Claire Vietti – I figli bastardi

Quanto manca per Samarcanda?

Nello zaino per stanotte
ti metto l’istante in cui saprò l’islandese
mentre mi attraverserai per uscire.
Con la clavicola affilata
più gelida del vento,
da bambino dimenticato all’aperto
che adesso non si ammala mai.

Metterò una buona parola con la Madre Nostra Serpente. 
Ma ci sarà qualcuno ad espiare
l’averti gettato quaggiù come uovo candido?
Non piange l’Eterno per i gusci morbidi?

E come lasciarti all’attraversata crudele
dell’incrocio,
dove i tossici automedicati
piegati in venti sotto i gabbiani 
vogliono farsi ingoiare interi,
nell’attesa che gli adulti finiscano di cenare? 
Domanderò io alla Madre
quanto manca per Samarcanda,
ma per noi figli bastardi ci son capanne arrabattate sotto i tavoli, 
ci si intrattiene con una molletta da bucato,
con quattro bottoni.

E non sarà un dolore la tua schiena:
io nacqui col forcipe del Parco.
Lui subito mi insegnò con voce vegetale
che questo cuore inesfruttabile d’insetto
poteva colmarsi solo da disertore,
dal premermi eterno sotto il guanciale-intestino di mia madre, 
l’orecchio sulle sue ninnananne marine,
e per me non fu un dolore
accettare tutti i pizzicotti
dei fratellini terrestri:
qui è il tempo per essere mostruosi.

Il Parco per primo abitua gli occhi all’azzurrire imprendibile,
calcificati nel crampo immenso,
la terra che richiama a sé la cervicale.
Si sopporta la frusta dell’erba sul cuore,
il suo sadico sventolio a pochi metri
di gambette ossute e palloni da calcio e desiderio.

Perciò non fu un dolore 
quando la mia patetica supplica per il latte col miele
si deformò in mugolio ostinato di mosca.
A labbra serrate, a tick degli occhi, a onirici stupri,
ché agli spiriti piace il vibrato degli Uomini.
Ora quest’anima di mosca bambina ti spia, da quel tanto
di sterminato intreccio
che posso bagnare rovesciando un bicchiere.
Qui è il pomeriggio assolato del castigo,
e ronzando mi poso a cercare
la saliva umana sulle lattine.

Psichiatria 1. Fame di chimera

Noi siamo i fortunati:
le palazzine logore intorno al letto otto
ci stringono forte.
Da quassù la nostra veglia è un po’ più semplice
sull’indigestione dei pazienti là fuori
che si puliscono la bocca coi capelli,
il loro ingozzarsi di piatti precotti, avanzi dei ristoranti,
l’olio vecchio della padella,
würstel crudi del Crai nei succhi gastrici
e il grattare la crosta del formaggio e le schegge in fondo ai cassetti
e poi il vomito che è un secondo pasto,
ché le date di scadenza non sono mai quelle vere.

Quando potremo mangiare anche noi?
Qui nulla domandiamo se non il boccone perfetto,
la briciola d’assoluta dolcezza,
attendiamo la santa poltiglia rigurgitata direttamente dal becco
opalino delle illusioni ipnagogiche,
che allontanano la testa quando le insegui con lo sguardo.

Certo, va ignorata la simmetria del ragno appuntito e
della tigre ai piedi del letto,
il cielo pervinca,
ed ogni altra beffa con cui il non-Dio 
ci sventola davanti l’amore.
Non cediamo ai ricatti della speranza,
ancora sappiamo sgattaiolare via.

Stanotte facciamo il giro largo,
passiamo davanti al cuore di Nausicaa.
Ci sono secchielli gialli buttati nell’orto,
terra smossa, alberelli steccati,
cani sciolti che inseguono i motorini,
poi la stradina si perde,
è solo fango e cancelli rotti fino al lettino numero dodici.

Al ritorno c’è il ragazzo-colibrì 
che trema tutto per la fatica di trasfigurare.
Stanotte cede al sollievo della superficie.
Si posa sul principio che dalla veranda aperta
entra la corrente e perciò dalla lampada esce
una luce e allora all’infermiera 
fa un poco male il fegato e tu quindi 
mi allunghi il mignolo ossuto e io 
non ti voglio toccare.
Una fiaba – imploro – una fiaba.
No – ti arrabbi – ascolterai ciò che voglio raccontarti.
Allora, lo vuoi ascoltare o no?

Stamattina mi dondoli dalla cintura dell’accappatoio,
mi pari il pendolo secco
di una vecchia casa amata.
Il salotto è arredato a festa.
Tua madre non ha spazio per giocare a nascondino.
Il bambino-quadro e il bambino-tazza si asciugano gli occhi,
hanno labbra per dire, e perdonano tutti.
Non c’è abbastanza luce per sentirsi crudeli.
Non noti più il patibolo 
che ogni cosa comprende,
dal bambino-finestra che ti cala un’ombra, 
al bambino-nuvola che spaventato si sfilaccia,
perché i tuoi amori adesso sono anelli robusti, 
portatovaglioli.

Ti amo, bambina-Anna.
E qui è così bello da camminare piano,
da inguainarsi negli stracci unti,
da reggere in tremendo equilibrio
questo trombo nella vena.

Psichiatria 2. Anastasia è una pianta

Quella notte dietro il paravento,
dalla barella in corridoio
mi infilai nel bagno di una ragazza
che era un po’ una bambina
e un po’ una pianta.

Adagio schiuse gli arti come un seme.
Crebbero gomito, ginocchio, piede.
Io scambiai i suoi occhi luccicanti e
i dentini da bambina
per il sorriso ebete dei pazzi.

Ma Anastasia era una rara pianta parassita,
senza tronco per spostarsi,
solo l’enorme fiore rosso del bacino
la inchiodava qui, e al materasso.

Solo laggiù 
il terreno era abbastanza umido per
il suo mistero di fiore umano.

Accovacciata nel cesso buio di spore
temevo la bambina-pianta e il suo segreto:
riacciuffare l’infanzia quando cade
là dietro il profilo delle cose
è un salto dal terzo piano.

Dea bambina che non tocca più terra,
Icaro dal bacino rotto,
dalle lenzuola imperlate di sangue 
mi colpì alle spalle
il ciao più dolce.

Linda Fregni Nagler
The Hidden Mother, 2006-2013

997 ferrotipi, dagherrotipi, albumine e stampe su carta alla gelatina ai sali d’argento, 112,4 × 152,6 × 900 cm (Courtesy Nouveau Musée National de Monaco, n. d’inventaire 2014.8.1)


Claire Vietti, nata a Torino nel 2001, si è formata come attrice di metodo Stanislavskij-Strasberg con Fabrizio Portalupi presso la Scuola di Teatro Sergio Tofano. Ha studiato sceneggiatura, scrittura teatrale e filmmaking alla Scuola Holden. Nel mentre non ha mai smesso di dedicarsi alla poesia e alla prosa, coltivando la passione assoluta per la letteratura.


Linda Fregni Nagler è nata a Stoccolma nel 1976 e vive a Milano, dove nel 2000 si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera. Il suo ambito di interesse spazia dalla teoria alla materialità dell’immagine fotografica, dalla storia della fotografia allo studio delle convenzioni iconografiche e dei cliché visivi, dall’immagine anonima e vernacolare all’appropriazione come pratica artistica. Nel suo studio, dopo un percorso meticoloso di raccolta e scelta, confluiscono fotografie di natura diversa per essere rielaborate e riattivate, per assumere nuovi significati. Le sue produzioni artistiche spaziano dalla performance-proiezione al libro, e le immagini che crea possono essere prodotte da lei, riprodotte o rimesse in scena; possono provenire dalla sua collezione o essere prese in prestito da altre collezioni, innescando spesso relazioni di senso e di forma inaspettate.
Ha esposto in numerose mostre personali e collettive, fra cui la 55. Biennale di Venezia, Il Palazzo Enciclopedico, 2013, curata da Massimiliano Gioni; in istituzioni italiane (Galleria Nazionale d’Arte Moderna Roma, MAXXI, Fondazione Olivetti, Triennale Milano, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo) ed estere. Nel 2017 ha curato, con Cristiano Raimondi, la mostra Hercule Florence, Le Nouveau Robinson al Nouveau Musée National de Monaco. Tra i premi: New York Prize del Ministero degli Affari Esteri e della Columbia University (2007); Premio ACACIA (2016).
È docente di ruolo di Fotografia all’Accademia Carrara di Bergamo e titolare del corso “Fotografie: teorie e tecniche” presso l’università IULM di Milano. È attualmente in corso, fino al 12 aprile 2026, la sua mostra antologica Anger Pleasure Fear alla GAM di Torino.


Vuoi sostenere L’Appeso?

Lascia un commento

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑