Veleno!

di Laura Ramieri

L’istante. Solo un istante. Unico. Fine.

Non vedete i volti, non sapete cosa è successo loro dopo che io li ho sfiorati. Il vostro è un punto di vista scelto per mentirvi. Un inganno.

Non mi piace farmi notare. Assumo le sembianze di un po’ di tosse e, in combinazione di curiose casualità atmosferiche, posso somigliare a una piccola concentrazione fumosa che ricorda una nuvola, vi concedo questa versione romantica: una nuvola. Alla fine. Quando è troppo tardi. L’apparenza che affascina, bugiarda.

Forse non sapete che quando provate qualcosa di meraviglioso, il vostro cuore compensa l’eccessivo stupore creando una ferita nel vostro corpo, come un minuscolo e intenso respiro. È una ferita così lieve da non essere percepita, e quasi immediatamente, si cicatrizza. Io vivo in quel quasi. Mi infilo nella sola goccia di sangue che annuso, viaggio tranquillo fino alla succosa vena cava, e mi appoggio lieto nel ventricolo destro, dove mi diverto in un balletto ritmato. Tocco tutto felice e poi mi incastro invadente attraverso la deliziosa tricuspide, dove mi libero in giravolte da nausea. Quando mi stanco, risucchio rumoroso l’aria del ventricolo sinistro.

Da fuori appare tutto normale: il colore vivo, il lucido brillante. Tutto al suo posto. Tutto perfetto.

Di me, non si muore. Aspettate, no, anche di me si muore. Ma sarebbe un’altra storia.

A voi, voi che non morirete, sembrerà mancare l’aria, e vi sentirete vuoti, secchi, prosciugati del sangue. Succede perché mi sto divertendo a giocare con le vostre pulsazioni: per farvi esistere in me devo graffiare il profondo del vostro cuore; il mio ruolo è quello di sigillare la meraviglia. Se siete fortunati, mi incontrerete. Purtroppo, per sciocche ragioni umane che non comprendo, cercherete di contrastarmi. Di dimenticarmi. Di dimenticare me, io, io che sono l’opposto. L’opposto della dimenticanza. Chi sono dunque, io?

«Quante chiacchiere! Certo parli elegante, ma hai notato che io sto ascoltando tutto?»

«Chi saresti tu, che ti rivolgi a me con tanta confidenza?»

«Io ti conosco. Ti riconosco».

«Ma non diciamo assurdità. Fatti vedere».

Resto in un sospeso che somiglia a un lento incubo. Poi mi sento travolgere da un dispiacere infinito come se tutto, intorno a me, stesse piangendo. Rumore di acqua e di singhiozzi.

«Ci conosciamo, hai ragione».

Il mio respiro è tornato regolare, ma più triste.

«Non sarò una di quelle altre storie che di te è morta, per essere qui?»

Silenzio.

Guardavo dalla finestra, e tutto era dove doveva essere, senza nessun errore, come composto magicamente, uno sfondo solo per me e io, stupenda protagonista. I tetti blu e le vecchie finestre fuori dalla mia, finestre scomposte a sorridermi ovunque, e scale infinite, cortili segreti, lampioni timidi: finalmente ero nel mio posto. Gli occhi cominciarono a bruciarmi e quella immagine magnifica rimase così, incisa tra le lacrime. Come se il mio cuore avesse smesso di battere sopraffatto dallo stupore.

«Già, è andata così. Ero nel tuo fuori dalla finestra, e che posto meraviglioso, quel tuo fuori dalla finestra. Era più perfetto del perfetto, il più perfetto che abbia mai visto».

«Non sarai rimasto troppo tempo nel mio cuore? Non avrai trasformato il solo momento in un lungo per sempre?»

Lo vedo controllare fogli, leggere nomi, confrontare firme. E il suo sguardo, in ultimo, mi avvolge angosciato, confermando i miei dubbi.

«Mi dispiace. Ma stai bene, dove sei?»

Il mio annuire mi addolora.

«Il momento perfetto è un luogo bellissimo in cui vivere».

Annuiamo addolorati entrambi, consapevoli della dannosa perfezione.

Nulla è più forte dell’incanto. L’istante perfetto vi ha rubato il respiro. E quale vita sarebbe degna del suo nome, senza l’istante perfetto?

Il primo giorno in cui sono stata qui, tanti anni fa, pioveva appena dentro a un cielo cupo. Un lampo specchiato squarciò le nubi mostrando un coraggioso arcobaleno. Ero così sorpresa, così senza parole. Scattai una fotografia lunghissima per catturare quel fatato finire di una giornata invernale. Attraverso l’obiettivo vedevo l’immobilità della scena, senza interferenze, splendida. L’esposizione era durata molti minuti, poi era diventato solamente un tranquillo buio.

«La prima volta non mi avevi vista?»

«Forse non era ancora abbastanza perfetto».

Questo sublime che si pretende, si rincorre, si ammira. E se ci si resta dentro, in trappola?

Da questa finestra troppo perfetta nel momento troppo perfetto.

Così perfetto che nemmeno il momento stesso è voluto andare via.

Lo so che adesso siete amareggiati per questo infelice finale. Ma guardatemi: catturato nell’istante di qualcuno, scappare dalla finestra, il vostro stupore come bottino. Compatitemi: vi giuro che custodisco i miei furti come le più dolci e preziose caramelle. E sbarazzatevi di me, con quel nome che mi usate contro con una punta di disprezzo: nostalgia.


© Melissa Brusati, 2023.

Laura Ramieri studia Moda allo IED di Milano e nella moda, bellissima moda, trova casa: i disegni, i tessuti, le parole, diventano storie di una magia poetica da batticuore. In un blog scrive pensierini melodici e inquieti. Suoi racconti sono pubblicati su «Cedro Mag», «Rivista Blam», «Nabu Storie».


Melissa Brusati. Estate 1994, Melissa nasce in casa perché alla madre fanno schifo gli ospedali, cresce al nord tra i mari quadrati e sogna di morire presto. Non è battezzata ma Dio ha la forma delle suore della scuola materna e della nonna testimone di Geova che non le suona al citofono. Melissa mangia tutto, piange tanto, respira la musica e schifa la gente. Melissa sogna di diventare pittrice ma scopre di non avere una famiglia benestante. Inizia a lavorare ma se ne pente. Incomincia quindi a studiare illustrazione e arti grafiche speciali all’Accademia delle Belle Arti di Novara. Si pente anche di questo. Secondo gli astrologi è fortunata in amore.


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