di Marco Canneva
Ci si mise d’impegno Lucrezia, la corniciaia, per dimenticare l’uomo che si concesse per una sola notte. Dopo aver tentato con la psicoterapia, che la spinse a guardare, abbracciare e poi pugnalare alle spalle il suo dolore, e vari psicostimolanti – pelle di rospo, paroxetina, Vecchia Romagna – non rimanevano che le cure più originali.
Tentò prima con l’agopuntura, consigliatale da un vecchio cinese che girava sempre con una decina di aghi infilati nel colletto della giacca. Lucrezia si ritrovò quindi a pancia in giù sul lettino del vecchio.
«Il vicolo dell’amore non corrisposto» disse il cinese, le cui labbra erano asimmetriche come due virgole stampate, «sta fra il sentiero delle promesse e la calle della fiducia».
Frattanto affondava un ago nella lombare. Lucrezia avvertì un fastidio, un prurito. L’altro ago graffiò come un artiglio l’osso. Non era ancora dolore, ma ci andava vicino. Il terzo fu come un trapano nella roccia. Una fitta alla vertebra la fece penare. Al dolore fisico si aggiunse il ricordo del suo primo incontro: Lucio mangiava degli ossibuchi in salmì con le mani – erano tarchiate e livide, sporche di grasso, tanto che Lucrezia non riusciva a distinguerle in quell’ammasso di carne impastata.
Si alzò dal lettino e fuggì con ancora un ago piantato nella schiena.
Un’opera di Mozart le fece conoscere il mesmerismo e i suoi seguaci che si dilettavano a smuovere fluidi, miasmi e venti con le sole mani. Quando un pomeriggio i palmi insistettero meno sul pericardio di Lucrezia, sede di tutto ciò che non è ricambiato, e più sul seno, la donna se ne andò.
Uscendo notò su una porta della sala d’aspetto una targa che enfatizzava in caratteri eleganti la medicina antroposofica. Bussò e si fece avanti. Turbata implorò: «Mi faccia scordare Lucio».
Davanti a sé un uomo con una barbetta rada e un paio di occhiali minuscoli la squadrò, quindi sancì che il corpo astrale le era d’impaccio. Troppo grosso, andava ridotto. Le ordinò di dormire per tre notti con tre narcisi sul petto. Appassiti, li avrebbe bruciati col pensiero fisso a Lucio.
«Perché i fiori non appassiscono?» chiese cinque giorni dopo allo specialista. L’altro riattaccò il telefono, non prima di averla rimproverata per la sua carica luciferica troppo forte.
Intanto il pensiero delle dita tozze e unte di Lucio non faceva che ingolosirla sempre di più, lasciandola affamata. Quanta energia sprecata, si diceva Lucrezia mentre incorniciava foto, certificati e attestati. Un giorno lo sguardo le cadde su una frase stampata che ornava un diploma: similia similibus curentur. “Cosa c’è di più simile a Lucio, alla sua persona, al suo corpo?” si chiese, e chiese al possessore del diploma a cui telefonò subito dopo.
«Tutto sta nel diluire il suo Lucio, anche migliaia di volte» le disse l’omeopata. «Ciò che è il tuo veleno, a bassissime concentrazioni è la tua cura. Portami Lucio che lo annacquiamo».
Qualcosa di carnale e consistente, decise Lucrezia. Non ci mise molto a scegliere un dito della mano di Lucio. Voleva l’anulare che portava l’anello del matrimonio. La fede al dito sarebbe stata la linea, il mezzo, la leva dell’amputazione. Ritagliò una bella porzione di sottile rete metallica – un reticolato che utilizzava come sostrato per incorniciare stampe sottili –, e con questa si fece trovare alla stazione della metropolitana frequentata da Lucio. Cappuccio in testa, occhiali scuri, sciarpa sulla bocca, lo seguì in treno e si piantò al suo fianco.
Lui non la riconobbe. Paralizzata per l’emozione, Lucrezia aspettò qualche minuto, poi, non appena la vettura frenò, finse di perdere l’equilibrio e premette la rete sul braccio dell’uomo. Sapeva che la mano rapace di Lucio l’avrebbe inforcata, per istinto, per reazione, per abitudine d’afferrare ogni appiglio, ogni preda da frugare. Alla fermata, non appena le porte fischiarono l’imminente chiusura, Lucrezia si gettò verso l’uscita tenendo ben salda la rete. La trascinò con tutte le sue forze, senza guardare, avvertendo sì la resistenza, ma anche la sorpresa. Quando sentì la porta chiudersi dietro di sé, lasciò andare la rete. Attraverso il vetro delle porte vide la figura di Lucio arrancare e crollare. La rete si deformò, digrignò, poi scintillò agganciata al metallo della vettura e delle ruote, quindi cadde fra le rotaie. Un budello di carne cinto da un anello faceva capolino.
L’omeopata guardò soddisfatto la larga falange nel mixer. Frullò, annacquò, frullò ancora, diluì, mescolò, aggiunse ancora acqua, dinamizzò e poi fece riposare.
«Lucio 30ch è pronto» disse infine. Alla prima goccia di rimedio, Lucrezia si sentì meglio. Di Lucio rimaneva già solo una vaghissima idea. A ogni successiva somministrazione sentiva il sangue, la polpa, la voracità dell’uomo trasformarsi in qualcosa di liquefatto, un alone sulla camicia che piano piano svaniva.
Ringraziò l’omeopata.
«Similia similibus curentur» pontificò questo. «Un esempio sopra tutti: per curare le mani fredde non c’è niente di meglio che appoggiarle su una superficie ancora più fredda, ghiacciata».
Lucrezia rimase confusa. E i geloni, e le screpolature, e la circolazione che si fa bluastra? Le tornarono in mente le mani di Lucio.
E ci fu la ricaduta.

Marco Canneva nasce e vive a Genova. Intrapresi studi farmaceutici, si dedica contemporaneamente alla filosofia e alla letteratura francese. Per «CrapulaClub» ha pubblicato “Retrospettiva Borel”, lavoro di traduzione di tre racconti dello scrittore romantico Pétrus Borel, introdotti da un suo saggio. Ha pubblicato racconti su «Nazione Indiana», «Narrandom», «Birò», «Kairos», «Micorrize».
Lisa Merletti (Milano, 1991). Diplomata al Liceo Artistico di Brera, ha frequentato la Scuola Arte&Messaggio, indirizzo Visual Design – Illustrazione. Ha collaborato con LaRecherche.it e con le riviste online «Niente Da Dire» e «CrunchEd». Svolge il ruolo di Concept Artist nel progetto SEPHIROT – IL GIOCO© (videogame e performance teatrali interattive) e ha realizzato la copertina della raccolta di racconti Codice a sbarre – Storie di assenti e di simbionti in cattività di Giulia Tubili (Il Ramo E La Foglia Edizioni). Appassionata di cinema, musica, arte e letteratura, adora gli immaginari suggestivi e le atmosfere sospese, le storie macabre, legate ai fantasmi o alla stregoneria, ma anche la sregolatezza del punk e delle sottoculture urbane. Predilige le tinte bruciate così come quelle spettrali e nelle sue illustrazioni ama ricreare una sorta di bizzarro equilibrio tra inquietudine e tenerezza. A novembre 2023 è uscito Bolena (HOP! Edizioni), biografia illustrata di Anna Bolena, prima uscita della collana “Per aspera ad astra – Queens”.

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