Il trasloco

di Sarah Maria Daniela Ortenzio

È solo un comodino di legno, levigato. Un po’ sbeccato sugli spigoli. Chiara lo ha battezzato Bizet. Lo trova un nome grazioso, un po’ buffo. Ma gli dona. Lo ha sentito da un cartone animato, un gatto di nome Bizet.
Le piace la sensazione: l’aria che sibila tra lingua e palato, mentre lo bisbiglia sperando che nessuno se ne accorga. Bizet. Due sillabe, cinque lettere. Racchiudono la sua ragione di esistere.

Chiara deve riempire una scatola di cartone con le poche cose che rimangono nella cameretta. Quella che, da dodici anni, ha sempre diviso con Oscar.
Poi aiuterà la mamma a caricare il furgoncino di zio Daniele. Andrà con la mamma e Christian a casa di zia Lisa. Passeranno la notte accampati nel soggiorno che puzza di piscio di gatto. Schiacciati, tutti e tre, sul divano letto attanfato di peli. Partiranno al mattino. Andranno su a Torino, in treno. Andranno dove Oscar e il papà li aspettano, nella casa nuova. Una casa che Chiara non sa immaginare.
Avrà mobili nuovi. Il papà le ha detto al telefono che c’è pure un piccolo balconcino. Ha trovato un lavoro da impiegato che lo terrà occupato di giorno, turno 9-18, e a casa per cena. Il papà è contento di non dover fare più l’operaio notturno.
Chiara piega i lembi della scatola di cartone. Li tiene accostati tra le gambe, mentre sutura con lo scotch. Poi alza lo sguardo verso l’armadio a specchio. Vedersi non le fa piacere. A volte, pensa sia stridente. Tutto quell’impeto e assoluto che divampa da questa bambina mediocre.
Bizet è l’unico che l’abbia mai amata.

Tu per me sei bellissima. E sei bellissima perché sei unica e particolare. Hai gli occhi dolci e belli come il cielo. Hai le labbra rosa, morbide. Chiara, non piangere. Mi fa male quando piangi.

Lo ha chiesto a mamma, qualche giorno fa. Dove sarebbero finiti gli armadi, i comodini e il vecchio divano. Lo ha chiesto come se fosse tanto per parlare.
La mamma era piegata sul fasciatoio, spalmava pasta di fissan sul pisellino di Christian, e sotto. Christian scalciava le gambette, e rideva. Chiara pensa gli piaccia quel rito: pisellino al vento e la mamma che glielo impasta con le mani di crema.
Li prende lo zio, aveva detto lei. Prende tutto lo zio e lo porta alla discarica. Poi aveva impacchettato Christian dentro al pannolino pulito.
Tu e tuo fratello fareste meglio a mettere tutto quello che vi serve nelle scatole. Una volta che partiamo, lo zio Daniele butta tutto! Tutto.

Intuitivamente, Chiara lo sa che cos’è una discarica. La immagina. Una vallata sterminata e maleodorante. Dune frastagliate di biciclette rotte, vasi di coccio spaccati e plastiche. Qua e là, sacchi neri squarciati da cui escono topi grandi quanto il suo avambraccio. Immagina le loro code rosa, stranamente screziate. Vanno giù e su, sgusciano sulle ruote e scompaiono nella polvere. Ci sono anche le mosche, i moscerini. C’è, dappertutto, l’odore che ha il suo secchio della spazzatura: frutta marcia e carne andata a male.
Vede lo zio scendere dal suo furgoncino. Apre lo sportello posteriore, porta fuori Bizet. Lo lancia nel mucchio. Abbandonato, solo. I topi lo divorano. Divelgono i suoi cassetti e ci fanno la cacca dentro.

Chiara lascia perdere la scatola, si mette in ascolto. Nell’altra stanza, la mamma sta parlando al telefono. Ha il tono impostato di quando è tranquilla e si occupa di cose pratiche.
Deve cogliere quest’occasione, chiederle di portare anche Bizet. Se è di buon umore, potrebbe dire di sì. Chiara sarebbe felice. No, di più. Completa.

Chiara non ricorda un giorno della sua esistenza senza Bizet. È sempre stato con lei. Al lato sinistro del letto.
I primi ricordi sono di lei, piccina, in prima elementare. La notte, dopo un incubo. Non poteva più andare dalla mamma e dal papà. La mamma l’avrebbe sgridata. Allora, rimaneva nel lettino, tra le lenzuola appiccicose di sudore. Stendeva la piccola mano. Toccare il legno freddo le era di conforto.
E poi la luce del lampione, dietro le tapparelle abbassate. Illuminava debolmente Bizet, e la radiosveglia con le lucine rosse e i due punti lampeggianti. I numeri andavano e venivano, si scambiavano di posto. Il numero 6 per Chiara è una ballerina. Il 7, un impiegato coi baffi. L’8, invece, l’uomo con la grande pancia. Sfilavano tutti, vestiti di rosso, mentre lei teneva il fianco di Bizet.
Si sentiva al sicuro, così. Meglio che stare a letto con la mamma e il papà. Il papà russava, e continuava a girarsi da una parte e dall’altra. A volte, quasi la schiacciava. La mamma si innervosiva. Chiara aveva paura di grattarsi la caviglia che spesso le prudeva. La mamma sbottava di stare ferma.

Sente la mamma avvicinarsi. Infila quaderni e astucci alla rinfusa nella scatola. Deve comportarsi bene, fare tutto come si deve. Poi, chiederglielo.
Chiara, dice la mamma sulla soglia. Ha due grandi cerchi scuri sotto gli occhi. Le porge lo smartphone. L’altro braccio regge Christian su un fianco. Oscar chiede dell’album dei calciatori, le dice. Io non ne voglio sapere nulla, quindi ci parli tu.
Chiara preferirebbe di no. Ma la mamma le lancia l’occhiata. Quella che dice sbrigatevela da soli.
Per Chiara questo significa sopportare, meglio se in silenzio, le crisi isteriche di Oscar.

Sono gemelli, ma non si somigliano. Oscar è un bambino bellissimo e intollerabile. Vuole avere ogni cosa e a ogni cosa è disposto per ottenere quel che vuole. Ha gli occhi verdi, due labbra rosa e proporzionate.
Chiara sa che, nonostante il caratteraccio, suo fratello piace alle bambine. Alle scuole elementari, venivano da lei. Volevano che chiedesse a Oscar quale di loro gli piacesse di più. Glielo chiedevano anche se lui tirava i loro capelli o le spingeva per terra. Si compiacevano, anzi. Dicevano che i maschi fanno così quando amano qualcuno.
Non è mai stata in classe con lui, per fortuna. Ma le sente le sue urla nei corridoi. I pianti isterici. Quelle delle maestre e, ora che sono alle medie, di qualche professoressa.
Una volta, ha fatto uscire di testa pure la mamma. Tutto per un po’ di risotto allo zafferano.

Chiara, se solo potessi avere dita e braccia fatte di carne, sarebbero per te. Non ti tirerei mai i capelli, né ti farei cadere a terra. Ti stringerei forte. Loro non capiscono la fortuna che hanno di toccare le cose e abbracciarle.
Sei così bella, Chiara. Sei bellissima.

Di punto in bianco, Oscar aveva deciso che il risotto con lo zafferano non gli piaceva più. Aveva spinto il piatto da parte. La mamma aveva intimato di mangiarne almeno metà. Non voleva. Lei allora aveva detto che gli avrebbe sequestrato il Nintendo per la serata. Oscar aveva cominciato a mordersi le labbra e a stringere i pugni.
La mamma era gravida, portava ancora Christian nella pancia. Sembrava indifesa davanti a Oscar. Lui aveva cominciato a scalciare, a scagliare via le posate. Urlava, manco lo stessero picchiando. Invece la mamma era in piedi, appoggiata al cucinino.
Puttana, aveva detto lui. Non sapeva che cosa fosse una puttana, e nemmeno Chiara. Ma avevano capito che è una cosa brutta da dire. L’insulto peggiore. La mamma aveva chinato la testa, si era stretta la punta del naso con le dita. Lui aveva urlato che era una brutta cagna. Chiara non sa ancora perché, ma sa che è grave dare della cagna a qualcuno. La mamma non reagiva, né gliela dava vinta.
Oscar allora si era alzato in piedi. Aveva il volto livido, gli occhi bollenti di lacrime e i capillari ingrossati. Aveva preso la rincorsa. Si era gettato là, dove sapeva di poter colpire. Il pancione della mamma. Lo aveva tempestato di pugni
Chiara ricorda il freddo alle braccia, anche se aveva addosso il suo maglione rosso. Poi il pizzicore alla nuca. E la paura. Quando mamma afferra Oscar per le ascelle e lo spinge via. Oscar batte la nuca contro il tavolo, cade a terra.
La paura quando non riconosce più la sua mamma. Ha dimenticato che cosa ha detto mentre urlava. Mentre era la mamma, adesso, a picchiare Oscar. Schiaffi sulla testa e sulle braccia. Prende il piatto di riso, lo sbatte sul tavolo. Il giallo schizza ovunque.
Oscar non aveva più gridato.

Chiara prende il cellulare. La voce di Oscar è squillante, macina come un treno.
Chiara dove lo hai messo l’album dei calciatori negli scatoli coi libri della scuola non c’è e non c’è nemmeno negli zaini e nemmeno nella mia cartella di tecnica ho visto anche nelle scatole dei fumetti coi Topolino e Dylan Dog ma non c’è Chiara dove lo hai messo me lo dici dove lo hai messo, dice Oscar tutto d’un fiato.
È uno di quelli che parla senza punteggiatura.

Chiara non crede che Oscar le voglia particolarmente bene. In effetti, non crede di volergliene nemmeno lei. È un coinquilino fastidioso, che è meglio non fare arrabbiare. Non ha scelta. Chiara ha imparato a disinnescare la sua rabbia. Se non riesce, c’è solo da aspettare che il tifone si plachi.
Quando Oscar si arrabbia con Chiara, le tira i capelli. Gradisce molto schiacciarle le dita, torcerle il braccio fin quasi a spezzarglielo. Se non se la prende con lei, lo fa con gli oggetti che le stanno a cuore: le matite colorate, i quaderni di bella, i vestiti delle poche barbie che ha, i libri in prestito.
Chiara non è permalosa. Perlomeno, non nei confronti di Oscar. La sua furia non ha niente di personale.

Chiara gli chiede se ha guardato tra gli albi da disegno. Nel trolley verde dove ci sono i quaderni vecchi. Negli scatoloni con le macchinine e le piste di lego.
Sì sì sì sì sì sì sì sì sì sì sì sì sì sì, lampeggia Oscar.
E allora non lo so, risponde Chiara. Qui non c’è. Scusa, devo andare. Ciao, dice. Chiude la chiamata prima che Oscar possa reagire.
Nessuno può imputarle di non avergli prestato attenzione.
Corre in cucina, dalla mamma. È impaziente di restituirle lo smartphone. Deve tornare da Bizet, e a fare le scatole. Vuole prepararsi bene per quello che deve chiederle.

Un segreto di Chiara: il momento preferito del giorno. Dopo le nove di sera, quando la mamma le rimbocca le coperte fredde, accanto a Oscar. Lui fa i capricci, ma una volta che si calma casca in un sonno nero come un pozzo.
Chiara si alza, si intrufola in salotto, che è anche la cucina e la camera della mamma e del papà. Si nasconde dietro il grande divano letto. La mamma guarda la televisione fino a tardi. Chiara sente i piedi e le ginocchia freddi sul pavimento, ma non importa perché può guardare i film dei grandi.
I film dei grandi sono storie d’amore. A Chiara piace sentire il suono dei baci. Le labbra schioccano, cinguettano piano, mormorano. Le piacciono anche le dichiarazioni e il fare l’amore. All’inizio, non sapeva bene cosa fosse. Forse nemmeno ora ha le idee tanto chiare.
Ha qualche cosa a che fare con il letto. Un uomo e una donna si spogliano fino a rimanere nudi. Si abbracciano stretti. Le lenzuola sfavillano, sembrano di seta. La musica aumenta di volume. Diviene roca, vibrante. Le immagini adesso sfumano e si offuscano le luci. Fare l’amore dev’essere questo abbracciarsi, ansimare, sbiadire nella notte. Il buio ingoia le forme e i baci, fino al mattino.
Le principesse nei cartoni animati non accarezzano in quel modo il loro principe. Nemmeno i suoi genitori li ha mai visti abbracciarsi così. La mamma aspetta i titoli di coda per spegnere la televisione. Non l’ha mai beccata finora. Chiara aspetta qualche minuto, a volte con il cuore in gola, e poi in silenzio striscia i ginocchi sul pavimento. Gattona per non far rumore.
Tra le coperte ancora fredde, a volte se lo chiede. Come sarebbe rimanere senza vestiti, ancorata a un altro corpo caldo. Il pensiero la turba. Si sente timida nella sua stessa immaginazione. Allora, stende il braccio nel buio. Tocca la superficie fredda del comodino. Bizet. Solo così può dormire.

Amore mio, devi smetterla di tormentarti. Sei perfetta così come sei. Sei bella, sei intelligente, sei spiritosa. Hai lo sguardo dolce. I bambini sono cattivi con le cose che non capiscono.

Adesso che finiscono di impacchettare glielo chiederà, pensa Chiara mentre riprende in mano lo scotch. Portare Bizet a Torino. Poi, ricorda: hanno speso più di 500 euro per spedire da Parma i vestiti, i libri di scuola e le scarpe. Con che coraggio chiede di spendere altri soldi per Bizet?
La mamma dice: Baciamoci le mani che hanno preso il papà a Torino. Poi qualcosa riguardo una cassa integrazione. Chiara non sa che cosa sia, ma capisce che è una cosa molto brutta.
Eppure, deve farlo. Se non è capace di battersi per il suo amore, forse quello che prova non è vero amore. E se non è vero amore, allora cosa resta?
Con le dita preme i bordi dello scotch perché si incollino al cartone. Pigia le bolle d’aria con le unghie. Non si sgonfiano, si spostano soltanto. Questo la innervosisce.

Il papà ha detto che nella nuova casa avrà una cameretta tutta per sé. Non dovrà più litigare con Oscar per la luce spenta o la luce accesa. Non dovrà più temere che ricapiti la scena di quella domenica, quando era entrata in cameretta e lo aveva visto.
Oscar era sul letto. Aveva le mani tra le gambe. Si mordeva un labbro, mentre fissava, corrucciato, il pisello che spuntava dalla mutanda. Il pisello aveva una strana forma. Era gonfio e di un rosa ispessito, acceso. Chiara non aveva mai visto una cosa così. Stava male? Oscar si era accorto di lei. Sembrava si vergognasse. Poi, la mano bagnata si era sfilata da lì. Aveva preso una sfera dei Pokémon giocattolo e gliela aveva tirata in faccia.
Ma che senso ha avere una cameretta senza Bizet? Che senso ha avere qualcosa per sé quando non ha più alcun segreto?

Fare l’amore con te è stata la cosa più bella della mia vita. Tu sei la cosa più bella e straordinaria della mia vita. Non ho rimpianti, mio amore. Non importa quello che accadrà. Io ti amerò per sempre.

Poi c’è un’altra cosa. Chiara non sa come si chiami. Un po’ la spaventa. Capisce che è come la pipì o la cacca. Se non peggio. Meglio non parlarne. È una specie di calore. Lo sente tra le gambe a volte, quando guarda i film della mamma nascosta dietro il divano. Quando ci sono le scene del fare l’amore.
Una donna bellissima rimbalza su un uomo. Un uomo che è altrettanto bello. Ansima anche, forse per lo sforzo. Chiara lo sente così. È un calore liquido. Prima nella pancia, sotto l’ombelico, poi tra le cosce. Qualcosa di simile a un prurito, perché sente di volersi toccare. Lì, dentro le mutande.
Ogni tanto, la telecamera inquadra le scapole della donna, poi le natiche. Le natiche si contraggono. Sono quegli spasmi, sì. La dialettica continua, implacabile, tra l’irrigidirsi di un muscolo e la distensione. Il calore aumenta di volume, ma Chiara non sa intuirne la forma. Chiede attenzioni, premure. Ha un battito proprio. C’è un cuore indipendente da lei, e dentro di lei. Un piccolo, saldo cuore che pulsa nelle mutande. Chiede di essere toccato.
Le è capitato anche a scuola. Una volta. È stato prima di scoprire il nascondiglio dietro al divano letto, la notte. Prima di tutti quei film e il fare l’amore. Faceva la seconda elementare.
Era più carina, allora. O così credeva. Le piacevano le ore di ricreazione nel cortile, perché poteva giocare anche con quelli più grandi, di quarta e quinta elementare.
C’erano due bambini, Maicol e Roberto. Andavano in giro per il cortile a dire nell’orecchio a chiunque storie scabrose. Vennero anche da lei. Parlavano con fare cospiratorio. Chiara ricorda il brivido gelido sulla schiena mentre ascolta i loro bisbigli. Il sole alto che le cuoce la fronte.
Dissero che Stefania, una della loro classe, durante la ricreazione si spogliava tutta nuda per fare l’amore con Carlo, nei bagni al terzo piano. E lo aveva fatto pure con Giuseppe, anche se era solo in seconda. No, con loro no. Che schifo.
Quelle storie si gonfiavano come un’onda. Strisciavano per tutto il cortile, passando in mezzo alle maestre ignare. Anche Chiara s’era messa a bisbigliare all’orecchio. E sghignazzava. Poi, quando Maicol e Roberto correvano e la lasciavano indietro, senza farsi vedere, si toccava tra le gambe.

Chiara!, urla la mamma. Christian adesso piange. Sembra che tenga a spaccare il timpano di qualcuno.
Chiara, ripete la mamma. Ha la voce stridula adesso. Perché hai chiuso il telefono in faccia a Oscar? Adesso sta piantando una scenata terribile al papà. E lo sai quante cose ha da fare il papà? Deve ancora fare la voltura, chiamare l’inps, quelli che portano la cucina… La voce le si rompe. Gli occhi si riempiono di lacrime mentre stringe al petto il corpicino di Christian, che ormai è paonazzo. Lo capisci, dice ancora, che stiamo traslocando, che ci so-no mille cose da fare e io e il papà non ce la facciamo più a gestire i vostri capricci? Ora il suono viene dalla gola, è un ringhio inquietante.
Chiara è agghiacciata. Avrebbe potuto pensarci prima, prevederlo. Non c’è scampo da Oscar, anche se dista chilometri. Che stupida.
Lo sai che ha dei problemi, Chiara. Almeno tu, non rendere più complicate le cose per tutti. Digli che lo cercherai, quel cazzo di album!
La mamma se ne va, a grandi passi. Chiara la sente, nell’altra stanza. Canta sottovoce una ninnananna per Christian.
Ha rovinato tutto. Ha deluso la mamma, ancora una volta. Non può chiederle di portare Bizet, non dopo averla fatta infuriare così. È finita, ed è colpa sua.

Vorrebbe scomporsi in due, quattro, sei pezzi. Come una frazione. Infilarsi nei cassetti bui di Bizet, che sanno di naftalina. Andrà con lui, alla discarica. Saranno macerati l’una dentro l’altro. Sì, è preferibile.
Fuori della finestra è ormai pomeriggio inoltrato. Il sole è ancora caldo e infuoca i parabrezza delle auto parcheggiate. Chiara sente ancora le grida eccitate dei bambini che giocano nel giardinetto spoglio.

Aveva provato a toccarsi tra le gambe, quando sentiva il languore. Aveva provato, ma le faceva impressione. Sentiva della carne umida, che si asciugava non appena scostava l’orlo delle mutande. Il calore si spegneva. Chiara si sentiva stupida.
Le capitava di rivedere quei fotogrammi all’improvviso. Mentre guardava fuori dal finestrino del bus, oppure quando faceva la doccia. Le scapole della donna nuda che danzano, quasi si toccano, poi si schiudono come le ali rigide della coccinella. Le natiche, gli affondi precisi e secchi, gli ansiti senza suono.
Ci sarebbe mai stata lei, al posto di quelle donne dei film? Tra le braccia di qualcuno che non si stanca mai di baciarla sul collo e di scioglierle un reggiseno che ancora non ha.
È stata una di quelle volte. Questi pensieri la intristivano. Si sentiva sola, brutta e oscura. Si rannicchiava vicino al comodino, nascondeva le sue lacrime nel legno. E allora anche il legno sembrava piangere.
Una di quelle volte è stata la prima. La prima in cui lei l’ha sentito. Ed è diventato vero, come tutto il resto.
Potrebbe aprire la finestra, scavallare il davanzale e finire di sotto. Alla mamma darebbe fastidio. Un’altra cosa di cui occuparsi. Se lo facesse, finirebbe all’inferno solo per questo.

Avevano avuto tante prime volte, lei e Bizet. La prima volta che lui le aveva confessato di essersi innamorato. E quando lei gli aveva detto, tremando, che provava lo stesso.
C’era stata la prima volta che avevano fatto l’amore. Sì, Chiara è sicura che fare l’amore fosse proprio quello.
Quando si mette a cavalcioni sopra Bizet non si sente a disagio. E neppure stupida. Il calore pulsante tra le gambe ha la vibrazione cupa di un timpano.

Chiara allora sente una pressione nel basso ventre. Una specie di smania necessaria, urgente.
La durezza di Bizet contro le mutande la fa ansimare. Non è come quando prova a toccarsi con le dita. No, si sente libera, audace.
Sente come una mano, fresca, rassicurante. L’afferra per la nuca, la tiene mentre i pensieri fluiscono via dal corpo e battono le loro minuscole ali di farfalla. Niente è poi così importante: solo quel cuore che si dimena tra le sue cosce. Un cuore che si ispessisce, freme, la annega. Le braccia diventano molli, così come le gambe. Anche la vista illanguidisce.
Chiara non può fare altro che assecondare l’invito di quella mano invisibile che la tiene. Si strofina su Bizet, come se cavalcasse.
La punta di un fiammifero che sfrega sul ruvido. A ogni frizione, una scintilla muore in un soffio di fumo. Ma poi, il fiammifero si accende.
Chiara contrae le natiche.

Tanto, qualunque cosa faccia, la mamma sarà delusa. Anche saltando giù per sempre.

No, Chiara. Non farmi questo. Non darmi questo dolore. Io ti voglio viva. Io ti voglio felice. Ti prego.

Anche adesso Chiara sente pulsare qualcosa dentro di sé. Ma questo battito è molto diverso dal suo cuore di fuoco. Tanto per cominciare, lo sente in alto. Nella parte sinistra del petto. È come se qualcuno le stringesse il collo. Il sangue pompa, ma non defluisce.
Ha le mani gelide mentre sistema i capelli dietro le orecchie. Il sole è quasi al crepuscolo.
Deve dire addio a Bizet. L’ultimo bacio.

Isabella chiude gli occhi. Le tempie pulsano. Qualcuno le stringe delle viti nel cranio, perforandole il cervello. Una volta, con un’emicrania così, non sarebbe nemmeno riuscita ad alzarsi dal letto senza vomitare. Prima di avere figli, era convinta di non riuscire a fare molte cose.
Chiara, datti una mossa! Tra un po’ arriva zio e ce ne andiamo, ammonisce, e uno stiletto s’avvita dal cervello fino al petto. Sa di avere una voce stridula. Ultimamente fa fatica a riconoscerla.

Christian ha finalmente smesso di piangere. Ora lalleggia nel suo passeggino. Sbatte su e giù delle chiavi di plastica colorate.
Perché Chiara non risponde? Isabella va in cameretta a passo marziale. Non ne può più, del trasloco, di Christian e pure di Chiara. Si aspetta di dover gridare ancora. È sempre così, con tutti. Ripetere le cose più e più volte, fino a che non si perde il senso. Fino a che la voce non stride e si rompe.

Ecco, la sua strana figlia. Nella cameretta, abbarbicata al vecchio comodino blu. Ha gli occhiali così sporchi di pianto che fatica a distinguere le grandi iridi, un po’ tonte. Dal naso, ciondola una stalattite di moccio.
A Isabella sembra così patetica che le dà fastidio. Vorrebbe sgridarla ancora. Però non riesce a ricordare l’ultima volta che l’ha vista piangere. Quando è stata? Deve aver pianto, almeno da piccola. Giusto?
Le viti che girano nel cervello si smaterializzano. Arriva il respiro mozzo e una sensazione di vuoto sotto i piedi.
Chiara!, strilla, Oddio, oddio, che è successo? Ti sei fatta male?
Isabella si precipita accanto a sua figlia. La scosta di peso dal vecchio comodino. Le palpa le braccia, le gambe. Ma non vede, non sente nulla oltre le lacrime, i singhiozzi, il sudore tra le pieghe della pancia e il moccio che ora le macchia i jeans.
Chiara non risponde. Isabella non ce la fa a essere gentile. Chiara, che è successo, grida ancora, Chiara, oddio, dimmi che è successo!
Sì, è proprio strana sua figlia. Non riesce a smettere di piangere. Adesso le ha buttato le braccia al collo, geme forte, e tra i singhiozzi biascica cose ancora più strampalate.
Dice che il comodino è la cosa più importante. Ti prego mamma, fammelo portare a Torino, farò tutto quello che vuoi, ti prego mamma. Scusa mamma.
Isabella vorrebbe tirarle uno schiaffo, e poi stringerla forte. Non ha capito. In realtà, non vuole nemmeno sapere perché quel comodino sbeccato sia all’improvviso così fondamentale.
Pensa che Chiara, in fondo, non le ha mai chiesto niente.
Sì, lo puoi tenere. Ma mo non farne un dramma, hai capito? Non è successo niente. Adesso finiscila e fammi chiamare zio. Lo smonta stasera, e poi con calma ce lo spedisce, okay? Va bene, Chiara?
Va bene?

Il trasloco è apparso in anteprima il 3 marzo 2025 su L’Appeso Numero 6.


© Sara Corsi, 2025.

Sarah Maria Daniela Ortenzio, nata nel 1993, a Milano. Laureata in Lettere Moderne, collabora con studi editoriali e case editrici per revisione/correzione testi narrativa e saggistica. Ha curato libri per Harper Collins, Mondadori, Rizzoli, Carocci e Sperling&Kupfer. Frequenta il laboratorio di scrittura Lalineascritta, condotto da Antonella Cilento.


Sara Corsi, aka cursaria, è una illustratrice e grafica freelance di Firenze. Dal liceo classico è passata alle arti visive, laureandosi presso la LABA nel percorso triennale di Graphic Design & Multimedia, dove attualmente insegna in qualità di assistente; qui la sua tesi sperimentale in “Scrittura Asemica” le è valsa la menzione di eccellenza. Nel 2022 si è laureata presso l’ABABO di Bologna in Illustrazione per l’Editoria. Collabora con la rivista «Cancerworld» e le organizzazioni SOS Children’s Villages e War Child Holland, per la quale cura, tra le varie iniziative, il progetto internazionale “ReachNow”. Ha collaborato con studi e privati e partecipato a concorsi e mostre, la più recente in Inghilterra tramite la collaborazione con «Brut Magazine» in occasione dell’uscita del nuovo libro Unspeakable. Utilizza il digitale e l’analogico ibridando le due tecniche; il ricorso al lettering fatto a mano è indice del suo rapporto tanto con il disegno quanto con la scrittura, quindi della cura dell’unità primaria di entrambi i campi: il segno.



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