Riemersi dalla metropolitana arrancando come ogni giorno. Al ritorno dal lavoro ero sempre meno lucido che allโandata. Velati dalla stanchezza, gli occhi percorrevano il profilo dei palazzi grigi con gli intonaci cadenti, le ringhiere arrugginite e la folla scomposta delle antenne televisive. Ma pure dentro quel disagio mi resi conto che, nella visuale spalancata da piazza delle Gardenie lungo tutto il viale alberato di via Tor deโ Schiavi, cโera qualcosa di anomalo: allโorizzonte, si ritagliava lโimponente sagoma di una cupola. Unโarchitettura cosรฌ familiare per Roma, lรฌ, era completamente fuori luogo. E a veder meglio, anche lo stile appariva incongruo. Sulle sue convessitร scintillavano le maioliche colorate, si distinguevano lโazzurro, il verde e lโoro; un alto pinnacolo infilava gli strati porosi delle nuvole che si sgranavano al vento. Fui attraversato da un timore irrazionale, forse riverenziale, nei confronti di quellโimmenso edificio grossolanamente incastonato in un orizzonte improprio. La cupola arroventava alla luce rossa del tramonto, il riverbero abbacinava la vista conferendo allโimmagine la vaghezza appannata e liquida di una visione onirica. Pensai di chiedere aiuto a qualcuno, sperando potesse soccorrere il mio sgomento, ma la vista di chi mi circondava nellโindifferenza piรน completa trasmutรฒ in una nuova angoscia. Nessuno manifestava alcuna sorpresa per quellโapparizione.
Il rosticciere presidiava la sua polleria con lo sguardo opaco di sempre: affissa in vetrina, lโicona del suo nume tutelare, un dio del calcio bardato di giallo e rosso, era il segno di una fede, di un ordine incrollabile del mondo. Il giornalaio discuteva con un cliente mostrando il suo consueto malumore: per lโennesima notte, il cartello appeso sul retro dellโedicola, che invitava gentilmente i passanti a non urinare lรฌ dietro, si era rivelato inutile. Tutto era fin troppo ordinario, le figure tipiche del quartiere sembravano ipostatizzate nella loro staticitร . Ma qualcosa intaccava la familiaritร della rappresentazione che calava identica ogni volta che risorgevo dal cavo della metropolitana, issato dalle scale mobili. Era la cupola. Cosa avrei dovuto pensare? Che per gli altri era sempre stata lรฌ? Che nessuno la vedeva tranne me? Non seppi dire quale delle due ipotesi fosse piรน terrorizzante.
Mi chiusi in casa. Presto fui riassorbito nella mia inebetita vacuitร . Le occupazioni di routine attenuarono progressivamente lโinquietudine per la visione di poco prima, che giร mi sembrava il passo falso di una mente provata da un malessere ormai ben piรน che strisciante. Diedi lโacqua alle piante. In cucina, il telegiornale in sottofondo e per la cena, poca scelta. Surgelati da microonde. Il frigorifero era costellato di calamite dal mondo. Il Messico piรน turistico della Riviera Maya, la Grecia e la cittร dei tre imperi, Istanbul; ma anche una cartolina della mia cittร natale: la trovai una cosa provinciale e patetica, tanto da avere la tentazione di rimuoverla. Mi accasciai come al solito sul divano, stordito dalla stanchezza e da una dose generosa di vino rosso di pessima qualitร . E senza preavviso la mia mente fu deflorata da un ricordo dโinfanzia. Dapprima erano solo istantanee, frammenti privi di nitore e coerenza. Poi lโordito della trama diventรฒ piรน leggibile; forse lo rattoppai con lโimmaginazione per permettergli di scorrere meglio. Mi rividi a messa, da bambino, nella basilica del santo patrono. Una religiositร imposta e ottusa germogliava dentro di me in forme del tutto originali. Lโattenzione alle nenie cantilenanti del parroco dissolveva in una mistica fissitร dello sguardo. Il momento che preludeva alle mie ascensioni. Iniziavo a creare percorsi mentali per arrampicarmi lungo le pareti interne della chiesa fino a raggiungerne la sommitร , dove la calotta si restringeva drasticamente in una lanterna finestrata da cui si sarebbe potuto ammirare uno spettacolo inconcepibile. In barba allโoltraggio sacrilego, sarei montato sullโaltare per risalire lโabside, trovando gli appoggi nelle sporgenze degli stucchi e tra le tarsie dei marmi policromi, fino a raggiungere le concavitร della cupola: lรฌ, in maniera non del tutto chiara e coerente con il resto dellโarrampicata, sarei arrivato fino alle finestre che correvano lungo la lanterna da cui pioveva una luce insostenibile alla vista. Forse passava per una via cosรฌ fisica la strada per il mio ricongiungimento con lโeterno.
La mattina dopo, il pensiero di quellโoggetto semisferico, riccamente decorato, calato sullโorizzonte mi angosciรฒ nuovamente. La sua immagine doveva essersi alimentata delle riflessioni e dei ricordi di una vita passata che non rivangavo mai con piacere. Ero uno sradicato e avevo messo tra me e la mia origine centinaia di chilometri di strada e un poโ di miglia marine. Scesi le scale in apnea. Aprii il portone del palazzo con circospezione. Percorsi i pochi metri del cortile in preda a uno stato febbrile. Ruotai il capo sullo stelo del collo, lentamente. Poi guardai. Lโorizzonte svettava sui palazzi grigi e pesanti, sgombro come al solito, esattamente come lo avevo visto nei precedenti dieci anni. Allโistante, il grumo di angoscia si sciolse. Uno stato di irriflessa tranquillitร mi accompagnรฒ per tutta la giornata. In ufficio mi dedicai alle attivitร piรน anonime e noiose che procrastinavo da tempo. Mi occorreva lโeffetto normalizzante, quasi narcotico, di quei compiti. Lasciai il lavoro pacificato.
Ma, durante il viaggio di ritorno in metropolitana, unโirrazionale paura iniziรฒ ad agitarmi, impedendomi di rimanere seduto. Dovetti alzarmi e posizionarmi davanti alle porte ben prima della mia fermata. Il presentimento che la cupola fosse di nuovo lรฌ fuori, svettante, mi rattrappรฌ di colpo appena la voce in diffusione annunciรฒ la stazione di Gardenie. Mi strizzai dentro le falde del cappotto come a poter essere rinfrancato dal calore residuo recuperato tra le fibre di lana. Mi trascinai con riluttanza sulla scala mobile che terminava sulla piazza. Non avevo piรน diaframmi a proteggermi da quella minaccia. E, in effetti, era lรฌ ad aspettarmi. La vidi scintillare con le sue maioliche istoriate, il pinnacolo puntato nello spazio. Alzai il bavero del cappotto e incassai la testa tra le spalle. Accelerai il passo. Cercavo di tenere lo sguardo a terra, ma non potevo evitare di tornare compulsivamente a rivolgerlo verso lโalto. Allora agganciai gli occhi al movimento cadenzato e marziale di chi mi precedeva lungo il marciapiedi. Era una donna. Ben vestita, sobria, iniziai a fissarle la nuca. Dopo poco mi ero assuefatto ai movimenti fin troppo prevedibili del suo corpo, tanto scandita ne era la marcia, sonora per le tacchettate secche che rintoccavano sull’asfalto. Se non fosse che, dopo qualche metro, mi accorsi di unโanomalia. In maniera furtiva, anche lei indirizzava delle occhiate oblique verso lโalto, poi interrogava lo spazio circostante, avvitando il capo sul collo in un senso e nellโaltro. Provai a capire se il suo sguardo intercettasse qualcosa di plausibile lungo la stessa diagonale: lโinsegna di un negozio, una tabella dellโautobus. Niente: si conficcava sotto la volta del cielo incombente, proprio sullโorizzonte di palazzi anonimi e pesanti, dove adesso sorgeva lโenorme bombatura della cupola. Allโinterno di quellโirragionevole rappresentazione cominciavo a rintracciare alcuni punti fermi. Per quanto ne sapessi, la cupola si manifestava solo al tramonto. O forse si palesava al ritorno da una giornata di lavoro, quando la stanchezza e la frustrazione raggiungevano il culmine. Era un particolare stato di prostrazione a produrre lo strano effetto allucinatorio? Mentre isolavo quei pensieri, vidi nuovamente la donna guardare su per lโaria. Ecco il secondo elemento che potevo misurare nellโerrore percettivo di cui ero vittima: non ero lโunico ad assistere a tale prodigio.
ยซScusiโฆยป Accelerando, mi ero affiancato a lei.
ยซDice a me?ยป Piรน che spaventata, sembrรฒ colta nella flagranza di qualcosa di disdicevole.
ยซSรฌ, mi perdoniยป.
ยซMi dicaยป. Il tono irritato mi portรฒ sul punto di desistere.
ยซScusi, ma devo chiederglielo. La vede anche lei?ยป
ยซCosa? Di cosa sta parlando?ยป
ยซDella cupola, di quella cupola lรฌ!ยป
La donna sembrรฒ raggelarsi.
ยซAh, la cupola…ยป
ยซAllora la vede anche lei?ยป insistetti.
ยซSรฌ, la vedo anche ioยป. Si rabbuiรฒ un poco; sembrรฒ ritirarsi in un angolo invisibile dello spazio.
Mi sentii fuori luogo e importuno. La donna aveva preso a guardarmi da dietro una patina liquida che le velava gli occhi. Gli incisivi affondarono un poco nel labbro inferiore. Fu quella posa a procurarmi una strana sensazione di giร visto; piรน del volto, della postura, dei movimenti dinoccolati, erano gli incisivi leggermente sconnessi, che penetravano nel labbro livido e asciutto lasciando una leggera scalfittura sulla pelle, a restituirmi una sensazione di familiaritร . E allora non resistetti.
ยซMi scusi ancora, ma ci conosciamo?ยป Avvampai per lโimbarazzo.
ยซNo, guardi, non mi sembra proprioยป e allungรฒ il passo.
Mi scusai e la salutai, benchรฉ fosse ormai fuori dalla portata della mia voce.
Mi ricacciai allora nella visione di una scena che mi circondava con la minacciositร di una sempre piรน netta sconnessione dalla realtร . Tornai a guardare lungo la superficie riflettente di quellโedificio impossibile. Le sue splendide maioliche emanavano un freddo senso di distacco. Perchรฉ ero oggetto di quel miracolo non richiesto? Lo subivo come unโaggressione, una violenta sottrazione alla mia ordinarietร . Venivo chiamato a qualcosa che ignoravo, ma in modo brutale. Come brutale era quella presenza raggiante che fagocitava lo spazio intorno a sรฉ. I contorni delle sue forme convesse agglutinavano i colori. Lโazzurro, il verde e lโoro sembravano stemperarsi con il blu del cielo e il rosso del tramonto e il grigio sporco dei palazzoni. La vista non reggeva, sfuocava. Deviai giusto in tempo nel cortile di casa. Mi aspettavano il divano e del vino rosso scadente.

Alessandro Sicioldr, Il Castello (2025)
oil on linen, 140×190 cm
In copertina: La Tempesta (2025)
oil on linen, 160×170 cm
Curatela editoriale: Giuseppe Cappitta
Alessio Caliandro (1977) รจ originario di Martina Franca e vive a Roma, dove si รจ laureato in Filosofia e in Studi storico-religiosi. Ha collaborato con ยซNuovi Argomentiยป e pubblicato il saggio di storia delle religioni Il Prete Gianni e la performativitร del mito (Fallone, 2022). Nel 2023 รจ stato finalista della XXXVI edizione del Premio Italo Calvino con il romanzo inedito Gli incarnati, pubblicato nel 2024 da Rubbettino Editore. Un estratto dello stesso romanzo รจ stato incluso nellโAntologia di RicercaBo (Manni, 2024).
Alessandro Sicioldr, nato a Tuscania nel 1990, si forma presso lo studio del padre, apprendendo i metodi e i materiali della pittura e del disegno. Dal Surrealismo attinge lโirrazionalitร e lโanalisi della psiche; dal Simbolismo la dimensione onirica. Risulta chiara lโispirazione al Manierismo e ai pittori fiamminghi nellโuso del colore, della luce e nella minuziositร dei dettagli. Le tele rappresentano lโinterioritร e lโinconscio del pittore: immerse in unโatmosfera talvolta contemplativa, talvolta caotica, figure misteriose fuori dal tempo riempiono solennemente lo spazio, un โaltroveโ indefinito, ricco di enigmi. Ciรฒ che non si puรฒ adeguatamente definire nรฉ comprendere a parole viene abilmente impresso sulla tela, che diviene il mezzo indispensabile per raccontare allโosservatore visioni altrimenti indescrivibili. [Viviana Lipari] || Tra le personali: Il Sogno Dell’Annuncio, Primo Marella Gallery, Milano (2023); Ascoltare Bellezza/Solstizio D’Inverno, Biblioteca Classense, Ravenna (2022); Il Maestro, La Voce, La Luce, Primo Marella Gallery, Milano (2022); Dipinti, Museo MUSASm Sant’Arcangelo Di Romagna (2021). Tra le collettive, ha esposto a Bangkok, San Francisco, New York, Escondido, Valencia. ึ
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