Monchio. Induzione

I fornelli a induzione sono fatti per scaldare pentole e tegami dall’apposito fondo. Si può lasciar andare la cottura e fare altro: non si finisce imbambolati dalla vivacità delle fiamme o del calore rosso.

Ero certa che non sarei rimasta scottata.

Nevicò in febbraio. Ci lasciammo sorprendere dal nuovo giorno, con le auto parcheggiate, la sera prima, come alla vigilia di un giorno qualunque. Restammo isolati. Alcuni rami erano caduti sui cavi dell’alta tensione e per ripristinare la corrente servirono tre giornate di lavoro.
«Ti ricordi il commesso che ci ha venduto la cucina?»
Dicemmo la stessa cosa in due. Istintivamente mi toccai il naso.
«I fornelli a induzione sono molto pratici».
Gli facemmo il verso.
«Con un bimbo piccolo, poi, vedrete».
Ridemmo. Nei tre giorni a venire non avremmo mangiato un pasto caldo.
Era successo da poche ore. Mi ero svegliata per prima, mi ero spostata dalla camera da letto allo studio e mi ero avvicinata alla finestra a nastro che dava sul giardino. Tea era già uscita dalla sua cuccia e stava ferma immobile, al freddo, nella neve. L’avevo presa in casa. Ero convinta di avere davanti un giorno a casa dal lavoro. Avevo aperto per primo il frigorifero, e quando la luce interna non si era accesa, avevo proseguito interrogando a catena gli altri elettrodomestici. Tutto morto.
Intorno alle dieci i vicini si affacciarono alla cancellata e scoprimmo che la mancanza di elettricità era una sorte comune. Tea banchettò con la carne cruda che era in freezer. Le correvamo dietro a grandi passi, profondi nel manto; la neve ingialliva per contrasto la sua pelliccia. Il giorno che smise di nevicare attaccammo, a braccia e polsi, la neve che il trattore aveva compattato all’alba. Era già dura per il freddo sottozero. Con queste premesse, ce la prendemmo comoda. «Liberiamo una sola delle due macchine» ci dicemmo.
La cena che imbastimmo non ci appagò quanto speravamo. Accesi una candela e Luca mi imitò: ce n’erano diverse, sparse per casa dal pomeriggio prima, rimaste in condizioni tali da sperare di farle durare fino al termine dell’emergenza. Il tempo di una partita a carte, secca, senza contare i punti. Qualche brivido di freddo. Mi addormentai leggendo quello che leggeva Luca, da sopra la sua spalla.
Al risveglio mi ripeté, da serio, le parole del commesso del mobilificio. Mi accarezzò le lunghezze dei capelli. Si sporse poi sul mio orecchio, pronto a parlare di nuovo.
«Facciamo che…» si incantò.
Mossi gli occhi più rapidamente del resto del corpo.
«Facciamo sistemare il caminetto, in primavera?»

Meglio così. Non avrei saputo cosa rispondergli.



Cecilia Lolli è nata e cresciuta in provincia di Modena. Ha studiato a Bologna e a Colonia, in Germania, e si è laureata in Lingue. Ha lavorato per sette anni come corrispondente commerciale estero. Oggi, dopo un opportuno periodo di formazione, si sta specializzando nella traduzione per il marketing degli sport e del turismo di montagna, nonché della traduzione tecnica per l’ambiente.


Chiara Arcadi, pugliese, da sempre l’arte ha un posto importante nella sua vita. Appassionatasi al violino, poi alla fotografia, al braille e alla lingua dei segni, ha un diploma come educatore e assistente alla comunicazione LIS. L’illustrazione è ora il fulcro delle sue giornate. Esplode tardivamente questa necessità di disegnare, di restare in silenzio e nutrirsi di bellezza e colori, lasciando fiorire entusiasmo, spirito positivo e buone vibrazioni.


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