Passacaglia dell’altro

Questa voglia indiavolata non la posso sfamare con le solite fesserie che succedono in giro, non mi basta la messinscena dei funghi nucleari sulle mappe, il bluff degli imperatori, il ritornello delle stragi; ho bisogno di qualcosa che pareggi il mondo intero, qualcosa di veramente bestiale, magnifico. Un botto ecumenico che dissolva le certezze microscopiche e i dubbi planetari, un colpo secco e conclusivo, chiarificatore.
Ma come si fa a saziare una simile voglia? Impossibile. Si puรฒ solo ingannare lo stomaco con il mangime degli sconfitti, degli impotenti: preghiere preghiere preghiereโ€ฆ
Prego tutte le sere. Il tempo di quadrare la cassa e chiudere il panificio, farmi una doccia per mondarmi la pelle dalla farina incrostata, che mi vesto a messa, busso alla porta di Costanza e le giuro: ยซQuando torno si risolve tuttoยป.
Poi, come il piรน devoto dei portacroce, lascio questo poggio di ulivi che volta le spalle allโ€™Etna, vado a celebrare la mia processione privata.
Stesso percorso, tappa dopo tappa: il viale che ha le foglie a terra ogni stagione, la stazione dei treni, sedici bocche degli Archi della Marina, il Duomo, Vittorio Emanuele, Via Crociferi per intero e infine la chiesa di San Camillo.
Punto la prima fila, ignorando fedeli, preti, crocifissi e santi pittati; mโ€™inginocchio di scatto sulla predella della panca sinistra, offrendo un poco di dolore in pegno.
Chiudo gli occhi, prima con dolcezza, figurandomi lโ€™universo come un enorme animale orfano senza sangue, senza poesia; quindi li presso forte, a farmi male le tempie, e prego prego prego la bestia infinita di sputare un nuovo pauroso cristo, un pastore reprobo col vocione arrabbiato che sancisca il castigo irrevocabile, la moria degli esseri e delle cose, lo spegnimento. Mia la responsabilitร  dโ€™illustrare cause e ragioni dellโ€™inevitabile decreto: distribuirรฒ la circolare a tutti, spiegherรฒ, parola per parola, il senso dellโ€™ultimo versetto, e finalmente Costanza dovrร  riconoscere chi sono, seppellire sbalordita la sua arroganza, i suoi squilibri, i suoi tormenti: “Adesso capisci cosa so? Vedi cosa so fare? Niente piรน mali niente bombe niente macelli niente infarti niente tumori: ora morire non fa piรน paura.โ€ Cosรฌ le dirรฒ. Perchรฉ se il mondo finisce la morte si abroga, perchรฉ se si muore in compagnia si muore e non si muore.
Ma quando esco dalla chiesa il mondo non finisce. Allora ripercorro le tappe della mia processione allโ€™inverso, con le spalle incassate e il vuoto intestinale del fallimento quotidiano.
รˆ il momento della sera in cui devo rassegnarmi ad aggiornare lโ€™inventario delle proposte da imboccare a Costanza, a escogitare nuove soluzioni per disintossicarla dal maligno che le sbava sul senno.
In cima al poggio libero i polmoni nello scuro, inspiro e il petto punta la testa del vulcano, soffio e si staglia lโ€™insegna giallognola del panificio: FORNO INTERRANTE.
Scelgo lโ€™argomento con cui partire, apro la porta, comincia la rassegna della serata.
ยซPerchรฉ non riprendiamo lโ€™universitร ?ยป รˆ una delle proposte con meno ostacoli. Lโ€™abbiamo abbandonata troppo presto. Lei era tra le migliori in facoltร  e a me non dispiacerebbe finire gli esami che restano, vecchi non siamo. ยซSi tiene occupata la mente, si scacciano i pensieri inutiliยป, sostengo.
Costanza ridacchia e mi chiama fesso. Dice che non sprecherร  un altro minuto della sua unica vita a studiare la corruzione delle scienze, delle storie, delle sociologie e di tutte le arti. Sono tutte menzogne, porcate, depravazioni imbrattacervelli.
Passo a mettere in discussione il panificio: ยซRagioniamo su un progetto piรน stimolante, unโ€™impresa che ci appassioni per davvero. Possiamo trovare idee migliori noi due, e di rilievoยป, azzardo, sperando che lโ€™eccitazione della prospettiva la coinvolga, le faccia rendere conto di quanto sia svilente amputare il nostro talento dentro un mortorio isolato, un bugno scassato in cui non cโ€™รจ nemmeno il piacere di lavorare con la clientela normale, ma solo ristoratori, ristoratori, pidocchiosissimi ristoratori. ยซAffittiamolo. Possiamo persino venderlo se te la senti. Tuo padre e tua madre non avrebbero detto mezza parola controยป.
Costanza urla che non si venderร  un solo mattone di questo panificio, e mi ricorda che se si chiama Interrante รจ perchรฉ Interrante era il cognome di suo padre ed รจ pure il suo cognome, non il mio, quindi del plurale non si dร  il caso. Se desidero tirare su la mia multinazionale di rilievo, posso farlo con i soldi che ho risparmiato lavorando al suo umile panificio.
ยซFacciamo una vacanza. Andiamo in una cittร  dove le cose pulsano. Milano, Londra, Berlinoยป.
Costanza mi avvisa sghignazzando che non pulsa mai niente da nessuna parte.
ยซUsciamo. Stasera stesso se vuoi. O domani o qualsiasi giorno tu voglia. Dico: uscire per distrarsi, non per la mappatura dei nei o per le ecografie o per le radiografie. Metti un piede fuori, vedrai che presto ne metterai due, tre, dieci. Se rimani ancora qui dentro, lโ€™esterno diventerร  sempre piรน intollerabileยป.
Costanza risponde che non ho capito, che proprio non riesco a capire nulla. Per quanto la riguarda, se io ho voglia di uscire, ne posso anche mettere cento di piedi fuori, nessuno mi costringe lรฌ.
ยซTorna giรน a lavorare qualche volta. Non devi faticare, prepari un paio di impasti. Cosรฌ fai qualcosa, scarichi i nerviยป.
Costanza taglia corto e mi comunica che se non sono in grado di farlo da solo puรฒ anche chiudere il panificio per un poโ€™, i soldi non mancano.
ยซMangia bene, cibo solido intendo. Rinfrescati, datti una sciacquata, sistemati, fatti bella. Prendersi cura di sรฉ giova, ci si sente meglioยป.
Costanza mi rivela pacatamente che il successo piรน grande della mia esistenza รจ stato assaggiare una come lei.
ยซCosโ€™รจ capitato? Perchรฉ sono tornati i brutti pensieri?ยป
Costanza dice che รจ stata la troppa felicitร .
ยซSe questa volta non riesci da sola, ci vuole un aiuto: parlare a un dottore, seguire delle cure, cosโ€™altro non so. Se continua cosรฌ vedremo cosa fareยป. Concludo.
Costanza mi confessa che certe cose unโ€™intelligenza come la mia non le puรฒ capire.

Preghiere preghiere preghiere, non cโ€™รจ sera che manchi di celebrare la mia processione. Eppure รจ arrivato impunito un altro maggio e con lui lโ€™avvisaglia di unโ€™estate intera. Del Signore dei signori manco lโ€™ombra, per disperata che sia la mia supplica di mostrarsi e dichiarare mondorotto. Non sono buono nemmeno a pregare. Me lo confesso deluso mentre tra Crociferi e il Duomo pesto le stesse identiche basole, subisco intatte le stesse identiche facciate grasse dei palazzi e delle chiese.
Mi confesso anche il disprezzo che sto covando per Costanza, il disgusto che mi sale in gola a tradimento e che subito inghiotto. Si sono insinuati nella sfuriata di domenica. Ho pensato sul serio di andare via, abbandonare tutto.
In mattinata era uscita la notizia di un altro omicidio, stavolta รจ toccato a un assessore. Un uomo gli ha sparato proprio sotto Palazzo dei Chierici, una specie di esecuzione pubblica.
Lei era incollata allโ€™edizione straordinaria e aveva ripreso quel suo tic di tastarsi gli incisivi con lโ€™indice e il pollice, come se temesse di sentirli dondolare.
ยซPoteva capitare di peggioยป, ho pensato a voce alta.
Mi ha domandato cosa volessi dire, priva di vero interesse.
ยซNullaยป ho risposto, ridendomela in segreto. Quelle erano solo altre fesserie, briciole rispetto alla portata delle mie preghiere. ยซPranziamo nello spiazzale fuori oggi, che ne dici?ยป
Si รจ fatta sorda, ha continuato a indagare sulla salute dei suoi denti, imbambolata dalla disgrazia.
Era il mio giorno libero, non avevo voglia di sprecarlo ad ascoltare i ridicoli guasti giornalieri di un mondo da far scoppiare, nรฉ mi andava che lei respirasse altro male. Ho spalancato la veneziana del soggiorno da sempre serrata e ho insistito ancora: ยซFuori si sta bene, cโ€™รจ un poโ€™ di caldo, perรฒ soffiaยป.
Ma appena lโ€™ho detto รจ partito uno sparo nello schermo. Lโ€™uomo ha dato una pacca sulla spalla allโ€™assessore, lโ€™assessore si รจ voltato e lโ€™uomo ha centrato la fronte. Sebbene le immagini fossero sfocate, non cโ€™era molto lavoro per la fantasia: le gambe sono morte subito e ordinate, il resto รจ venuto giรน scomposto e con relativa lentezza, accennando richieste dโ€™aiuto inesaudibili. Poi le grida dei passanti, lo sconcerto, il panico generale.
Ho spento il televisore per cancellarne lโ€™esistenza. ยซCerte cose servono solo ad avvelenare le giornate della gente, prepariamo il pranzo e sistemiamo il tavolo fuoriยป.
Costanza ha cominciato a darmi contro, come se avesse scoperto in me una minuscola e insospettabile particella di responsabilitร  per la faccenda. Sta accadendo qualcosa di gravissimo, ammazzano come niente, ha scandito a voler marcare la mia presunta ottusitร . Aveva sentito parlare moltissimo di quel povero ragazzo, era una brava persona, poco piรน che nostro coetaneo, amato da molti; e anche non lo fosse stato buono, o amato, era comunque morto un essere umano, per quale volgare difetto non riuscivo a capirlo? Un altro essere umano imbottito di coscienza che non avrebbe piรน vissuto e non avrebbe mai piรน potuto pranzare, godersi il fresco delle belle giornate; cancellato per sempre, addormentato in un sonno senza sogni.
ยซTi stai fissando di nuovo. Sono periodi: durano quel che durano e poi svaniscono, ce ne sono stati di peggiori e ce ne saranno di peggiori. In mezzo a miliardi di persone accade tutto, nascono anche i pazzi e qualcuno finisce maleยป ho ribattuto.
A quel punto ha delirato. Ha detto qualcosa sul fatto che ignoro il mondo, che per me le pene e le sofferenze sono sempre altrove, sempre finte, e a parte lei non cโ€™รจ unโ€™anima che mi riconosca. Fuori sono solo, ha sottolineato, perchรฉ nella mia testa sono solo.
Ma il disprezzo, il disgusto, mi hanno sorpreso quando, nel pieno di quel farneticare, mi ha chiamato per nome e cognome, esasperando la sua tipica superbia con lโ€™intenzione manifesta di circoscrivere, ridimensionare, svalutare e soprattutto sconoscere la mia esistenza; mi appellava sfoggiando piรน che mai il tono sprezzante di chi ha scoperchiato lโ€™ultimo mistero e non puรฒ parlarne con me, poichรฉ inaccessibile alla mia natura limitata.
ยซSofferenze vere comโ€™รจ vero che ti stanno cascando i denti?ยป ho vomitato, ยซoppure come credere di avere il cancro ad ogni colpo di tosse? Non riuscire a mangiare cose normali perchรฉ hai paura di soffocare? Parli, straparli, offendi. Pensi di sapere e non sai niente. Non hai nemmeno una vitaยป.
Cโ€™era troppa rabbia nei suoi nervi per concedersi un istante di luciditร  e progettare uno schiaffo, perciรฒ mi ha preso il viso fra le mani e lโ€™ha stretto, con la foga di strapparmi la faccia.

Del Signore dei signori manco lโ€™ombra, mi ripeto appena sorpasso la stazione dei treni.
Si รจ chiusa in camera da due giorni ormai, di parlarmi non ne vuole sapere. E io non ho piรน argomenti, non ho piรน pazienza. Penso ripenso quasi rivivo quel giorno di collera e prende forza lโ€™idea di andare via, svoltare per unโ€™altra strada e non tornare piรน senza nemmeno avvisare. Ma come si puรฒ infangare con una simile vigliaccata il modo in cui abbiamo vissuto fino a qualche tempo fa? Quella trama speciale in cui basta solo lโ€™acume dโ€™intuire le urgenze dellโ€™altro, e si offre a cenni sรฉ stessi, si morde impudichi e si conserva la propria dignitร , ignorando la vergogna e le prepotenze della compassione. Costanza รจ sempre Costanza, ora si รจ solo ammalata, ha bisogno di cure concrete. Le chiederรฒ di scusarmi per essere stato cosรฌ meschino da rinfacciarle le debolezze contro cui sta lottando, dopo perรฒ dovrร  accettare lโ€™aiuto di uno specialista, voglia o meno. Sรฌ, รจ arrivato il momento, mi decido calpestando le foglie secche del viale. Aggiusteremo tutto. รˆ la persona piรน intelligente che abbia mai conosciuto, puรฒ vincere questi e mali piรน gravi.
In cima al poggio mi convinco della mia risoluzione a tal punto da sentirmi alleggerito. E quando busso alla sua porta le parole mi escono sole, sincere: ยซHo sbagliato, sono stato slealeยป ammetto, ยซe ti chiedo scusaยป.
Non risponde, sta guardando di nuovo il filmato dellโ€™attentato. Alza il volume e i rumori sfondano la porta: lo sparo, il tonfo e infine le grida.
ยซEro arrabbiato e ho detto delle cose spregevoli, lo soยป.
Daccapo: sparo, tonfo, grida.
ยซEsci, ne parliamo. Ci siamo sempre capitiยป.
E lei porta il filmato indietro, col volume al massimo: sparo, tonfo, grida. Due volte, cinque volte, dieci volte.
ยซรˆ disgustoso, spegniloยป insorgo dโ€™istinto.
ยซCosโ€™รจ disgustoso, Umberto Dovis? Il mondo che ammazza? Un uomo ammazzato รจ disgustoso, Umberto? Ed รจ piรน o meno disgustoso di me? Sono disgustosa io, che non ho una vita? E se dovessi morire veramente, sarei ancora piรน disgustosa? Non vorrei certo sconfinare nellโ€™indelicatezza, ma devo ricordarti che non cโ€™รจ nulla di sbalorditivo nella vita se provi a fare lo sforzo di guardare ai suoi fattacci nella scala dei miliardi, Umberto. Quindi mi metti incredibilmente in difficoltร  quando utilizzi il termine disgustoso: quale significato potrร  mai avere una simile parola dentro un numero con tutte quelle cifre? Ho lโ€™impressione di essere costretta a compiere un ulteriore sforzo se voglio arrivare a una conclusione. Forse potrei definire disgustosa una persona che ogni giorno manifesta viscidamente quanto sia desolante sprecare la propria miracolosa esistenza accanto a una psicopatica malata immaginaria. Qualcuno cosรฌ ridicolo da approfittare di tutte le occasioni per ribadire a se stesso quanto sia troppo in gamba per lavorare in uno squallido panificio; qualcuno patetico al punto che se potesse schiaccerebbe tutti gli altri perchรฉ รจ cosรฌ limitato cognitivamente da considerarli alla stregua di pupazzi di carne. Sรฌ, credo di poter sostenere che questo abbia a che fare con la parola disgustoso. E io non voglio disgustosi in casa mia, Umberto. Te ne devi andareยป.
Ha ragione lei, devo andare via. Mi si rivela in una chiarezza totale. รˆ sempre stato questo il suo prestigio: stravolgere me perchรฉ non puรฒ stravolgere la realtร . Un misero panificio, un alloggetto su uno scarto di collina, gli anni che ho sciupato a farmi convincere che questo fosse il piรน degno tra i modi di campare. Tutto mistificato non da un suo presunto disturbo, ma dalla sua lucidissima razionalitร  inverminita. E io, impazzito appresso a lei, ridotto a pregare finimondi.
Raccolgo le mie cose e in meno di unโ€™ora sono fuori. Lungo la discesa, quellโ€™accenno di leggerezza che ho assaggiato rimbambito dalle allucinazioni della speranza prende un altro senso, si propaga in ogni vena, bonifica il sangue, e si fa euforia, autentica liberazione. Costanza รจ altro da me. Viva o muoia, sono affari suoi. Lo stesso rivendico per me: la mia vita รจ un pensiero mio e basta. Via da questa galera, via da questo manicomio.

Mezzanotte, ma in cittร  le strade sono appassionate e ballano la musica che rimbalza dalle casse delle auto nel traffico, dai dilettanti nei pub, dalle compagnie brille con troppe destinazioni; i vicoli vibrano, si allacciano alla baldoria del centro storico e ovunque si suda volentieri lo scirocco di una prestissima estate. Nessuno qui ha tempo per la propria condanna, nessuno ha paura degli assassini nรฉ si tormenta per gli assassinati, tutti vivono lโ€™immortalitร  delle cose normali. Anchโ€™io voglio un pezzo di questa notte, trottare in giro, perdermi.
Il problema della sistemazione lo risolvo subito. A due passi cโ€™รจ lโ€™albergo di Iannuso, mi deve una camera a prezzo di favore se penso a tutta la tavola calda che gli ho dato a credenza. Entro e lo trovo in portineria, quasi preoccupato. Mi chiede sorpreso che ci faccio qui, come puรฒ aiutarmi. ยซMi serve una stanza. Per due settimane, piรน o menoยป gli dico glissando il resto. Guarda un poโ€™ pettegolo, e quando torna a fare il suo mestiere mi comunica dispiaciuto che se ne sgombera una domani mattina, ora non puรฒ aiutarmi.
ยซPerfettoยป gli rispondo. Ed รจ perfetto veramente: passerรฒ la notte fuori, come volevo, come non faccio da anni. Pago in anticipo e lascio la valigia in deposito. Vado per lโ€™uscita, ma lui mi trattiene, mi domanda del panificio, vuole sapere se in questi giorni rimarrร  chiuso, se deve rivolgersi ad altri laboratori per le colazioni degli ospiti.
ยซConviene chiederlo a Costanzaยป gli consiglio, e il sollievo mi fa accennare un sorriso.
Quasi lโ€™una e ci si muove ancora a passo eccitato; io vado a braccio: scelgo un bar con i tavolini fuori e lo mollo per un pub allโ€™irlandese, bevo una birra e passo alle cose forti senza finirla, svolto in quella e poi in quellโ€™altra viuzza, mi mischio a un gruppo che improvvisa giochi assurdi e subito mi sfilo per ascoltarne un altro che suona tamburi; vagabondo e faccio, e ogni cosa che faccio, sia la piรน insignificante, sviluppa uno stormo di futuri persino dalla scelta di sedermi su una panchina a orecchiare dei turisti discorrere, ne vengono mille direzioni dove posso andare a Milano, Berlino, Londra; dove posso finire gli studi in tutte le scienze, dove posso catturare unโ€™idea speciale e realizzarla.
Le due passate, rallentano i battiti sullโ€™asfalto, eppure non รจ deserto. Punto una panineria fra quelle rimaste aperte. Nellโ€™attesa che sia pronto, ascolto una comitiva di canaglie affamate scherzare sulle follie di questโ€™annata. Sono pronti al contrattacco, dicono; le pistole sono cariche; se dovesse andarci di mezzo un loro caro, li vanno a stanare testa per testa a quelli lรฌ. Sembrano capaci di qualunque cosa, mi viene lโ€™invidia solo a sentirli.
Si fanno le tre, le quattro; io proseguo come se sapessi dove andare.
Cammina cammina che mi avvicino a San Camillo per caso, tanto vale aspettare lรฌ.
Mi accomodo sui gradini della scalinata e mi stiracchio le gambe. Cโ€™รจ una specie di frescura viscosa, lโ€™aria pare di latte e sfoca lโ€™arancio dei lampioni, scontorna le case, sfuma le distanze. Perรฒ รจ un piacere. Stendo la schiena sul ripiano che divide le due rampe; adesso mi sento stanco, ma come dolcemente. Quel tipo di stanchezza che tratta i tormenti con noncuranza, che snobba le ossessioni della veglia. Cosรฌ ovattato nella mia coscienza, non ho voglia neanche di bruciare una foglia, mi basta sapere che posso fare il mio. Scioperi pure allโ€™infinito il messia, non ne ho bisogno. E Costanza malata, Costanza morta, Costanza che mi odia, Costanza e il disprezzo, il disgusto si dissolvono nel dormivegliaโ€ฆ Le cinqueโ€ฆ Le seiโ€ฆ Le setteโ€ฆ
Quando mi sveglio il cielo รจ bianco sporco e ho lโ€™arsura in bocca. Mi salva una fontanella due marciapiedi piรน in lร . Bevo, sciacquo la faccia fino a rinvenire del tutto.
Solo ora mi accorgo che cโ€™รจ giร  il capannello di fedeli che aspetta lโ€™apertura della chiesa. Chissร  comโ€™รจ vedermi dormire come un cane. Poco importa; e poi danno lโ€™idea di non aver badato a me, tanto sono incupiti. Lโ€™etร  รจ variegata, ma le loro facce sono affossate dalla stessa amarezza. Non si capisce perchรฉ stringano quei cartelloni, nรฉ si possono leggere, ancora arrotolati.
Diventa chiaro lโ€™istante seguente, non appena se ne vedono arrivare a decine dal fondo di Via Crociferi, dispiegati e sorretti a testa alta, alcuni con delle scritte arrabbiate, altri con la foto del defunto.
Che funerale. Ombra dopo ombra, il corteo di pianto striscia lungo lo stradone fino ad ammantare con unโ€™unica tinta nera lโ€™ingresso della chiesa, dove il carro funebre si ferma.
Tempo niente e si aggiungono altri militanti, altri piagnoni, lampeggiano gazzelle, si fanno avanti personalitร  politiche.
Io non mi sono mosso, e perรฒ mi ritrovo tra le prime file senza volerlo, con la folla che allโ€™improvviso mi sbarra da dietro, costretto ad avere una visione privilegiata delle facce piรน devastate, disposte attorno al carro chiuso, in attesa. Sono i parenti dellโ€™assessore, si riconoscono dallo strazio, da come lo piangono. Una mamma, un papร , due fratelli, un paio di cugini, forse degli amici. Chi sfrega il carro, chi si mangia le mani, chi sโ€™aggrappa a qualcun altro per non svenire. E lo piangono, lo piangonoโ€ฆ Un pianto forte e disperato per resuscitarlo, chรฉ non รจ giusto morire cosรฌ, non รจ giusto morire mai, deve pur spuntare un qualche tipo di angelo, un santo, un deus ex machina buono ad annullare questo vizio assurdo della natura.
A guardarli cosรฌ, estraneo a tanto dolore, sembrano sconclusionati. Cosโ€™รจ questo morto per me? Niente, nessuno, mi rispondo onestamente. Tantomeno mโ€™importa saperlo morto. รˆ un pupazzo di carne, sono tutti pupazzi di carne. Erano pupazzi di carne gli studenti, i professori allโ€™universitร . Se penso ad una grande cittร , Berlino, Londra, Milano, vedo solo pupazzi formicolare per le strade. Avere una bella idea, un buon progettoโ€ฆ ma per chi?
Ritrovarmi nelle parole di Costanza mi umilia. Non รจ un pupazzo, devo avere pena, mi comando. E comandandomi mโ€™incoraggio, mโ€™imbroglio, mi esalto, sragiono a tal punto che quando le portiere del carro si aprono e sfilano la bara, io mi faccio largo a spintoni bruti e offro la quarta spalla per quellโ€™uomo, assieme al trio tra i suoi cari.
Mi squadrano smarriti e con dispregio, tutti. Si domandano chi sono, mi ordinano di andare via. Mi fanno sentire un alieno. Qualcuno mi sposta con forza, una stretta serrata alla nuca, mano larga, decisa e nervosa. Sono ridicolo. Sento la vergogna avvampare, bruciarmi gli occhi; le gambe come non fossero le mie. Provo a riprenderne il controllo, a svincolare tra la folla e scappare via. Per la seconda volta mi afferrano, ora a un braccio e con il doppio della rabbia. Mi urlano che noi siamo la rovina di questo mondo, noi siamo ripugnanti, noi non siamo esseri umani. Poi mi colpiscono, e non si fermano neanche quando cado a terra. Cacciano un altro urlo, annunciano di avermi bloccato. Mi rialzo di scatto e metto forza tra la calca per strappare uno spiraglio. Come non so ma riesco a liberarmi. Corro veloce, senza mai guardare indietro.

Come arrivo allโ€™albergo strappo le chiavi della stanza dalle mani di Iannuso e una volta dentro chiudo la porta con due giri, abbasso la serranda della portafinestra, mi siedo su un angolo del pavimento tappandomi gli occhi con le mani.
Nel buio e nel silenzio mi sforzo di riconciliarmi con la mia mente, provo a negare lโ€™esistenza di quello che รจ appena successo. Mi rassicuro dicendomi che in quella bolgia nessuno si ricorderร  della mia faccia, nessuno mi riconoscerร ; e se qualcuno mi riconoscerร , sarร  la mia percezione contro la sua: non ho fatto niente di male, io.
Loro mi hanno aggredito, loro sono ripugnanti.
Quasi ci riesco, quasi mi calmo. Finchรฉ con la lingua non tasto lโ€™incisivo sinistro e sento che dondola e ha il sapore del ferro. Di nuovo mi sforzo di rifugiarmi in me, mi dico che รจ unโ€™impressione mia, che non dondola; lo tasto meglio col pollice e con lโ€™indice per dimostrarmelo, e a ogni dondolio lo presso piรน deciso, sperando dโ€™ingannarlo, di non farlo dondolare piรน. E si strappa.
Vado allo specchio, spalanco la bocca in unโ€™apertura innaturale, gli altri denti stridono, si sporcano di sangue. Mi viene di rimetterlo al suo posto, di ripiantarlo nel solco della gengiva e salvarmi dal buco nero. Non si puรฒ. รˆ successo veramente. Ora cโ€™รจ solo il buco nero che si prende tutto: il grigio azzurro delle pupille, il biondo scuro dei capelli, il pallore del volto scavato. Mi si prende intero. Centottantaquattro centimetri risucchiati, settantasei chilogrammi di materia risucchiati, le ossa risucchiate, i muscoli risucchiati, il midollo, i polmoni, la milza, il fegato, i reni, il cuore, lโ€™intestino, il cervello risucchiato.

Non esco da tredici giorni. Stamattina Iannuso mi ha chiamato al telefono della stanza, ha detto che vuole parlarmi dopo cena. Domani dovrei sloggiare o rinnovare per almeno unโ€™altra settimana. Non รจ una scelta difficile, ma io non so piรน immaginare lโ€™indomani. Voglio dire che proprio non sono capace di allestire con la mente lo scenario semplice di una persona che si sveglia e apre gli occhi, vede quel che vede e sente quel che sente. Nulla, non vedo nulla, nemmeno un bicchiere lasciato sul tavolo la sera prima. Non riesco piรน ad assemblare le figure, come se avessi perso una funzione elementare della mia testa.
Siccome il giorno dopo non lo vedo, quello prima rimango pressochรฉ immobile. Faccio il minimo, lo stesso ogni giorno. Ordino il cibo, prendo aria nel balcone e fisso lโ€™Etna fino a prendere sonno.
Iannuso mi chiama alle dieci spaccate. Scendo in portineria e lo trovo a sistemare cartacce sul bancone. Sembra pensieroso, ma appena alza lo sguardo forza un sorriso cordiale, mi dice che adesso sto messo meglio, i lividi se ne stanno andando piano piano. Di questi tempi รจ meglio uscire poco, aggiunge avanzando un collegamento del tutto arbitrario; le cose si fanno sempre peggio, solo ieri ne hanno ammazzati due, non ha senso, non ha alcun senso.
ยซDove lo stai prendendo il pane per il ristorante in questi giorni?ยป gli chiedo di scatto, nella speranza di sapere qualcosa su Costanza.
Lui capisce, spende due parole veloci su un altro laboratorio abbastanza valido e poi va al dunque, quasi volesse parlarmi proprio di Costanza da questa mattina. Mi spiega che รจ passato dal poggio piรน volte in queste settimane e ha trovato sempre chiuso; รจ strano per lui vederlo cosรฌ, persino i suoi clienti gli chiedono dispiaciuti perchรฉ il pane non รจ piรน lo stesso, il Forno Interrante รจ aperto da trentโ€™anni, รจ una realtร  importante di questa cittร .
Dopo, altrettanto consapevole di rischiare lโ€™invadenza, mi confessa che anche il resto sembra abbandonato. Una delle veneziane sbatte allโ€™infinito e i pezzi rotti sono piovuti a terra, e non cโ€™รจ altro rumore se non quello sbattere perpetuo. Si rimangia lโ€™espressione preoccupata, prova a normalizzare chiedendomi se Costanza non sia per caso andata in vacanza, avrร  dimenticato di chiuderla.
ยซDomani ti faccio sapere se rimangoยป mi limito a dire, e torno in stanza.
Lโ€™Etna qui รจ insopportabile. I due palazzi dirimpetto la incorniciano tra i loro cantonali barocchi, formano uno schermo impostore che le mozza i fianchi e lascia solo lโ€™inutile tronco giganteggiare per molestia. Deve esplodere, spaccarsi tutta.
Questa preghiera la faccio a occhi aperti, senza appetito, senza pretendere il mondo; dimentico di qualsiasi gloria, con lโ€™umore addomesticato dalla coscienza piรน nera dellโ€™uomo. La proietto sullo schermo: un boato immenso, la lava come lacrime, metri e metri di foschia tossita in faccia al cielo. E la mia paura dura niente. Il tempo di smaltire il capogiro del terremoto che giร  mi ritrovo in strada a mischiarmi nel pandemonio, partecipe assieme a tutti gli altri della stessa sventura, gemello di ognuno.
Fuori รจ una festa. Da San Camillo, passando per Via Crociferi fino a Vittorio Emanuele si fracassa tutto: angeli, capitelli, mascheroni, stemmi. Il Duomo, la cartolina di un natale sconsacrato dallo zolfo; i lapilli piombano con la balistica di una grandinata, i fiocchi cenerini scivolano a mezzโ€™aria e cadono a terra innevando la piazza. Dappertutto nervature, sassi, conci. Degli Archi della Marina non se ne salva nemmeno uno, la stazione dei treni bombardata, le foglie del viale leccate dalle fiamme.
Lโ€™insegna del panificio traballa. Forno Interrante si legge per diagonale ora, la cenere lโ€™ha invecchiata, cosรฌ come ha invecchiato gli ulivi. Riconosco queste cose, mi dico che sono anche mie, e mโ€™inorgogliscono di un sapere speciale che il mondo non puรฒ capire.
Lโ€™Etna si calma. Si vedono nascere nembi bluastri, gli sbuffi sul cratere si fanno stanchi, i lampi incolore piรน fiochi: il rosso della lava cola tranquillo.
Alzo lo sguardo verso il piano di sopra. La veneziana รจ di nuovo serrata, รจ stata lei, รจ viva.
Sta guardando il notiziario raccontare lโ€™eruzione. Si gira verso di me, non รจ sorpresa di vedermi. ยซSei contento ora?ยป mi chiede.
Io le domando a mia volta perchรฉ dovrei esserlo. Lei sorride con indulgenza, la mia รจ una domanda stupida: lo sa che sono stato io. Allora rilancio, le faccio vedere il dente, perรฒ la rassicuro subito: le dico che purtroppo capita, e se ci fai pace smette di essere una tragedia, diventa una normale stanchezza.
Si avvicina curiosa e ispeziona il buco nero accarezzandomi le labbra. Il suo sguardo si gonfia di pena.
Poi si scosta. Cammina verso il bagno, apre il rubinetto della doccia, si spoglia. ยซLavamiยป dice.
Ha le ciocche secche come strame; le disseto una per una con lโ€™acqua calda e dopo sistemo lโ€™intero fascio verso la schiena. Si rinvigoriscono, tornano color miele. Anche il volto si sveglia, gli occhi a mandorla si allargano, le pupille nere luccicano.
ยซI miei genitori erano persone felici, probabilmente troppo felici per i miei gustiยป comincia a raccontare con il suo vecchio tono, quello di chi sta per condividere con te la curiositร  piรน affascinante della propria vita. ยซQuando avevo sei anni siamo andati a una festa di carnevale, e sono sicura di aver scoperto lโ€™orribile concetto di carnevale proprio quella seraยป.
Conosco bene questa storia, la racconta sempre; ora piรน che mai non vedo lโ€™ora di ascoltarla.
ยซLa festa era in una sala vastissima, illuminata di viola e stracolma di gente mascherata in maniera sconsideratamente pacchiana che ballava una musica anonimaยป prosegue, mentre passo la spugna sulle spalle oleose fino a levigarle lisce e ambrate; ยซdopo trenta secondi – e dico trenta secondi reali – dal nostro arrivo, mio padre e mia madre erano cosรฌ entusiasti della scena da prendermi sulle spalle e buttarsi a ballare nella mischia. Per un poโ€™ mi sono divertita anchโ€™io, devo ammetterlo. Ma chissร  a causa di quale stranezza genetica, io non ho ereditato quel genere di allegria che avevano loroยป.
Massaggio la pelle esausta delle ascelle, sciolgo lโ€™unto sotto i seni, spiano le cicatrici dellโ€™elastico sulla schiena. ยซAllโ€™inizio ho percepito solo una leggera e indeterminabile tristezza; mi sono seduta su una sedia a pochi metri da loro e mi sono limitata a guardarli ballare e a simulare sorrisi ogni volta che i nostri sguardi sโ€™incrociavano: non avevo alcuna intenzione di guastare la loro serata, inoltre era bellissimo vederli muoversi in quel modo cosรฌ anarchico. Poi perรฒ la tristezza ha cominciato a diventare pesante e ad assumere forme illogicheยป.
Curo con delicatezza le irritazioni del basso ventre, le natiche trascurate. ยซHo pensato che se avessero continuato a sprecare tutta quella felicitร , la mattina dopo non si sarebbero piรน svegliati. Intendo dire mai piรน. Allora li ho raggiunti e ho sussurrato allโ€™orecchio di mio padre che avevo un poโ€™ di sonno. Lui mi ha accarezzato la guancia e mi ha chiesto per favore di resistere lโ€™ultima mezzโ€™oretta proprio perchรฉ il mattino seguente si sarebbero dovuti svegliare prestissimo per impastare il pane e tutto il resto; avrebbero lavorato tutta la giornata, volevano godersi quel momento. Sono tornata al mio posto, ho cercato di tranquillizzarmi. Ma รจ stato impossibile. Stavo per essere schiacciata da tonnellate di tristezza, i pensieri continuavano a fulminarmi come scosse elettriche. La loro felicitร  era troppa, sarebbe successo qualcosa a momenti. Un infarto, un malore, qualcosa del genere. Questa volta ho puntato mia madre, le ho detto che sentivo di avere la febbre. Anche lei mi ha accarezzata; ha capito che le avevo detto una bugia e mi ha chiesto di resistere gli ultimissimi cinque minuti, poi saremmo tornati a casa. Il giorno dopo le aspettava una giornata dura in panificio, voleva divertirsi finchรฉ poteva. Le sue parole mi hanno resa ancora piรน triste, se possibile; perchรฉ lei non aveva la piรน pallida idea di quello che stava per succedere, la sua tenera felicitร  sarebbe stata brutalmente stroncataยป.
Depuro le lunghe gambe dalla polvere; le ginocchia, le articolazioni, le caviglie, i piedi.
ยซSono tornata al mio posto per la seconda volta. Qualcuno, tra tutta quella folla, si sarebbe accorto di tutta quella felicitร  e li avrebbe uccisi, ne ero certa. Dovevo assolutamente salvarli. A quel punto mi sono tuffata nella mischia anchโ€™io, fra tutti quei mostri conciati malissimo, ho fatto finta di svenire al centro della pista, sforzandomi di serrare gli occhi finchรฉ qualcuno non si fosse accorto di me. Non ci รจ voluto molto. Una donna ha cominciato a strillare e ha chiamato aiuto. Risultato: musica staccata, fari accesi e fine divertimento. Quando i miei genitori mi hanno trovata, ho aperto gli occhi. Sembravano ectoplasmi. Mi hanno chiesto scusa, erano in lacrime. Non ero fiera di me, ma la tristezza รจ svanita e finalmente mi sono tranquillizzata. Credo che il carnevale sia la peggiore delle invenzioni umaneยป.
Si asciuga osservandosi allo specchio. Ecco la sua postura scultorea e orgogliosa, il busto leggermente inarcato, il seno arrogante verso fuori. Si pettina i capelli, e con un guizzo deciso li scaglia a cascata sul fondoschiena. Sceglie un vestito rosso, indossa una collana girocollo nera e mette il trucco.
ยซVadoยป mi avvisa. ยซTu cosa farai?ยป
ยซQualcosa farรฒยป.
Si allontana verso la discesa del poggio a passo fiero, poi scompare.
Ci vuole ancora un bel poโ€™ perchรฉ venga lโ€™alba, quanto basta per unโ€™infornata. Saranno tutti affamati.

Chiudo gli occhi. Il boato รจ uguale, nรฉ piรน nรฉ meno: immenso. E la mia paura dura niente, il tempo di smaltire il capogiro del terremoto e giร  mi ritrovo in strada a mischiarmi nel pandemonio, partecipe assieme a tutti gli altri della stessa sventura, gemello di ognuno.
Sono felice, vi prego di perdonarmi.

Turi Simeti, Collage di buste (1961)
collage su tela, 80×100 cm
Galleria d’Arte Bergamo / Collezione privata

In copertina: Molteplici illusioni 2/3 (2021)
collage analogico su carta, 210×297 mm
#DEMETRIODIGRADO


Curatela editoriale: Giuseppe Cappitta


Salvatore Santagati (1993) รจ nato a Catania e vive a Bologna. I suoi racconti sono apparsi sul quotidiano La Sicilia e sulla rivista Pastrengo.


Demetrio Di Grado (Palermo, 1976), vive e lavora a Caltagirone (CT). Dopo un trascorso nella cultura hip hop, nei primi anni 2000 rimane affascinato dallโ€™arte e dalla pittura. Nel 2012 ha fondato lโ€™associazione ManSourcing, con cui promuove festival e progetti di arte urbana. Nel 2016 decide di rivoluzionare il proprio linguaggio, scegliendo il collage come gesto totale, intimo e liberatorio. Da allora taglia, incolla e ricompone immagini tratte da vecchie riviste dagli anni โ€™30 ai โ€™50, frammenti di un passato ricercato con la cura di un archeologo e lโ€™istinto di un narratore. Pioniere della collage street art in Sicilia, partecipa a mostre, festival ed eventi di respiro nazionale e internazionale. Tra le principali esposizioni, le personali a Palermo (Veniero Project 2026), Catania (KOart, 2024), al Museo Diocesano di Caltagirone (2018; 2024-2025), a Milano (Spazio Marset, 2022) e in Norvegia (Scandinavian Collage Museum, 2020). Tra le collettive, le presenze a Palermo nelle piรน influenti gallerie della cittร  (dal 2024 al 2026) e al Museo Riso (2021), ad Atene (The Blender Gallery, 2022), Varsavia (International Collage Art, 2019 e 2020), Roma (Galleria Rosso20sette, 2022โ€“2023), Catania (Palazzo della Cultura, 2020), Edimburgo (Vinylism Event Collage, 2018). Ha preso parte a numerosi festival internazionali, tra cui Cut and Glue Fest a Mosca (2021), Collagist Festival a Bruxelles (2019) e Paste Up Festival a Cittร  del Messico (2019). Le sue opere decorano i muri di molte cittร  italiane ed europee: tra le altre, Milano, Parigi, Berlino, Lisbona, Basilea, Atene, Copenhagen, Nantes e Valencia. Ha condotto workshop di collage analogico in tutta Italia, รจ ambassador e collaboratore di diverse aziende, ha firmato etichette di birre artigianali siciliane, cover per libri e singoli musicali. รˆ presente in tesi di laurea come studio e approfondimento in merito allโ€™utilizzo del collage come mezzo di comunicazione. Tra le pubblicazioni a lui dedicate: la monografia Eravamo puri senza pretese (a cura di F. Piazza, Bisso Editore, 2020), e la menzione nei volumi Collage Italia โ€“ Vol. 1 (a c. di D. Di Leo, Psicografici Editore, 2022), Street Art Italia (a cura di A. Vigni, Solo Edizioni), Cult of Life #13 โ€“ Collage Magazine (a c. di Niko Vartainen, Finlandia), Contemporary Collage Magazine 2025. ึŽ #DEMETRIODIGRADO



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