ancora più florido del giorno prima. Credetemi se vi dico che, nel giro di una settimana, molti colleghi iniziarono a venerarmi come uno di quegli elefanti con la lettiga in groppa che trasportano i sultani. Quando entravo nell’atrio della segreteria al fianco della mia Rosy – l’aspettavo ogni mattina alla fermata dell’autobus, puntualmente in ritardo – alcuni ENS interrompevano i loro impegni (cioè dondolare lentamente sul posto) e mi venivano incontro curvando una zampa in segno di inchino.
Dopo quella sera avrei scommesso che né lei né Silvia si sarebbero più rivolte la parola. Per fortuna, la cosa andò diversamente.
Le ragazze del club molto più esteso presero Silvia in simpatia e fecero di tutto pur di trascinarla fuori dal suo club esclusivo. Silvia, però, mise subito in chiaro una condizione: se quelle ragazze la volevano tra loro, dovevano farsi andare bene anche la presenza di Rosy. Ma mentre lei si adoperava per coinvolgerla – e nel farlo estingueva così i suoi sensi di colpa – Rosy viveva quella novità come il più infido e sottile dei tradimenti, finché non arrivò a calarsi del tutto nella sua nuova parte di vittima designata, offerta in sacrificio dall’amica per il suo debutto nella popolarità.
Ogni uscita di gruppo rappresentava per lei un agguato.
Le nuove amiche di Silvia parlavano solo di ragazzi e di sesso, e ogni volta le sembrava di dover correre sui tizzoni ardenti per non scottarsi. Ad esempio, al cinema le ragazze sceglievano sempre commedie romantiche o drammi sentimentali, per approfondire uno degli argomenti più in voga, ovvero il coito simulato. Quando arrivava la tanto agognata scena di sesso, Rosy sentiva tutti i loro occhi addosso, come se l’intero film fosse stato concepito al solo scopo di metterla in ridicolo – e lo spettacolo in cartellone diventava quello della sua vergogna più intima. (Non vi dico che sollazzo, da parte mia, volteggiare per la sala e vedermi proiettate sul pancione intere sezioni di pellicola.)
Ad ogni modo, in lei non c’era solo imbarazzo. C’era anche un certo quantitativo d’invidia. Ed era comprensibile. Tra di loro, Rosy e Silvia si erano sempre definite amiche. Ma quella parola stava al loro rapporto quanto una goccia d’acqua a un banco di nebbia: la minima parte di un fenomeno molto più fitto e vaporoso.
Nei momenti di maggiore intimità, Rosy considerava Silvia una vera estensione di sé. E ora la invidiava come si potrebbe invidiare una zampa che si stacchi dal corpo e, oltre a lasciarci monchi, se ne vada in giro a battere un sentiero tutto suo, a noi inaccessibile.
(Mi permetto di indugiare su certi aspetti perché, come si sarà capito, ero diventato l’ENS personale di Rosy, e quando si diventa l’ENS personale di qualcuno nasce una strana alchimia, chiamiamola pure mutualistica, ove i pensieri, le angosce, i tic di quella persona diventano per l’ENS una specie di deformazione professionale.)
Ma per quanto l’invidia si trasformasse in delusione, e quest’ultima in odio e poi in chissà cos’altro, Rosy era consapevole che, senza Silvia, svegliarsi tutti i giorni per andare a scuola significava uscire di casa per prendere un pulmino con destinazione mare aperto e poi naufragio assicurato, e a quel punto non le restava che aggrapparsi ai resti galleggianti della sua favola fuori uso e osservare il cerchio di squali che le vorticava intorno.

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Un pomeriggio, al rientro dalla pausa pranzo, qualcuno lasciò sul banco di Rosy una montagna di preservativi. Ma quella fu solo la miccia. Il problema fu che la professoressa d’inglese – il tipo di donna che fa spallucce all’età anagrafica e usa il linguaggio come un siero antirughe – anziché condannare il gesto e far luce sui responsabili, si rivolse a Rosy con un occhiolino e le disse: «You’ve fallen in love!». Poi si alzò, lo scrisse alla lavagna, indicò le parole col gessetto e tutta la classe ripeté: «You’ve fallen in love». Ma il vero problema non fu nemmeno quello.
Rosy non smetteva di cercare lo sguardo di Silvia, che nascondeva la testa dietro lo zaino e tratteneva le guance gonfie di risa, bene in vista alla sua nuova compagna di banco. A un certo punto, le guance le scoppiarono in una pernacchia involontaria. Ecco l’effettiva detonazione del problema. Rosy se ne accorse, e accadde una cosa strana: sollevò la testa e incrociò il mio sguardo (ormai erano ore che non toccavo terra). Fino ad allora avevo vissuto nella quieta convinzione che nessun umano potesse vedermi, e tuttavia mi sentii inchiodato da quei piccoli occhi luccicanti, che colavano a picco oltre l’oblò delle lenti senza gradazione. A questo si aggiunse un impercettibile movimento del collo. Lì per lì pensai che fosse solo un cenno di sconforto, ma più guardavo Rosy e più mi rendevo conto che stava facendo di no con la testa, e siccome dietro di me c’erano solo pannelli grigi e bucherellati (ed è più ragionevole supporre che qualcuno se la prenda con un fantasma piuttosto che con il controsoffitto) capii che quel no era rivolto a me. Provai a spostarmi di qualche centimetro e vidi le sue pupille seguirmi, e solo allora lasciai cadere lo stupore e iniziai a prenderla sul personale.
Hai poco da guardarmi così, ragazzina!, mi ripetevo in testa.
Erano già diversi minuti che non aspiravo più, eppure non c’era verso di sgonfiarmi.
A un certo punto, Rosy abbassò la testa e disse che doveva andare al bagno. Lo disse sbagliando tutti gli accenti: «Devò… andaré… in baàgno». Mentre si alzava, qualcuno le ricordò il preservativo, e la professoressa aggiunse: «Oh-oh, very funny…»
Combattei in ogni modo la gravità per staccarmi dal soffitto e tornare con le zampe a terra. Naturalmente mi incastrai in mezzo alla porta. Un paio di ENS che passavano di lì si fermarono per applaudirmi; io gli lanciai uno sguardo patibolare e con la proboscide feci segno di levarsi dai piedi. (Imbecilli.) Bloccato com’ero, riuscii solo a voltare la testa in cerca di Rosy, ma non la vidi. Cominciai ad agitare le gambe – per metà inghiottite nel busto – sperando di spostare l’aria e tirarmi fuori. (Imbecille pure io.) Fortuna volle che l’uscita di Silvia mi sbalzasse in avanti.
«Ro! Roo!»
Corremmo per il corridoio. Ispezionammo il bagno, l’area macchinette. Poi ci affacciammo dalla ringhiera sull’atrio: di Rosy non c’era traccia nemmeno al piano di sotto. «Cazzo-merda-troia» disse Silvia. Io pensai a una cosa simile, ma meno scurrile. Quindi volammo giù per le scale (lei di corsa, io letteralmente).
Una volta fuori, Silvia accentuò e prolungò la o di «Rooooooo!»
Con la coda dell’occhio vidi il pubblico di studenti affacciato alla finestra, in mezzo a loro, la professoressa si sbracciava e gridava a Silvia di tornare in classe («Se no… I have to call the police, sweetie!»), mentre i ragazzi le urlavano di andare a destra, anzi no, a sinistra, poi di nuovo a destra, poi le suggerirono di fermare un taxi, uno di loro le gridò di mettersi in cammino e raggiungere il Monte Fato e bruciare l’anello, poi lanciò dalla finestra qualcosa che svolazzò per qualche istante e alla seconda occhiata capii che era uno dei preservativi. A quel punto la professoressa gridò un appellativo poco gentile ai ragazzi che però venne coperto quasi per intero dal suono di un clacson, quando Silvia si piazzò in mezzo alla strada e fermò una macchina, supplicando il conducente di farla salire perché doveva raggiungere un’amica in grave pericolo. «Quella si ammazza!» continuava a ripetere. Il conducente le disse di levarsi di mezzo, che non era in vena di scherzi e ne aveva le scatole piene dei ragazzini che bloccano il traffico. Silvia gli disse di andare a farsi fottere e gli tirò un calcio sul paraurti. Corse come una disperata in direzione di un campetto da calcio che dava su una striscia di boscaglia. Per fortuna, mi ero sgonfiato quel tanto da starle dietro.
Correva scoordinata, Silvia. Con le mani strette a pugno e le braccia che si torcevano come per liberarsi da un groviglio invisibile. La sua sciarpa azzurrina si librava in aria e ogni tanto faceva piccoli scatti verso l’alto – a vederla dalla mia posizione sembrava un pezzo di cielo in rilievo che cercava di strangolarla. Comunque correva veloce, e io le stavo dietro. L’adrenalina mi fece vedere dall’esterno, come un cavallo che trotta al fianco della sua amazzone, e d’un tratto mi dimenticai della mia vera natura e sentii una specie di effervescenza salire dalle zampe fino alle orecchie.
A dire il vero, ignoravo persino perché stessi correndo. Da quando Rosy mi aveva piantato i suoi occhi addosso, mi ero offeso così profondamente da non vederci più. Per la prima volta nella mia vita, mi limitavo a seguire l’istinto. Nondimeno, il mio cervello continuava a macerarsi nella stessa serie di domande irrisolte: cosa aveva visto Rosy? Com’era potuto accadere? Dove avevo sbagliato?
Tornai con la mente a quello sguardo.
Non mi sentivo responsabile dei problemi di Rosy, più di quanto non lo sia un pastore che tosa la sua pecora. La lana cresce indipendentemente dal pastore; se poi il pastore è così abile da selezionare la giusta razza e tirarla su col giusto mangime e individuare il giusto periodo di tosatura eccetera, insomma, se è così capace da far sì che il dorso di quella pecora produca tanta lana da imbottirci la stalla, be’ quello è un altro discorso. Ti è andata male, ragazzina. Hai solo trovato un ENS dannatamente bravo!
E tuttavia, in quell’arteria congestionata che era ormai la mia testa, un pensiero si fece strada controcorrente. Forse avrei dovuto provare vergogna per ciò che facevo. Forse, il peso – ben più che pachidermico – della mia famiglia, l’ammirazione verso mio padre, le aspettative che temevo di infrangere, tutto questo mi aveva reso un animale opportunista e spregiudicato, oltre i limiti dell’accettabile. Forse ciò che fino a quel momento avevo scambiato per una vocazione, per non dire un destino, altro non era che un abbaglio, qualcosa che la distanza rende desiderabile per via dei tanti passi necessari a raggiungerla. Forse, se avessi smesso di considerarmi un ENS e di comportarmi come tale, non sarei caduto in disgrazia come credevo, forse, semplicemente, sarei stato qualcos’altro…
Un impasto di voce, singhiozzi e sobbalzi fuoriusciva scomposto dalla bocca di Silvia: «Que-sta sce-e-ma si am-maz-za… si but-ta nel fiu-m-me… com-e in quell’a-a-nime…», ma il su e giù della corsa spezzò quei suoni un attimo prima che i miei enormi padiglioni ballonzolanti li registrassero come parole.
Da lontano il bosco sembrava un battaglione compatto di pini e faggi. Una volta dentro, però, constatai che la distanza tra un albero e l’altro era di gran lunga maggiore di quanto mi aspettassi.
Silvia scese verso il fiume, se così lo si poteva chiamare, un corso d’acqua limacciosa e maleodorante, costeggiato da una rete metallica, che sgorgava impetuoso da un grosso condotto in cemento. Alla vista di quella scena riaffiorarono le parole di Silvia, ma pensai che quello non sembrava affatto il posto in cui una come Rosy avrebbe scelto di togliersi la vita. Nella discesa dal crinale persi l’equilibrio e rotolai giù verso l’alveo, dove sfondai la rete e piombai in acqua.
Se c’è una differenza sostanziale tra noi e i nostri cugini elefanti standard, è che loro sono dei grandi nuotatori, mentre noi a malapena sappiamo stare a galla. Questo perché, in millenni di evoluzione, appurato che gran parte degli impicci umani si consumava sulla terraferma, abbiamo barattato l’abilità natatoria per la trasparenza e l’elasticità dei tessuti. Risultato: la corrente iniziò a trascinarmi sempre più lontano, e la sagoma di Silvia si rimpicciolì fino a diventare una delle tante gocce che mi pendevano dalle ciglia.
Dato che non avevo quasi più aria, dovevo scegliere bene come impiegarla: se per dare fiato all’angoscia o ventilare il cervello e dirigere i movimenti delle zampe. Fu così che mi imposi di prenderla a ridere: pensa che buffo, mi dissi, se alla fine quello che ci rimane secco sono io. (Ah-ah!) Ma quel pensiero ebbe l’esito di farmi sentire come uno stupido elefante delle favole, quelli che ci rimangono secchi per impartire una morale ai bambini; e poiché nel mio caso la morale era tutt’altro che chiara, finii per intristirmi.
Dopo un paio di curve verificai che annaspare non serviva granché. Iniziai a preoccuparmi, e da lì a precipitare nel panico fu un attimo. Il corso d’acqua confluiva in un fiume fatto e finito e da un momento all’altro sotto le zampe non sentivo più nulla. Se fossi riuscito ad aspirare anche solo un granello di imbarazzo, forse avrei potuto gonfiarmi quel tanto che bastava per incagliarmi in un interstizio fra le rocce. Ma ahimè, quel bosco non aveva niente da offrirmi… in quell’istante realizzai quanto gli ENS fossero dipendenti dagli esseri umani e quanto ci sbagliassimo a credere il contrario (elefante da circo, non sai fare altro che gonfiarti!), e non c’è niente di peggio che vergognarsi della propria natura in punto di morte, ve lo assicuro. Per fortuna, il mio favolista deve aver pensato che, senza un epilogo convincente, conveniva darmi una seconda possibilità – e così andai a schiantarmi contro il più classico dei fusti sradicati che di norma salva la vita a chi finisce nei fiumi. Riuscii ad attorcigliarmici con la proboscide, che già da un po’ era l’unica parte emersa del corpo, e la tenevo dritta come il periscopio di un sottomarino. Una volta salito sul tronco, la proboscide rimaneva l’unica parte di me che ancora riuscivo a muovere, così la usai per arpionare uno dopo l’altro i rami e trascinarmi fino a riva. Feci ancora qualche metro e mi assicurai a un punto dove la risacca del fiume, qualora avessi perso i sensi, non poteva travolgermi e tirarmi in acqua.
Stavo per morire? Forse sì, forse no. Ormai aveva poca importanza. Ero già assorbito da un nuovo ordine di pensiero, in cui mi beavo nella nostalgia di una vita mai vissuta, quella da elefante standard. A tal proposito: un tratto che abbiamo conservato del loro patrimonio genetico è la scarsità di vista. Per questo fui piuttosto stupito quando la felce a cui mi ero aggrappato con lo sguardo prese a farsi avanti. Quando fu a una quindicina di metri da me intravidi qualcosa simile a delle gambe, e quando si avvicinò ancora ne distinsi le scarpe e due fronde che si rivelarono due trecce di capelli. Solo a quel punto rinunciai con rammarico all’immagine della felce e, dopo un crepitio di ginocchia che si piegavano, vidi la mano di Rosy che mi accarezzava la proboscide.
Il primo impulso fu quello di convogliare ogni sforzo verso i muscoli del collo, per sollevare la testa e poterla guardare negli occhi. Ma all’immobilità si era aggiunto un profondo senso di torpore, per cui faticavo anche solo a tenere aperte le palpebre. Rosy si piegò ulteriormente e si adagiò su di me fino a circondarmi il collo con le braccia. Dall’incontro delle gocce fredde sul mio corpo con altre più calde del suo, ne dedussi che stesse piangendo. Per un attimo mi ricordai di Silvia e mi chiesi dove fosse finita, ma a quel punto non ebbi voglia di approfondire la domanda.
La natura intorno a me stava perdendo il suo nitore, e la pelle, la mia dura scorza di pachiderma, si squamava e la vedevo, fatta di tanti coriandoli marroncini, alzarsi in volo in piccoli mulinelli. L’ultima cosa che udii fu la voce di Rosy che sussurrava: «Lo diremo… lo diremo al momento opportuno». L’ultima cosa che vidi fu un banalissimo raggio di sole, intorno al quale tutto si spense.

***

Poi ci fu il buio. Non però il buio dell’aldilà o cose di quel tipo. No, un buio molto più profano e circoscritto. Un buio che, con un solo microscopico spiraglio di luce, l’occhio avrebbe distinto nelle sue forme. Ma era un buio ben sigillato, quello. Un buio che puzzava di legno vecchio e naftalina. Intorno a me, poi, anche se nulla mi sfiorava, percepivo la presenza di qualcosa di inanimato. La percepivo più forte del mio corpo, che sembrava scarico del suo peso abituale.
A un certo punto, chissà dopo quanti milioni di secondi, sentii un rumore lontano, come una serie di tonfi, provenire dall’altra parte del buio. Poi, nell’ordine: una porta che sbatteva, una cerniera che si apriva, un frastuono di penne, libri e altre cianfrusaglie, il guaito di un cane, un altro guaito più preciso che a quel punto compresi non essere un guaito bensì un singhiozzo molto lungo, un po’ di quel silenzio manifesto in cui c’è qualcuno che si sforza di fare silenzio, poi di nuovo la cerniera (stavolta uno strappo molto più violento), e infine dei passi in avvicinamento. Poi, al contrario di quanto accade per i temporali, ci fu un tuono seguito da un lampo.
La prima cosa che vidi illuminata fu una superficie verdognola che pian piano identificai come un tailleur. A destra un cappotto e una giacca a vento; a sinistra delle cinture glitterate, un paio di jeans, delle camicette da donna e degli avanzi di buio che mangiavano il resto del guardaroba. Come seconda cosa, vidi il mio corpo. O meglio, ciò che ne rimaneva: un banco di ossa accatastate. Nel mucchio, ne scorsi una più larga e arcuata che doveva essere il bacino, quanto alle altre non c’era modo di indovinare la provenienza. Poi alzai gli occhi (dico occhi ma intendo il luccichìo delle mie orbite vuote) e vidi la sagoma di Rosy: un braccio poggiato a un’anta, naso e labbra raccolti in una smorfia indecifrabile che poteva essere dolore, abbandono, ma anche sollievo e beatitudine. Mi fissava, e io non potevo far altro che fissarla a mia volta, impotente, come se l’unica ragione della mia presenza lì fosse quella di assecondare il suo sguardo. Allora ripensai alla mia sagoma nel fiume che rinnegava gli ENS, la famiglia, la sorte, e li rimpiansi tutti in un colpo solo. Poi ci fu l’immagine di mio padre che planava a casa come una mongolfiera, e mi sembrò la cosa più lontana da me in quel momento. D’un tratto, lo sguardo di Rosy si discostò (e io mi sentii inutilmente nudo) per posarsi sulla sua mano destra. Solo allora mi accorsi che stringeva un fagottino bluastro. Quando lo districò per osservarlo, la riconobbi all’istante: era la sciarpa di Silvia. Rosy l’appallottolò di nuovo, poi si chinò e iniziò a rovistare tra le mie ossa. Mentre spostava un omero, o forse una tibia, ebbi un lampo chiarificatore che frugò le cavità della mia coscienza: ecco dove finiscono gli ENS che si spingono troppo in là, mi dissi. Una volta trovato l’osso che più la convinceva, Rosy vi legò intorno la sciarpa e lo ripose nel mucchio. Allora, senza degnarmi di un secondo sguardo, si alzò in piedi e richiuse le ante dell’armadio.

***

Non so quanti anni siano passati, né tantomeno se si possa parlare di anni. Quello in cui mi trovo presumo sia il ripostiglio di una vecchia stanza dismessa. Ogni tanto sento Rosy che si avvicina di soppiatto (sono certo che le sue guance rosate si infuochino alla sola idea che io possa sentirla, eppure la sento…), sento le sue mani che si posano leggere come farfalle sui pomelli ed emettono una vibrazione bassissima.
Ecco. Come accennavo all’inizio… le mie fattezze di ENS, ormai, non sono che un lontano ricordo. Queste parole rappresentano per me l’ultima occasione di rotondità. Eppure, lo so per certo: fintanto che le ante di questo armadio resteranno chiuse, continuerò a esistere in quella fievole, indistinta vibrazione.


© Giulia Parlato, Elephants, da Royal Zoo (2025).
In copertina: Box, da Diachronicles (2019).

Curatela editoriale: Giuseppe Cappitta


Federico Silvano lavora come Story Editor e Content Development Executive presso la casa di produzione audiovisiva Indiana Production. Si è formato tra Torino e Milano, con una laurea al DAMS e un master di scrittura presso la IULM Communication School. I suoi racconti sono apparsi nell’antologia A casa prima del buio (Biblion Edizioni) e su riviste letterarie quali «Il Gabinetto» e «Il bestiario».


Giulia Parlato (1993, Palermo) è un’artista visiva che lavora tra Roma e Palermo. Dopo dodici anni trascorsi a Londra, dove ha studiato fotografia al London College of Communication e conseguito un master al Royal College of Art, è tornata in Italia per ritrovare le sue radici mediterranee e approfondire la sua pratica concettuale ed estetica. Il suo lavoro, che comprende fotografia, video e suono, esplora il modo in cui finzione e storia si intrecciano. Attraverso immagini accuratamente costruite, riflette sui modi in cui la conoscenza si forma, viene registrata e talvolta distorta. Gli spazi sotterranei, sia letterali che simbolici, sono un luogo ricorrente di indagine, che incarna la memoria nascosta, la trasformazione e la possibilità di narrazioni alternative.
Il suo lavoro è esposto a livello nazionale e internazionale in mostre collettive e personali, tra cui Palazzo Esposizioni (Roma, 2025), l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma (2025) e Londra (2024), il MAXXI (Roma, 2024), la Triennale (Milano, 2023), Have a Butchers (Londra, 2022), Athens Photo Festival (Grecia, 2024) e Photo Fringe (Brighton, 2020). Ha ricevuto il Premio Luigi Ghirri (2022), l’Innovate Grant (2020), il Camera Work Award (2020) e il Carte Blanche Étudiants Award (2019). Le sue opere fanno parte di collezioni sia pubbliche che private, come la Sir Mark Fehrs Haukohl Collection of European Women Photographers presso il Los Angeles County Museum of Art e il Brooklyn Museum, Donata Pizzi, la Biblioteca Panizzi e Pier Luigi Gibelli.



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