di Maddalena Crepet
Allโetร di circa sei anni ho pensato che, malgrado Harry Potter mi fosse indigesto piรน del gateau di mia zia Paola, il diventare invisibili fosse il superpotere piรน figo che potesse esistere. Se fossi scomparsa, in fondo, tutti mi avrebbero cercata, e quindi desiderata. Era un pensiero piuttosto banale e sciocco, ma nella sua idiota ovvietร , come un qualunque imbecille si appresti a fare il salto verso lโintelligenza, lโho messo in pratica. A mio modo, si intende. Ma lโho fatto davvero. Mia zia Paola, allโoscuro degli occhi da orso di mio padre, e da quelli da civetta di mia madre, aveva creato un formidabile mantello. Con le sue manine che al tempo definivo da fata, e oggi direi solo un poco rattrappite e grassocce, tesseva un nuovo pezzo ogni sera. Lei Penelope, io Ulisse, quello che desiderava darsela a gambe levate. Era il nostro segreto, mio, e dei baffi divertiti della zia.
Nella casa in campagna non era facile farsi ombra. Anche perchรฉ eravamo aggrediti da giugno a settembre da un sole piรน invadente di un esercito straniero. Si ficcava dappertutto. Fra gli stipiti delle porte, fuori dai cornicioni delle finestre, sui materassi, perfino negli armadi, se avevi lโincuria di lasciarne anche solo unโanta aperta.
Avevo unโamica immaginaria che invidiavo come se avesse la collezione di bambole piรน bella di tutte le bimbe che conoscevo. Non erano tante, ma mi bastava per covare una rabbia fine, che solo anni dopo sarebbe sbottata in lava che tutto copre, e tutto divora. Lei era invisibile sul serio. Non le servivano mantelli, orpelli, non doveva tramare alle spalle di nessuno, con nessuna zia. Era una donna emancipata. Si chiamava Andiamoaccocchiรจn, un nome strano, che la rendeva ancora piรน invidiabile. Lasciamo stare che lโavessi scelto io, non avevo ancora rodato le mie capacitร associative, e per quanto le sinapsi gozzovigliassero nel mio piccolo cervello, avevo pur sempre sei anni. Dunque, Andiamoaccocchiรจn era cosรฌ grande che non solo giร era capace di rendersi ombra da sola, ma non aveva genitori a cui dover rendere conto, nรฉ case in cui dover tornare. Nei pomeriggi piรน infestanti e noiosi, io e la mia amica andavano a fare le esplorazioni. Non che ci fosse molto da esplorare, in un paesino di meno di cento anime. Ma un cucuzzolo in mezzo al verde piรน verde, eretto sulla soglia di un bosco, non poteva non rivelare qualche emozione. E poi avevo pur sempre sei anni. Alla zia Paola dicevo che il suo mantello era cosรฌ bello che dovevo mostrarlo a tutto il paese. Quei quattro moscerini dei figli del signore della trattoria sarebbero morti di bile. Tanto le bastava per sentirsi cosรฌ soddisfatta di sรฉ da arricciare il naso porcino, e alzare le gote rosse, rosse come due pomodori al punto che avevo quasi paura che esplodesse. Si sfregava le manine, e diceva che di certo me ne avrebbe fabbricato un altro, Ahh, eccome se lโavrebbe fatto, uno ancora piรน maestoso! Non sapevo bene cosa volesse dire, ma mi dava lโidea di qualcosa che scintillava, e gongolavo dallโentusiasmo. Spesso in quei frangenti mi scappava la pipรฌ, e dovevo correre in bagno. Con i miei la faccenda era un poโ piรน complicata, anche perchรฉ non potevo mostrare loro il mio mantello. I libri di scuola sarebbero stati un espediente sufficiente. E qualche castagna. Anche qualche castagna. Quelle perรฒ erano un rafforzativo per mio padre, perchรฉ era stato lui a inculcarmi questa cosa della finzione. No, non voglio dire mitomania, ma qualcosa di molto simile. Era pur sempre uno strizzacervelli, e come la vita mi ha insegnato, il figlio del ciabattino ha sempre le scarpe rotte. Che poi le ha anche il ciabattino stesso, e, per bramosia di risparmio, le dร al suddetto figlio. Insomma, si era inventato โ il verbo lo uso ex post โ la presenza di un orso, grande e grosso, con tanto pelo marrone, proprio come le castagne di cui andava ghiotto. Questโorso si chiamava Prozac, e abitava nel bosco. Allโepoca non sapevo che il suo nome fosse in realtร quello di uno psicofarmaco. Oggi, se ci ripenso, ancora sorrido perchรฉ quel filibustiere di Destino ha poi deciso che lo conoscessi molto da vicino, questo Prozac. Comโera la storia del ciabattino? Questโorso perรฒ aveva appetito solo verso il pomeriggio, quando il sole inizia a calare, e lascia il posto a unโapparenza di refrigerio che fa ben sperare le mogli dei contadini. Era proprio in quel momento che io sarei dovuta correre in suo soccorso. Povero Prozac, mica poteva morirsi di fame. Nella stanza adibita a studio di mio padre, io non arrivavo nemmeno a sbucare dal tavolo in quercia su cui aveva appoggiato i suoi volumi, e il suo computer. Vedevo spuntare le sue gambette magre infilate in babbucce veneziane, cosรฌ come vedevo i piedi coperti di sangue, e di spine del San Sebastiano sulla croce che affrescava la parete di fronte alla porta finestra. Quando sentiva la mia voce, mai stridula ma pur sempre di una bimbetta di sei anni, a volte si ergeva con i gomiti puntati sul legno, e mi scrutava con gli occhiali da vista che gli calavano a picco, dal naso da pappagallo, fino alla bocca carnosa e rosata da soubrette della tivรน. Fissava i libri sotto il mio braccino, le castagne nel pugno destro, e sorrideva compiaciuto, spostando i baffi, che si arricciavano allโinsรน. โVai da Prozac?โ. Mi toccavo i codini biondi, mi sistemavo la gonna. Non sapevo fossero leziositร che a occhi esterni e allenati mi avrebbero etichettata come una Lolita. A quelli dei suoi colleghi, come una futura paziente con il complesso di Elettra. A me interessava solo trovare uno stratagemma per sparire. Che mi importava di questa Lolita, e di questa Elettra? Io unโamica giร ce lโavevo, ed era la migliore del circondario.
A me il bosco non รจ mai piaciuto, infatti non ci sono mai andata. Io e Andiamoaccocchiรจn occupavamo le case di chi era in vacanza da qualche altra parte. Era lei a indicarmele. Ai tempi, non sapevo di stare esercitando qualcosa che avrebbe scaldato gli animi italiani tanto da generare una netta spaccatura fra gli โoccupazionistiโ, e quelli che legittimerebbero con tutta probabilitร lโuso delle armi pur di difendere la proprietร privata. Non sapevo un cazzo della vita, figuriamoci se ci capivo qualcosa di diritto. Per me era solo un modo per evadere. Per crearmi la mia cuccia, la mia tana. Proprio come aveva fatto Prozac fra le frasche, io avrei fatto fra i mattoni di chiunque avesse optato per il mare, o per la montagna. In medio stat virtus.
Un giorno il gioco ci รจ riuscito cosรฌ bene che siamo sparite davvero. Pioveva tutta la pioggia che non aveva fatto in mesi di siccitร . I campi arsi dal sole dโagosto tornavano a respirare. Avevo sei anni e mezzo, quindi ero pur sempre ancora una bambina di sei anni. La zia Paola stava facendo la maglia quando mio padre si รจ alzato dallo scranno per seguire, lemme, i passi accelerati di mia madre. Era stata lei a lanciare lโallarme. Mio padre si era lagnato. โSei troppo ansiosa, Gioia, non lo vedi che cosรฌ crescerร come te?โ. Mia madre non aveva risposto, non lโavrebbe fatto. Era stato un tam tam, un telefono senza fili. Mia madre e mio padre erano andati a bussare alla porta dellโunico ristorante del paese. Lโoste aveva avvisato il fabbro, il fabbro i fratelli operai, che si accattavano tutti gli appalti dei dintorni, i fratelli il farmacista, il farmacista il sindaco, quindi, come ogni paesino italiano che si rispetti, sรฉ stesso. Una banda di uomini, donne, ragazzotti poco piรน che maggiorenni, perfino bambini forse anche loro pur sempre di sei anni, aveva risalito la collina sulla cui cima era arroccato il borgo laziale. Uno sciame di impermeabili, ombrelli, berretti, aveva intasato le vie. Lโacqua si mischiava alla terra, e nel fango noi eravamo sempre piรน invisibili. ร cosรฌ che si sparisce? Torniamo a essere terra, seme. Zia Paola era rimasta in casa. Come un falco, si era appollaiata sul punto piรน alto della terrazza, fosse mai che notasse una testolina bionda sbucare dalla melma. Mio padre alla fine si era dovuto prendere la briga di andarmi a cercare laggiรน, fra le fratte, dove il cielo scompare, e i lupi gironzolano beati. Il dominio di Prozac. Sicuramente lui lโavrebbe aiutato. O se la sarebbe presa perchรฉ quelle castagne non gliele avevo mica portate, ma me lโero pappate tutte? E mio padre, lui si sarebbe arrabbiato per questa mia inadempienza, per questo accenno di egoismo? Mi cercava morta, anche se non lโaveva detto a mia madre. Lui, con il fabbro Giovanni, mia madre alla guida della falange paesana che mi avrebbe ritrovata. Viva. Una bambina non puรฒ sparire cosรฌ. Come puรฒ essere? Io pulivo i panni che avevo trovato in casa nellโacqua piovana che si era raccolta nel giardinetto, davanti la porta dโingresso, prima del cancello. Andiamoaccocchiรจn mi passava il sapone. Io strofinavo forte. Lenzuola, strofinacci, asciugamani, perfino qualche mutanda misura XXL. Me la sarei rammendata come faceva zia Paola, e ne avrei fatto due belle mutandine, una per me, una per la mia amica.
I tuoni rompevano lโaria, i fulmini le nuvole nere. Mia madre aveva giร perso la voce a forza di gridare invano il mio nome. Ogni vocale, ogni consonante emessa era un filo argentato che veniva estirpato dal prato della speranza. Non sarebbe bastata tutta quella pioggia per rimpolparlo. Mio padre non mi aveva trovata, nemmeno nella grotta di Prozac. Era stato Giovanni a raggiungerla per primo. โGioia, nun cโรจโ. Allora mia madre aveva preso un poco di colore, sulle guance bagnate, negli occhi impazziti. Il grigio si era fatto azzurro vivo. ร viva. Deve essere cosรฌ. Mio padre aveva trascinato i piedi bestemmiando. I mocassini non avevano retto lโimpatto con la terra fatta poltiglia. Se li era tolti. Scalzo come uno sciamano, ma per niente tranquillo, aveva respirato lโaria viziata che mia madre emetteva a ogni passo. Avevano giร setacciato tutti gli appartamenti della piazza, svuotati dei loro abitanti. Era stato allora, credo, che mio padre aveva dato la colpa a mia madre. โQuesta tua educazione, ma lo vedi dove ci ha portati? Sempre a imporre, a dire no a quello che vuole lei, e sรฌ a quello che piace a te. Una dittaturaโ. Mia madre questa volta sรฌ che aveva risposto. Aveva i capelli incollati alla faccia, ma gli occhi, fra quelle tendine chiare, erano visibilissimi. โAveva chiesto il permesso a te. Tu le hai concesso di andarsene in giro da sola per il paese, e chissร dove. Tu, Patrizio. Nessun altroโ. Mio padre aveva riso violaceo nelle labbra, in tutto il volto. Gli occhiali erano lโoggetto su cui la pioggia preferiva poggiarsi. โScriverai anche questo in tuo libro, eh?โ. Mio padre aveva lanciato le scarpe, che erano planate nel fango vicino la chiesa.
Ci hanno ritrovate solo a notte fonda. Ho sentito Giovanni gridare. Cโerano tante U nelle sue urla. Il viso di mia madre. Quello di mio padre. Il mio. Credo fossi zuppa dalla cima al fondo perchรฉ ricordo che a casa zia Paola mi ha lavata tre volte, e asciugata quattro. Il mantello era da buttare. La zia non me ne ha piรน fatto nessuno, nรฉ piรน bello, nรฉ meno bello.
Quando i miei si sono separati, non avevo piรน sei anni. Ero quasi una quattordicenne. Avevo un principio di scoliosi che mi faceva storcere la schiena, e una rabbia tale che mi faceva contorcere il muso. Non avevo piรน mantelli, come non avevo piรน bambole. Non avevo nemmeno piรน Andiamoaccocchiรจn. Se nโera andata davvero. Ce lโaveva fatta. Una sera di fine estate, poco dopo lโaccaduto, ha preso la sua strada, inoltrandosi nei boschi con una saccocciata di castagne. Non si รจ piรน voltata indietro. Dunque, non avevo alibi. Non potevo piรน sparire.
Mia madre nel trasloco si รจ portata via tutti i manufatti di zia Paola, che nel mentre รจ stata ricoverata perchรฉ diceva di vedere insetti in ogni angolo della sua abitazione in alta Italia. Non ho piรน visto neanche lei.
Solo due anni dopo, mi sono imbattuta in alcuni versi di una poesia di Gozzano. Non amo che le rose che non colsi. Quelle parole messe in rima mi hanno infastidito al punto che ho sbattuto il volume di letteratura italiana sul banco, interrompendo la lezione della professoressa Grieco, che, con la sua manona da pallavolista, ha colto la palla al balzo per scrivermi subito una bella nota disciplinare. Al colloquio si รจ presentata solo mia madre, che ha voluto sapere di che poesia si trattasse. A casa, nellโappartamento molto in centro di quello che รจ ora il suo nuovo compagno, lโho vista spulciare la mia antologia. Alla pagina avevo fatto lโorecchia. Avevo sottolineato i versi incriminati, piรน volte, con la matita, poi con un discutibile evidenziatore viola. Si leggeva a malapena. Lโho vista chiudere il volume e andare in bagno. Dietro la porta serrata, le sue lacrime scorrevano come acqua fresca, come la pioggia di quel pomeriggio in cui ho deciso di sparire.
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Non amo che le rose รจ apparso in anteprima il 3 marzo 2025 su L’Appeso Numero 6.

Maddalena Crepet (Roma, 1994) si รจ laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti (Solferino, 2024) รจ il suo primo romanzo. Ha allโattivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie. Per ยซLโAppesoยป ha partecipato con Andrea Pomella al terzo appuntamento di {dis}impegno letterario.
Arianna Farina รจ nata a Bolzano e vive a Bologna, dove si รจ diplomata allโAccademia di Belle Arti. ร illustratrice e libraia.
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