Caro Arthur

Caro Arthur,

come stai? Non è forse questa la domanda migliore per rompere il ghiaccio in queste circostanze?
Un po’ troppo colloquiale come inizio, in effetti. Ma viva la semplicità, mi dico, dopotutto.

Mi scuso per il disturbo (se mai mi leggerai). Sono un po’ imbarazzata. Se mi fosse capitato di incontrarti – che ne so, in paese per esempio o in giro a passeggiare tra le colline dove tanto ti piaceva andare – non credo ti avrei mai detto queste cose. Per nulla al mondo. Probabilmente non mi sarei nemmeno avvicinata. Non per snobismo, lungi da me. Non è di questo che si tratta. Mi sarei semplicemente sentita troppo piccola. Troppo piccola rispetto a te, rispetto all’archeologo che sei e alla storia a cui hai dato vita. La tua, a pensarci poi bene. Anche la nostra, a pensarci ancora meglio. Ma alla fine si scrive anche per poter dar voce a ciò che in altro modo rimarrebbe inespresso, no? Chissà. Non si scrive anche per darsi l’illusione di poter gestire cose troppo inafferrabili? Ma perché accollare proprio a te una questione simile, in fin dei conti? Legittimo dubbio, se lo hai avuto. Legittimissimo. Ma è proprio a te che volevo scrivere.
Ho bisogno di chiederti una cosa. È una domanda un po’ scomoda, me ne rendo conto. È che proprio non mi sto dando pace da mesi ormai. Continuo a pensare alla tua storia e da sola non sono riuscita a venirne a capo. Ho anche letto quello che è stato scritto di te e mi sono confrontata con altre persone. Ma niente, non sono convinta delle risposte che ho ottenuto.

Devi perdonarmi, Arthur, ma ti volevo chiedere dove fossi finito esattamente. Intendo alla fine del film. Per rimanere un po’ più vaghi, potremmo dire che per te è stato un buon finale? Oppure no, per niente? O potrebbe esserlo stato sotto alcuni punti di vista ma non sotto altri? In realtà è abbastanza chiara la scena finale. Solo che poi viene inquadrata Beniamina e il momento del vostro abbraccio. E io continuo ad essere molto confusa. Se tutto fosse finito, l’ultima scena avrebbe evocato una fine, no? Voglio dire, ci sarebbe potuto essere soltanto buio, per esempio, dopo la scena in cui vedi apparire il filo rosso da sottoterra. E invece no. Un abbraccio profondo e atteso più di qualsiasi altra cosa.
E poi la canzone di Franco Battiato, Uccelli, che descrive i loro voli. Allora dov’è che sei finito, Arthur? C’è stato un altro inizio per te? Magari ne è auspicato uno anche per noi che ti abbiamo guardato?

Provo a spiegarmi meglio.
Non penso di essere capace di comprendere a pieno il film La chimera e tanto meno di scrivertene (ottimo inizio Valentina, davvero ottimo), ma quando è finita la proiezione sono rimasta seduta in sala per un po’. Mi sono lasciata trascinare dal capolavoro di Battiato e ho capito che per me quel film non era finito. L’incantesimo di magia realistica che aveva acceso Alice Rohrwacher continuava a stregarmi. Le persone intorno a me iniziavano a vestirsi per uscire. Quel processo di vestizione comprendeva giacche e cappotti, prima, e sciarpe, cuffie, guanti e cappelli poi. Non si trattava di un processo per niente lineare: alcune cerniere dei giubbotti proprio non ne volevano sapere di salire e la quantità di cuffie che spariva sotto le poltrone continua a farmi pensare che una buona parte di esse si trovi ancora lì sotto. Non era nemmeno un processo particolarmente veloce: quando finisce un film credo che una strana legge della fisica inizi a modificare lo scorrere del tempo. Questo non procede più secondo i tempi dei film, ma non è nemmeno scandito dai soliti ritmi a cui siamo abituati. È un tempo sospeso tra questi due. Un tempo a sé, con le sue regole. In parte regolato da un certo imbarazzo riguardo il da farsi (forse percepito soltanto da me in realtà, ma estendere i propri disagi anche agli altri è sempre più rincuorante): si accendono le luci e si scoprono i volti degli sconosciuti con cui si è stati seduti al buio per qualche ora a guardare la stessa proiezione. E così si scopre che non si era da soli, immersi nel film che si stava guardando, sotto le proprie coperte di casa. Ma si era con parecchia altra gente. Che, poi, la dimensione collettiva sia un aspetto fondante de La chimera è indubbio. Ed è stato proprio questo che ho pensato: che avessi vissuto un’esperienza unica (la più forte, probabilmente da qualche tempo) insieme a tante altre persone. Non capita spesso questa sensazione. E ho avuto il bisogno di far continuare a vivere questo film. Il più possibile. Così ho sentito di doverti scrivere.
Era il dispiacere scaturito dal finale a prevalere in alcuni commenti delle persone che avevo a fianco durante il processo di vestizione. Credo di aver sentito un “Amaro’’ da un uomo, o forse me lo sono inventato. Ad ogni modo, mi fido molto di chi ha scritto che poco importa distinguere nei ricordi tra ciò che si pensa sia effettivamente accaduto e ciò che sarebbe invece potuto accadere. Sicuramente ho sentito esclamare da un gruppo di persone dietro di me un “Nooo!’’ durante la scena finale. Un’esternazione di un pensiero che anch’io ho avuto. La canzone di Battiato, però, durante i titoli di coda mi ha trascinata altrove e l’amarezza è andata via in fretta:

Volano gli uccelli volano
Nello spazio tra le nuvole
Con le regole assegnate
A questa parte di universo
Al nostro sistema solare
Aprono le ali
Scendono in picchiata, atterrano
Meglio di aeroplani
Cambiano le prospettive al mondo
Voli imprevedibili ed ascese velocissime
Traiettorie impercettibili
Codici di geometria esistenziale

Gli uccelli si muovono seguendo regole che l’universo ha assegnato loro, ma che sono sconosciute e incomprensibili allo sguardo umano. Quelle loro “traiettorie impercettibili’ e le loro discese in picchiata mettono in discussione le prospettive a cui siamo abituati. Eppure, quelle regole sono anche parte fondante della nostra esistenza, dell’ordine più generale di cui siamo parte. Sono altre, però, rispetto a ciò che noi possiamo conoscere. Come un po’ altro sei tu, Arthur, mi è parso di capire. Non ti voglio giudicare, comunque. Sei libero di contraddirmi e di rispondermi dicendomi che non ho capito nulla. In ogni caso, qualche rovesciamento avveniva anche in te quando esercitavi il tuo dono. E quei capovolgimenti di immagini che vedevamo sembravano proprio evocare i rovesciamenti di prospettive evocate da Battiato. Come se tu vedessi le cose da un’altra prospettiva rispetto a quella dei tuoi compagni. Guidavi le attività dei tombaroli, ma eri anche estraneo a questa stessa pratica: eri l’unico del gruppo a riconoscere la bellezza di ciò che trovavate e a tentare di difenderla invece di mercificarla.
Oppure si fa esplicitamente riferimento agli uccelli, alla fine del film, per indicare che quello era il tuo destino. Scritto sin dal primo momento e interpretabile attraverso i loro voli, proprio come facevano gli etruschi. Ma allora (scusa se insisto), qual era questo tuo destino? Ritorniamo sempre alla solita questione. Il destino di trovare finalmente il proprio posto una volta giunti nel mondo dell’aldilà? Di porre fine una volta per tutte agli affanni causati dalla ricerca di ciò che invece era irraggiungibile? Di trovare la pace in una vita ultraterrena e di farla finita con quel mondo materiale a cui non appartenevi più da tempo ormai e nel quale non avevi più veramente vissuto? Faccio una premessa: ciò che segue potrebbe non essere la cosa più carina che ci si possa sentir dire. Nel caso in cui non ne fossi già a conoscenza, mi dispiace dovertelo dire io in questo modo. Cerca però anche di capire la mia posizione alquanto scomoda. Sei stato descritto come una persona intrappolata nel proprio passato che, rimanendo ancorata ai propri ricordi, si affanna per ritrovare qualcosa che invece è perduto per sempre. Sei stato considerato incapace di vivere il presente e si è così ritenuto che soltanto la morte sarebbe stata capace di donarti la pace.
Io non ci credo, comunque. E non lo dico per compiacerti. Io sento sinceramente che non sei finito all’aldilà. Ho bisogno però di una tua conferma. Continuo a fidarmi della sensazione che ho avuto una volta terminata la proiezione: ho avvertito una certa ampiezza e, al tempo stesso, per un attimo tutto si è trovato al proprio posto. Tu con Beniamina. Io su quella poltrona rossa del cinema. Tutto era però diventato grande e ampio. La tua storia non era più soltanto tua. O forse ho capito che non lo era mai stata. Sei diventato ampio, ampissimo e mi hai inglobata nella tua storia. Quel cinema è diventato d’un tratto enorme e io mi sono ritrovata ad essere uno degli uccelli cantati da Battiato. E andava tutto benissimo così. Nulla sarebbe potuto andare meglio in quell’istante. Quel senso di ampiezza riguardava la vastità a cui tendono le grandi ricerche. Ne sono certa. Ma mica delle grandi ricerche qualsiasi, nossignore. Le ricerche dell’invisibile: quelle ricerche che si dimenticano del mondo entro cui sono calate per provare ad andare altrove. Quelle che vedono bellezza dove non la si aspetterebbe e che trovano scopi nell’apparente infruttuosità. Sono le ricerche a cui non importa il qui e ora, e nemmeno ciò che si può ottenere. Sono quelle che non ragionano in termini di guadagni, di beni, di merci o di denaro. Sono quelle che non conoscono il materialismo. Quelle in grado di scorgere spiragli – l’invisibile, appunto – dove per occhi abituati a osservare altro non ve ne sono. Sono le stesse che non puntano ad espandersi orizzontalmente ma solo verticalmente, verso l’alto. Le ricerche che riconoscono valore a ciò che è di troppo per il modello di società che abbiamo costruito. Quelle che non si stancano mai di cercare, di spingersi più in là. Che non cercano utilità o valore. Quelle che possono essere anche le più assurde e strampalate. Le meno concrete. Che non cadono nella trappola dell’individualismo. Al contrario, hanno ben in mente che apparteniamo anche agli altri e a ciò che ci circonda. Che siamo parte di qualcosa di più alto e ampio di noi. Ti trovi, almeno, in un posto ampio al momento? Così, per sapere.

Da quel momento sono arrivati tutti i tormenti degli ultimi mesi. Non potevo aver sentito una tale sensazione di ampiezza in una fine, ma soltanto in un inizio. L’ampiezza poteva riguardare la tua ricerca, l’abbraccio e il volo degli uccelli, ma non la chiusura della terra sopra di te. Per questo vorrei capire dove ti trovi. Per me non sei nell’aldilà e tantomeno sottoterra. Secondo me ti trovi qua, in mezzo a noi. È che sei semplicemente al di là di ciò che solitamente decidiamo di vedere, che conosciamo e che pratichiamo, e sei al di là di come esistiamo. Hai messo in discussione le prospettive a cui siamo abituati (come forse direbbe Battiato) e perciò non ti vogliamo sempre vedere. Altra cosa non troppo carina da dire, lo so. Ma questo nel mondo dell’aldiquà, nel nostro presente. Alla faccia dell’aldilà. Proprio non ti ci vedo lì, mi dispiace. È qui che ci hai ricordato che è ancora possibile andare al di là del mondo materiale entro cui esistiamo, oltre ciò che è visibile e tangibile. E che l’invisibile, per sua natura, non può che essere soltanto inseguito e mai chiaramente afferrato.
Ma non è questa costante e infinita ricerca che ci costringe a rimanere attivi e vivi, in fin dei conti? E non è questa la cosa più ampia che possa esistere? Forse ce lo eravamo dimenticati.

Grazie Arthur per la tua attenzione,
Valentina

Caro Arthur è apparso in anteprima il 3 marzo 2025 su L’Appeso Numero 6.


© Valeria Dimartino, 2025.

Valentina Giuffrida (1999) si è laureata in Scienze internazionali a Torino, dove vive. La sua grande passione? La geografia umana, nessun dubbio. La possibilità di scoprire nuove idee e studiare le loro manifestazioni spaziali è il principale motivo per cui si alza al mattino, per il quale decide di non ritornare a letto nel pomeriggio e che non le fanno mai venire voglia di dormire la sera. Scrive di geografia in ambito accademico, ma anche di tutt’altro. Di qualsiasi cosa, a pensarci poi bene. La scrittura l’ha da sempre portata in luoghi che non riusciva a raggiungere altrimenti. La lettura a raggiungerne altri rispetto a quelli che viveva. L’ironia è la chiave di lettura del mondo che più la affascina e le battaglie femministe fanno parte della geografia del suo corpo. Il suo cuore è stato stregato da due labrador color cioccolato. Cioccolato al latte, con qualche sfumatura alla nocciola.


Valeria Dimartino nasce a Ragusa il 29 novembre 1984. Trasferitasi a Firenze nel 2007, frequenta i corsi di tecniche del colore e disegno creativo presso l’Art.e School of Design Art & Photography. Nel 2013 consegue il master in Collection Design, laureandosi al Polimoda International Institute of Fashion Design & Marketing nel 2014. Parte del suo portfolio è visitabile su Not Just A Label.



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