Stefano Fortin – Cenere

RETROSCENA #3

a cura di Eliana Rotella

estratto da Cenere
di Stefano Fortin

testo vincitore del bando Biennale College Teatro – Drammaturgia under 40 2022/2023

PRESENTAZIONE

Rot – il colore-tema della Biennale Teatro 2022 in cui è nato questo testo – è per me uno sforzo, un graffio, un’azione nella quale abita una violenza più crudele di quella del fuoco: quella della cenere, ciò che resta quando tutto sembra finito.
Nel 2010 l’eruzione di un vulcano islandese bloccò mezza Europa non con il suo magma ma con l’enorme quantità di cenere prodotta, che si sparse indistintamente su quasi tutto il continente. Questo evento mi ha portato a riconsiderare la natura dalla rabbia, che può sì essere esplosiva ma anche corrosiva e logorante. Non esiste un prima e un dopo la rabbia, esiste un continuum.
Al cuore del rosso c’è il grigio-nero della cenere, un sentimento pre-politico e post-politico.
Ogni corpo è polvere brutale.

Il granello di polvere-cenere è però anche la grana della voce di cui parlava Roland Barthes, la «materialità del corpo che parla la sua lingua materna». Il rosso-cenere si configura perciò anche come la presa di parola, privata ma soprattutto pubblica, dal silenzio prima di parlare a quello che resta dopo che si è detto tutto.
Cosa significa prendere la parola?

Cenere parte da una suggestione lucreziana: gli atomi (la nostra vita materiale destinata alla fine) vengono paragonati dal poeta latino al pulviscolo che intravediamo quando un raggio di sole entra da una finestra. Milioni di granelli che si muovono freneticamente, scendendo dall’alto verso il basso, si scontrano e si allontanano in un processo senza senso di aggregazione e disgregazione. Il dibattersi furioso di qualcosa che ha senso solo perché cade.

Cenere è strutturato in un prologo e tre quadri distinti.
La prima scena è costituita da una didascalia che descrive la lenta e continua caduta dall’alto della cenere sul palcoscenico, inizialmente intonso e primordiale, caduta che proseguirà ininterrotta per tutta la durata del testo in un processo irreversibile di accumulazione.
I quadri rappresentano invece tre distinte prese di parola: quella di un figlio chiamato dai genitori a fare colazione (No); quella di un poliziotto che deve avvertire una coppia di genitori della morte del figlio (Qui); quella di una vittima che parla di sé e di ciò che le è accaduto (Tutto).
Oltre alle voci dei personaggi è presente anche quella dell’autore, che decide di intervenire, osservando e commentando attraverso le note ciò che accade in scena.
Il copione è disposto su due livelli: nella parte superiore trovano spazio didascalie e battute; nella parte inferiore (in nota) è collocata un’altra voce, che interviene in corrispondenza dell’elemento verbale cui è riferita.
Entrambi questi livelli costituiscono il testo drammatico.
Le battute della voce commentano quanto accade in scena. Tuttavia non si sovrappongono mai alle battute dei personaggi (disposte nella parte superiore). Nei casi in cui c’è il rischio di questa sovrapposizione, l’azione scenica semplicemente rimane sospesa finché la voce non ha terminato la sua parte.

La parte in nota non è fissa, a ogni allestimento necessita di essere riscritta. Non ha sempre le stesse cose da dire.

Stefano Fortin



molti piccoli corpi in molti modi vedrai che nel vuoto
proprio della luce dei raggi si mescolano tra di loro

Tito Lucrezio Caro

NO

Il salotto di una casa.
Un televisore trasmette i funerali di Pier Paolo Pasolini.
1
Il padre entra in salotto scendendo dalle scale.
La madre sta preparando la colazione in cucina.

PADRE     Buongiorno.
MADRE   (da fuori) Ciao, sono in cucina.
PADRE     Hai fatto tu il caffè?
MADRE   (da fuori) Sì, mi sono svegliata presto stamattina.
PADRE     Non ti ho sentita.
MADRE   (da fuori) Ho fatto piano.
PADRE     A che ora ti sei alzata?
MADRE   (entra) Alle sei. Non riuscivo più a riaddormentarmi e sono scesa.
PADRE     Ancora?

_______________________

1 ricordo che per molto tempo sono stato ossessionato da Pasolini: l’ho letto, riletto, compulsato, sono persino andato un paio di volte nel discreto cimitero di Casarsa, appoggiato appena fuori quel piccolo centro urbano del Friuli tra campi e cicale; ricordo distintamente di aver sentito, la seconda volta, la strana sensazione di essere finito lì non per ricordare ma per seppellire qualcosa, avvertivo di essere solo e calmo; soprattutto io non sapevo niente, non avevo nulla da dire e non ho mai percepito la necessità di andare in riva al mare, a Ostia, a vedere dal vivo il suo Golgota, nemmeno una volta, tanto meno adesso che vivo un odio barbarico verso Roma, rimasta ancora oggi la stessa Roma di Pasolini: un coagulo di periferie, classi medie annoiate, Alberti Moravia e generazioni di quelli che PPP chiamava «mostri», una Roma amministrativa e teatrale che non poteva non essere il palcoscenico perfetto per la morte dei martiri, Roma in comitiva | giubilo, anima viva | Roma in solitudine, | straducole, ebrietudine | Roma urbe e celeste | ragazze bottiglie ceste |Roma nera e intasata | famelica, violentata | Roma arresa, inferocita | puzza di uva marcita | Roma dietro quelle mura | vendi solo spazzatura | Roma dentro al Palazzo | vedi d’attaccarte ar cazzo | Roma tutta cantiere | Tevere, Belvedere | Roma di Sorrentino, | persiana verde, zecchino | Roma immane mollusco | rimi ancora con «De-Fusco»? | Roma ch’è tutto dire, | sospiro da non finire; a volte mi chiedo cosa sarebbe Roma se non fosse più Romacapitale, e devo dire che la risposta a questa domanda è perfetta per l’occasione, perché se Roma non fosse Romacapitale sarebbe Venezia: rovine nelle foto di milioni di turisti

MADRE   Sarà che sono nervosa in questi giorni.
PADRE     Si è alzato?
MADRE   Non so, non credo. (esce)
Silenzio.
PADRE     La notte ti svegli perché devi andare in bagno?
MADRE   (da fuori) A volte sì, a volte no. O forse vado a letto troppo presto.
PADRE     Prova a restare in piedi un po’ di più. Potremmo guardare la televisione, fanno molte cose interessanti in seconda serata.
MADRE   (da fuori) Mi addormenterei sul divano. Tanto vale dormire comoda, così se poi mi sveglio presto almeno ho riposato.
PADRE     Potremmo uscire.
MADRE   (entra) Per andare dove?
PADRE     Andiamo tutti e tre al cinema. Ci guardiamo un film e torniamo a casa.
MADRE   Non ci vuole più venire con noi al cinema.
PADRE     La settimana scorsa è venuto.
MADRE   Veramente non voleva. Ti aveva detto di no.
PADRE     Alla fine è venuto.
MADRE   Non hai capito che ti stava dicendo di no.
PADRE     Credi?
MADRE   Aveva provato a fartelo capire. Scuoteva la testa, non ti guardava, stava sempre con il mento verso il basso. Girava la testa a destra e a sinistra e non ti fissava mai.
PADRE     Sembrava ci stesse pensando.
MADRE   Si è pure voltato di spalle a un certo punto. Ha provato a dirti di no, ma tu non hai capito.
PADRE     È lui che è diventato misterioso. Sarà l’età. Diventano sempre così alla sua età.
MADRE   Sei tu che sei invecchiato. (esce)
PADRE     Perché dici invecchiato? È invecchiato anche lui.
Lungo silenzio.

Fuori scena rumore di qualcosa che si rompe.
Silenzio
.
PADRE     Qualche problema?
Silenzio.
PADRE     (sulla soglia della porta) Non mi hai sentito?
MADRE   (da fuori) Cosa?
PADRE     (sulla soglia) Qualche problema? Ti è caduto qualcosa?
MADRE   (da fuori) Niente, tutto bene, mi è solo scivolato. Mi è scivolato un piatto.
PADRE     Per forza, fai sempre tutto di fretta.
MADRE   (da fuori) Mi sono distratta. Scusa.
PADRE     (sulla soglia) Ti sei fatta male?
MADRE   (da fuori) Tutto bene.
PADRE     (sulla soglia) Sicura? Ti serve una mano?
MADRE   (da fuori) No, vai pure. Adesso ti raggiungo.
PADRE     Gli anni passano per tutti. Perché io sì e lui no?
MADRE   (da fuori) Lui è diventato grande. Tu sei invecchiato.
PADRE     Anche tu lo sei.
MADRE   (da fuori) No, per me è diverso. Io sono rassegnata.
PADRE     Rassegnata? A cosa?
MADRE   (da fuori) Al fatto che prima o poi se ne andrà.
PADRE     Invece io no?
MADRE   (da fuori) No, per niente.
PADRE     E si può sapere perché?
MADRE   (da fuori) Perché tu non l’hai partorito.
PADRE     E quindi?
MADRE   (sulla soglia della porta) E quindi non l’hai ancora perso. Io invece sì. Era un pezzo del mio corpo che ad un certo punto si è staccato da me ed è uscito fuori. La prima cosa che fatto nella sua vita è stata dirmi di no, per questo riesco sempre a capire quando lo sta dicendo a qualcuno, come a te la settimana scorsa. È uscito fuori piangendo, tutto rosso, è stato orribile. La prima cosa che mi ha detto è stata no. E io l’ho perso. È una strana sensazione. Ricordo che io non l’avevo capito, non capivo più niente, ero così stanca che non pensavo più, con il corpo che quasi non rispondeva. Provavo a muovere le gambe e stavano ferme, aperte, la testa non si voltava né a destra né a sinistra. Era l’aria che entrava dentro di me, non io che respiravo, entrava e usciva. Tutte le cose, le persone intorno mi vedevano, lui mi vedeva e io, senza abbassare la testa, solo gli occhi, lo guardavo. Li spingevo più in basso che potevo e anche se non bastava, anche se avrei voluto che non ci fosse il naso di mezzo a nascondere un minuscolo pezzo là sotto, io li spingevo ancora e ancora, mi sforzavo. Mi sentivo immobile. Non lo avevo capito, me ne ero semplicemente resa conto, come fosse un dato di fatto: avevo perso qualcosa e non c’era più nulla da fare. (esce)
Silenzio.2
MADRE   (da fuori) Sei ancora lì? (entra) Allora?
PADRE     Guardo la televisione.
MADRE   Vedi? Sei invecchiato. Sei diventato permaloso.
PADRE     Smettila.
MADRE   Non vuole nemmeno fare più colazione con noi.
PADRE     Non va bene così. Farà tardi. Non si fa.
MADRE   Si sveglia sempre all’ultimo.
PADRE     Una volta era il primo.
MADRE   Già. Una volta.
Silenzio.
PADRE     Non gli ho insegnato a comportarsi in questo modo.
MADRE   Lui comincia a fare come vuole. A prendersi il tempo che gli serve.
PADRE     A prendersi che? A che gli serve tutto questo tempo? Il mondo va avanti e non lo aspetta.
MADRE   Sei tu che lo aspetti. Nessuno là fuori lo fa, come non aspettano né me né te.
PADRE     Bene. Allora stamattina non esco, tanto in ufficio nessuno si accorgerà che manco. Sono invecchiato. Capiranno. Adesso resto seduto qui, aspetto che il caffè si raffreddi, che si riempia di cenere, che i miei vestiti, le scarpe, l’argenteria, il tavolo, la televisione, le tende, che tutto si riempia di cenere. Sta tutto intorno, da qualche parte dovrà cadere. Adesso restiamo tutti e due fermi a perdere tempo. Anche tu. Devi andare da qualche parte? Ti aspetta qualcuno? Dimmi. Hai qualche impegno? Ti sto facendo perdere tempo?
MADRE   No, non ho impegni.
PADRE     Sono solo preoccupato per lui. Dormire troppo non fa bene.
MADRE   Io vorrei capire come fa.

_______________________

2 Venezia, Sala d’Armi A, venerdì 21/sabato 22 giugno 2024, siamo qui, dunque, spettatori e spettatrici, con Giampiero Judica e Giulia Weber che in questo momento sono lì, in piedi, davanti a voi seduti, sono lì vivi come lo siete voi, come lo sono io che parlo, vivi perché dotati di tutte quelle caratteristiche che siamo soliti attribuire a chi è in vita: sono in piedi, respirano, parlano, si muovono; ma anche se stessero fermi immobili, zitti e non respirassero per cinque/dieci/venti minuti, anche in quel caso rimarrebbero vivi, inevitabilmente, come me e voi, perché niente sembra morto davvero nello spazio di una performance, almeno un poco; l’unica cosa finta, in Sala d’Armi, è la morte, perché nessuno muore davvero in Sala d’Armi, nemmeno coloro che sono già morti o stanno morendo, perché siamo a teatro, e nonostante qualcuno dicesse (non ricordo bene chi, ma sono quasi certo fosse Heiner Müller) nonostante Müller dicesse che questo esercizio che stiamo facendo ha a che fare con il dialogo coi morti, nonostante questo nessuno può essere morto o morire qui, anche se morisse per davvero; possiamo solo guardarci vivi, ora

PADRE     Tu perché non usi dei tappi? Hai il sonno troppo leggero. Non riesci ad addormentarti profondamente e ti svegli stanca.
MADRE   Non credo. Ormai non ricordo più il suono della sveglia. Non la carico nemmeno. Tanto la spegnerei prima che suoni.
PADRE     Fa un rumore insopportabile.
MADRE   A volte fingo di sentirla per credere di essermi appena svegliata.
PADRE     Che fai ti immagini le cose adesso? Senti le voci?
Silenzio.
La madre esce.
PADRE     Lui invece dovrebbe sentirla la sveglia. (a voce alta) Allora? Vogliamo scendere?
MADRE   (da fuori) Perdi il tuo tempo.
Silenzio.
PADRE     Che c’è? Perché vai avanti e indietro in continuazione stamattina?
MADRE   (da fuori) Niente. Non ho niente.
PADRE     Sembri distratta.
Silenzio.
PADRE     Non ho voglia di urlare. Vieni di qua e dimmi che hai.
MADRE   (entra) Tu non lo hai sentito?
PADRE     Cosa?
MADRE   Mi sembrava/
PADRE     Cosa?
Silenzio.
PADRE     Cosa?
MADRE   Poco fa.
PADRE     Il piatto?
MADRE   Non parlo del piatto.
PADRE     Te lo sarai immaginato.
MADRE   Ti dico che l’ho sentito.
PADRE     Da dove veniva?
MADRE   No so, da sopra, da sotto, non so.
PADRE     Non è la stessa cosa.
MADRE   Da sotto, mi pare da sotto.
PADRE     Sotto il pavimento della cucina? Ci saranno dei topi nelle fondamenta. Domani darò un’occhiata.
MADRE   Non puoi andare adesso?
PADRE     Lo farò domani. Adesso non ho tempo. Devo andare al lavoro.
MADRE   Domattina?
PADRE     Promesso.
MADRE   Promesso. (esce)
PADRE     (urlando) Ultimo avviso! O scendi tu o salgo io!
PADRE     Sabato mattina non ha da fare?
MADRE   No, è a casa.
PADRE     Bene, mi darà una mano coi topi. Così si sveglia.
MADRE   Tu hai paura dei topi.
PADRE     Certo. Per questo ho pensato di portarlo con me. Spero ne abbia di meno.
MADRE   Come quando siamo andati a fare quel giro lungo il fiume.
PADRE     Non me lo ricordare.
MADRE   Estate. Due giovani ventenni se ne vanno in giro per la campagna.
PADRE     Basta.
MADRE   La natura è amichevole, il clima caldo, non c’è una bava di vento. I due ragazzi si fermano per riprendere fiato, asciugarsi dal sudore.
PADRE     Smettila.
MADRE   Lasciano le biciclette sulla cima dell’argine e scendono verso l’acqua per darsi una rinfrescata. Lui offre a lei la mano perché la discesa è ripida. Ma l’erba è alta, non si vede tutto quello che si muove a pelo d’acqua vicino alla riva.
PADRE     Ti odio.
MADRE   Così il topo uscì. E l’urlo squarciò la calura.
Silenzio.
MADRE   Scusa. Era divertente. Non fosse stato per quello saremmo caduti tutti e due in acqua.
Silenzio.
PADRE     Sicura non venisse da fuori?
MADRE   Cosa?
PADRE     Il rumore.
MADRE   Il tonfo.
PADRE     Quindi era un tonfo.
MADRE   È importante?
PADRE     Potrebbe essere caduto qualcosa. Magari veniva da sopra.
MADRE   Forse.
PADRE     Potrebbe essersi staccata di nuovo l’antenna della televisione.
MADRE   Non so.
PADRE     Può essere, è già successo.
MADRE   Senti, basta. Smettila.
PADRE     Vado a controllare sul tetto.
MADRE   Va bene, come vuoi.
PADRE     Sicura venisse da sopra? È pericoloso andare sul tetto.
MADRE   Mi pare di sì.
Il padre fissa la televisione.
PADRE     Sicura non venisse da fuori?
MADRE   Te l’ho detto: non è venuto da fuori. Non è venuto da fuori, no. Non da fuori.
Silenzio.
PADRE     Non ne parliamo più.
MADRE   Ecco. Sì. Me lo sarò immaginata.
PADRE     Va bene.
MADRE   Va bene.3 (esce)

Buio.

_______________________

3 va bene, sì, questa scena parla di un dialogo interrotto, ma si può ancora cercare di parlare con qualcuno, credo, un dialogo vero, come quello che ho con il critico, ad esempio, che recensendo questo testo lo scorso anno scriveva: «Ora cosa ci chiedi dopo averti ascoltato?»; e mi scuserete ma ora gli rispondo, gli rispondo dicendo: caro critico, ti chiedo di immaginare di essere assieme a me nella sequenza di Zabriskie Point di Antonioni, in cui la Valle della Morte si trasforma in un vasto letto a cielo aperto, dove decine di coppie fanno l’amore; ecco, vorrei che tu e io e tutti quelli che sono qui adesso ci immaginassimo in quella Valle, chiudere gli occhi, tu pensa, io penso, tutti pensiamo di essere ora in quella valle – mentre nel silenzio della crisi generale, mentre il sindaco di Roma e l’assessore cercano al telefono il ministro, che però è impegnato con le nomine – e noi e tu e io siamo dentro la Valle della Morte a fare l’amore, mentre in città è scoppiata la guerra mondiale, qualsiasi sia questa città: sia Venezia questa città, o sia Padova, Roma, Marzabotto, Hiroshima, Karlag, le Falkland, Bassora, Mariupol, Gaza, non so, ma a me scoppia la testa dentro questa Valle, non capisco più niente – mentre intorno intorno sì lo vedi lì intorno

Stefano Fortin – Cenere è il terzo appuntamento di RETROSCENA, una rubrica a cura di Eliana Rotella.


Cenere di Stefano Fortin, mise en scène, regia di Giorgina Pi (Venezia, Arsenale – Sala d’Armi, 21-22 giugno 2024); Courtesy La Biennale di Venezia – ph. Stefano Avezzù.


Stefano Fortin, nato a Este (PD), frequenta l’Accademia del Teatro Stabile del Veneto, dove si diploma come attore nel 2014. Nel 2015 partecipa a Il corpo delle parole, presso il Centro Teatrale Santa Cristina. Lavora come assistente alla regia di Giorgio Sangati per lo spettacolo Le donne gelose di Goldoni (2015, produzione Piccolo Teatro di Milano) e per lo studio di O di uno o di nessuno di Pirandello, presso il Centro Teatrale Santa Cristina (2017). Come drammaturgo è in finale al premio Hystrio Scritture di scena 2018 e al Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli 2019 con il testo George II. Nel 2022 vince il bando Autori under 40 della Biennale Teatro di Venezia, con il testo Cenere (debuttato, con la regia di Giorgina Pi, alla Biennale Teatro di Venezia 2024). Partecipa in qualità di dramaturg al progetto Amleto di Alessandro Businaro, finalista al concorso Registi under 30 della Biennale Teatro di Venezia 2019. Nel 2020 George II debutta con la regia di Businaro alla Biennale Teatro di Venezia, prodotto in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto, Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e Khora Teatro. Nel 2021 è coinvolto nel progetto Abbecedario per il mondo nuovo e Calendario civile del Piccolo Teatro di Milano. Sempre nel 2021 è dramaturg del progetto Orizzonte postumo, prodotto dal Teatro Stabile del Veneto. Nel 2022 è tra gli autori partecipanti al progetto Italian Stories (produzione Piccolo Teatro di Milano e Ministero degli Affari Esteri). Nel 2023 è confondatore dell’associazione culturale Bus 14, con cui realizza 35040 (come dramaturg) e Pay-per-view (come drammaturgo). Sempre nel 2023 è drammaturgo di Le cose che restano, spettacolo diretto da Alessandro Businaro e prodotto da Tib-Belluno.
Parallelamente, in ambito accademico, si è addottorato nel 2022 presso l’Università di Padova, e attualmente è assegnista di ricerca. I suoi interessi in ambito accademico riguardano principalmente l’analisi critica e filologica del primo Ottocento italiano (Foscolo, Scalvini e al dibattito classico-romantico), la ricezione primo-ottocentesca di Torquato Tasso, la scrittura mistica femminile (Maria Maddalena de’ Pazzi) e la letteratura teatrale (Carmelo Bene e Vitaliano Trevisan).



Vuoi sostenere L’Appeso?

Lascia un commento

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑