di Venereo Rocco
Se vuoi correre un miglio, corri un miglio.
Se vuoi vivere unโaltra vita, corri una maratona.
Emil Zรกtopek
Su Manolo, Giona concluse che a essere atleta non gli riuscรฌ mai; si accontentรฒ di diventare un messia.
Mario Manolo Lopez, il Cristo del fondo, il campione senza palmarรจs.
Lo sanno i fondisti, quanto puรฒ renderti superstizioso una maratona.
Lo sa chi ha percorso quarantadue chilometri e centoventicinque metri in meno di tre ore, chi ha provato lo sfiancamento dei muscoli quando un dio aguzzino si diverte a pomparci cemento. Laggiรน, al trentacinquesimo chilometro, non รจ piรน questione di attributi, non รจ piรน lโallenamento: si tratta di scegliere a che santo votarsi.
Dopo Barcellona โ92, qualunque maratoneta agonista si avvicinasse al traguardo, prima o dopo, si votava a Manolo.
Se lo ricordano tutti, quel 9 agosto allo stadio Montjuรฏc: gli occhi fissi, la testa riversa, le braccia fuori sincrono, come se a muovergli le gambe non fossero nervi ma fili tirati dalle mani di Dio. Un burattino del cielo. E infatti Manolo non era lรฌ, scrisse Giona, nonostante le telecamere lo ripresero entrare nello stadio, nonostante i testimoni, nonostante la piรน longeva e dibattuta controversia sportiva nella storia delle Olimpiadi, ancora oggi, dopo trentโanni.
Come Manolo, Giona Bortot scoprรฌ la maratona giร ventenne. Era nato in un borgo incastrato tra le Alpi orientali dove lo sport si riduceva al calcio e al ciclismo, discipline che non praticรฒ mai. Ma in una famiglia di minatori, che si svegliava allโalba per arrampicarsi in cava a spaccare barite e se la caricava sulla schiena fino a valle, lโattivitร fisica non gli mancรฒ. Non si risparmiรฒ quella disposizione mentale che lo faceva procedere, anche con le gambe che lo abbandonavano, anche quando ogni respiro gli trapassava i polmoni, il cuore, la milzaโฆ e nel fondo, che Giona scoprรฌ durante lโaddestramento per lโingresso nellโArma, se la tecnica poteva impararla chiunque, quella coriaceitร , quello sfregio agli dei della pena che tanti atleti condusse allโoblio, la conoscevano in pochi. La conosceva Giona: oro ai mondiali di Seattle nel โ73, oro alle olimpiadi di Anversa nel โ76, divenne il primo e a oggi unico italiano a vincere la maratona di Boston.
Per questo, quando si ritirรฒ dalle competizioni per dedicarsi allo scouting, nel 1984, andรฒ in cerca delle giovani promesse lรฌ dove sperava di trovare i suoi simili, nelle campagne, nei cantieri, nelle fabbriche, tra i figli diseredati del Paese in cerca di rivalsa. Ma il dopoguerra non cโera piรน, e quei figli trovavano maniere piรน comode per sistemarsi.
Scrisse Giona che sentรฌ nominare per la prima volta Ayacucho durante un ritiro sportivo in un convento a Gubbio. Uno dei carmelitani gli parlรฒ di una missione in Perรน, in una delle piรน aride e dimenticate regioni degli altopiani, il Huamanga, dove tentavano di insegnare lโatletica leggera ai giovani mestizos. Raccontรฒ il fatto, che a tremila metri di quota i carmelitani non potevano correre la distanza di una navata senza farsi prendere dallโasma, mentre i ragazzini filavano come lepri. Chissร , con quei polmoni, che avrebbero combinato a livello del mare.
Iniziavano gli anni novanta e lo sport stava cambiando: gli atleti diventavano miliardari indossando scarpe alla televisione, e gli allenatori giravano con l’autista sulle loro nuove BMW. Giona era di unโaltra razza. Giona si fece accompagnare dalla moglie al Marco Polo di Venezia, e sopportรฒ stoico il fetore della corriera per le dodici ore di tornanti che lo condussero ad Ayacucho.
Non fu stupito al suo arrivo dal comitato di accoglienza, che si riassumeva nella presenza docile e ossuta di Padre Martini, priore generale della missione Jesus Nazareno; nรฉ si scompose, una volta raggiunta, quando i ragazzi gli corsero incontro per fargli autografare una maglietta di Baggio. Sapevano di avere davanti un campione ma non sapevano di che: ad Ayacucho lโolimpiade la vedeva chi possedeva un televisore, e chi possedeva un televisore era benestante. E non esisteva un assessorato allo sport nรฉ unโassociazione di atletica leggera, ma solo la buona volontร di Padre Martini che era riuscito a convincerne una ventina della gioventรน meno scolarizzata a trovarsi per qualche scatto, qualche salto, qualche assaggio di mezzofondo.
Giona si fece una gran risata: aveva attraversato un oceano per ritrovarsi nelle sue montagne.
Occupรฒ la cucina e preparรฒ un piatto del suo villaggio, i cjarsons, e nel tempo del pranzo i ragazzi giร lo chiamavano โMisterโ. Quindi invitรฒ tutti, i giovani, Padre Martini e gli altri carmelitani a cambiarsi e a seguirlo per una corsa digestiva sulla sierra.
La caretera San Martin Libertador consisteva di una corsia, due sensi di marcia e zero guard rail: ad ogni bitonale dovevano fermarsi e spiaccicarsi sul pendio, aspettando che la corriera li scansasse. Lassรน, a duemilasettecento metri di quota, lโossigeno fermatosi a valle a rifiatare, pareva avessero spolverato il cielo, carico comโera di un celeste che non era mai stato cosรฌ celeste: non era mai stato cosรฌ grande, cosรฌ vicino, cosรฌ incombente. Scrisse Giona che, man mano che si avvicinava a quel cielo iper-saturo, si aspettava da un momento allโaltro di vederlo virare al nero e puntellarsi di stelle, perchรฉ piรน saliva piรน il fiato, anche se non aveva mai smesso di allenarsi, anche se era abituato alle alte quote, gli andava corto.
Viceversa, gli allievi della Jesus Nazareno macinavano sterrato. Abituati a respirare sulle cime del mondo, avevano il privilegio di un metabolismo a basso consumo. Ma era una corsa giocosa, infantile; non avrebbero mai capito il senso di percorrere quaranta chilometri per un podio. Giona cominciava a capire che il suo viaggio in Perรน, nel migliore dei casi, non sarebbe andato oltre una splendida vacanza.
E quando finรฌ di capirlo, comparve la schiena di Mario Manolo Lopez a coprirgli il cielo.
Segaligno, vestito di un paio di braghe di canapa smozzicate e di una canotta dal colore perduto, in testa portava un vecchio chullo bianco-bordeaux e correva come avesse imparato a correre il giorno prima. La testa, soprattutto: oscillava a destra e a sinistra, a peso morto, seguendo il ritmo delle falcate. Era un ritmo disumano: svanรฌ dietro un tornante che quando lo raggiunse Giona non lo vide piรน, era asceso a Dio. Si fermรฒ, urlando ยซEhi!ยป a una sierra desolata, quindi vomitรฒ lโintero piatto di cjarsons.
ยซMario Manolo Lopezยป lo raggiunse Padre Martini ยซil nostro vaccaro. La domenica sale a Lucanamarca di corsa, sempre alla stessa ora, da parecchi anniยป.
ยซQuanti chilometri sono?ยป
ยซSaranno una quarantina… ma sale parecchioยป.
Un bitonale risuonรฒ in quel momento. Bortot si piazzรฒ davanti alla corriera e trascinรฒ Padre Martini allโinterno. Salito, si attaccรฒ ad un finestrino aspettando di vederlo ricomparire.
ยซEhi!ยป urlรฒ, quando riapparve allโorizzonte.
ยซEhi!ยป urlรฒ a squarciagola, quando il chullo bianco-bordeaux si trovรฒ sotto di lui.
Allora Padre Martini gli toccรฒ la spalla e disse a bassa voce, imbarazzato:
ยซLasci perdere, sta dormendoยป.
ยซCome โsta dormendoโ?ยป
ยซManolo dorme quando corre, o corre quando dorme, come la si voglia mettereโฆ e guai a svegliarlo!ยป
Lโintervista rilasciata nel 1994 da Padre Martini a El Comercio, il quotidiano della capitale, getta una luce sul brumoso passato di Manolo.
Figlio di pastori, nacque in un villaggio nella sierra centrale del Perรน, Lucanamarca, a quattromila metri sul livello del mare. Lโatletica che praticรฒ da ragazzo era lโatletica dei quechua: arrampicata, marcia sportiva durante la transumanza o il mezzofondo nei giorni di temporale, quando il gregge si disperdeva. A differenza di Giona, quella fatica non diventรฒ strumento di riscatto ma restรฒ un accidente della vita, come la neve dโinverno o le frane in primavera. Quando accumulรฒ lana sufficiente da permettersi una casa chiese in sposa Maria Hana Huamร n, e un anno dopo nacque Encarnacรฌon.
E in qualunque altro stato o in qualunque altro tempo la biografia di Manolo si sarebbe conclusa qui.
Ma era il Perรน, erano gli anni ottanta, e i quechua stavano per essere schiacciati nella guerra tra il governo di Balaunde e i ribelli di Sendero Luminoso, a cominciare da Lucanamarca.
Quando Giona si fece accompagnare da Padre Martini per conoscerlo da sveglio lo trovรฒ alloggiato in una rimessa accanto alla stalla, i suoi averi ridotti ad un paio di tute da lavoro e allโamaca in cui riposava acciambellato. La miseria dellโarredamento la facevano sembrare la cella di un carmelitano, ma le pareti di quella latrina intonacata potevano appartenere a Manolo e a Manolo soltanto: erano ricoperte da disegni a cera.
Scrisse Giona che avvicinandosi per presentarsi lo trovรฒ intento a colorare con dei pastelli su di una scatola da scarpe; sul coperchio apparivano due figure alte con una piรน bassa nel mezzo, stilizzate in geometrie infantili e mal pasticciate. Il sole turchese, nuvole caprifoglio… lโautore di quei disegni non poteva avere piรน di cinque anni.
ยซSei unโartista?ยป
ยซMia figliaยป sibilรฒ atono senza voltarsi. Oltre lo sguardo che si muoveva sul cartone, sembrava non essere capace di muovere alcunchรฉ.
Padre Martini parlรฒ in quechua per evitare fraintendimenti: spiegรฒ che il signor Bortot era un campione dโoltreoceano ed era interessato alle sue doti atletiche; chiese se gli avrebbe fatto piacere della compagnia, sulla sierra, la domenica successiva. Lโindio non staccรฒ gli occhi dalla scatola.
ยซNon ho tempo. Ho famiglia.ยป
ยซDovโรจ la tua famiglia?ยป tradusse Padre Martini per Giona.
Allora Manolo indicรฒ lโunica finestra della stanza, dove dietro lo strato ambrato di grasso e fuliggine Giona vide ancora il cielo, quel cielo maledetto che il fiato non gli bastava a far suo. Lo divideva in due triangoli una vetta imponente, cobalto striato di neve.
ยซLucanamarcaยป disse Manolo.
Padre Martini alzรฒ gli occhi al soffitto, prese il braccio di Giona e lo condusse nel recinto.
ยซNessuno sa perchรฉ Manolo corraยป spiegรฒ ad un Mister sempre piรน confuso, ยซnรฉ perchรฉ lo faccia dormendo. Un tempo, quando non viveva con noi, scendeva una volta al mese per vendere la lana. Ma una domenica di nove anni fa, aveva appena finito di scaricare il mulo, sentimmo i fucili scaricare sulla sierra. Mollo tutto e cominciรฒ a correre come un matto, come se gli avessero appena rubato lโanima. A Lucanamarca erano entrati i guerriglieri. Non cโรจ piรน niente lassรนยป puntรฒ il dito sullo stesso pezzo di roccia indicato da Manolo ยซsolo cenere e sassiยป.
ยซE la sua famiglia?ยป
Padre Martini si segnรฒ la croce.
ยซTornรฒ il mattino dopo, coperto di cenere. Da allora mangia poco, parla anche meno, e ogni domenica durante la siesta si alza nel sonno e corre fino a Lucanamarca. ร convinto che i suoi stiano ancora lassรน, ad aspettarloยป.
Giona rimase in silenzio. Indagava le montagne in cerca di garanzie, di un indizio su dove girarsi: non aveva mai visto nessuno correre cosรฌ. Nemmeno lui, negli anni migliori, aveva mai corso cosรฌ.
In risposta ad una domanda muta, Padre Martini scosse la testa.
ยซNon credo sia lโuomo giusto per leiยป.
Il giorno seguente si appostarono sulla San Martin Libertador, in un tornante a gomito, inutilmente nascosti.
Padre Martini aveva recuperato dalla missione una vecchia Guzzi Astore, con sidecar, arrivata fin lรฌ per grazia esclusiva delle sue preghiere. Quando il chullo bianco-bordeaux lambรฌ lโorizzonte, Giona fece partire il cronometro e il prete la Guzzi. Si tennero davanti, a venti metri di distanza, in modo da osservarne lโandatura.
Era uno spettacolo inquietante.
Dalla vita in su il corpo di Manolo era inerte, abbandonato alla gravitร che lo voleva fermo e disteso; ma le gambe, le gambe saettavano una appresso allโaltra come avessero un proprio cervello, e quel cervello aveva una fretta del demonio, da qualsiasi parte le portasse, tanto che il sopra di Manolo pareva esser stato rapito dal sotto. Ma il fatto non lo turbava: adagiato su di una locomotiva ad alta velocitร , sognava placido un mondo di beatitudine. Giona non potรฉ fare a meno di notare il volto disteso in un sorriso.
Quando fermรฒ il tempo il cronometro emise la sentenza di venti chilometri orari, una velocitร olimpica: solo che era in salita, respirava aria rarefatta, e soprattutto non aveva alcuna esperienza nella corsa agonistica.
Giona saltรฒ giรน dal sidecar e in uno scatto raggiunse Manolo, placcandolo a terra. Padre Martini imprecรฒ. I due carambolarono allโindietro finchรฉ Giona si trovรฒ supino sotto lo sguardo immobile: non respirava, e non per lโaltitudine, ma per le mani dellโindio attorno al collo.
Occorse un minuto buono e la perseveranza del prete per staccargliele di dosso.
ยซLโavevo avvisata, signor Bortot: guai a svegliare Manolo quando correยป.
ยซTi porto alle olimpiadiยป tossรฌ Giona senza aspettare la traduzione.
ยซMe cago in tu madreยป rispose Manolo senza bisogno di farsi capire.
ยซSei mesiยป, Giona tirรฒ fuori la medaglia dโoro di Anversa e gliela piazzรฒ davanti. ยซDammi sei mesi e te ne faccio avere una dozzinaยป.
Manolo la scansรฒ via con una manata. Non ansimava, non era nemmeno sudato, fissava Giona con quegli occhi da indio, due feritoie inespugnabili; solo il missionario si frapponeva tra le sue mani e il collo del Mister. Poi il suo sguardo intercettรฒ la mano di Giona, quello che stringeva, il cronometro, e improvvisamente gli occhi si fecero grandi e increduli.
ยซEsta bien, Misterยป, Manolo tese la mano ad un Giona stupefatto. Poi disse unโaltra cosa, piรน lunga, che necessitรฒ della traduzione.
ยซNon lo svegliยป implorรฒ il missionario. ยซNon lo svegli piรน, per caritร di Dioยป.
Lo stadio olimpico Mario Manolo Lopez fu inaugurato ad Ayacucho nel 1998, sotto lโamministrazione di Hernรกn Garcรญa Zรกrate.
Lโedificazione impegnรฒ lโassessorato ai lavori pubblici per quattro anni, tre dei quali soltanto per spianare il terreno e scavare le fondamenta; prima di allora, lโunica superficie orizzontale dove un atleta avrebbe potuto allenarsi nel fondo era alla Plaza de Armas, in una miseria di pista immaginata tra il colonnato allโesterno e il monumento al Mariscal Sucre.
Vi si recavano prima dell’alba Giona, Padre Martini e Manolo tutti stretti sulla Guzzi, le facce di morti risorti prima del tempo. Giona e Padre Martini legavano lโamaca di Manolo nel colonnato, lo facevano stendere, quindi si versavano il caffรจ e aspettavano. Delle ore i primi tempi, lโindio non era usato a dormire allโaperto, ma col proseguire degli allenamenti sempre meno: Manolo chiudeva gli occhi, si addormentava, e in quarto dโora, un quarto dโora secco al secondo, si alzava dallโamaca e cominciava a correre.
Sul piano era quasi piรน impressionante che in salita: volava sopra la piazza come fosse fatta di nuvole, scriveva Giona, come se un vento burbero e prodigo gli soffiasse sul culo. Copriva il perimetro della Plaza de Armas per trecento volte, dopodichรฉ si svegliava.
Il lavoro del Mister consisteva nellโavviare il cronometro una volta lasciata lโamaca e fermarlo quando Manolo apriva gli occhi, non aveva altro da fare. Manolo correva dormendo e qualsiasi suggerimento tecnico si perdeva nella polvere che alzava al suo passaggio. Aveva persino abbozzato un programma di allenamento, ancora in Italia, fatto di corse lente, ripetute, progressioni e simulazioni di gara, ma poteva funzionare con un corridore sveglio, e Manolo da sveglio era un pessimo corridore.
In nove anni di maratone settimanali il grasso era evaporato dal corpo, scoprendo una matassa di muscoli e tendini mal attorcigliati. Le gambe, soprattutto, parevano unโopera dโarte industriale: sopravvissute a quel calvario auto-inflitto, avevano indurito nervi, inspessito tendini, corroso giunture, ad un limite tale che ogni tentativo di piegarle provocava ringhi e spasmi in un volto altrimenti inerte. Bastava guardarlo camminare, alla fine di una corsa, una volta sveglio, per vedere una marionetta senza giunture. Ma quelle stesse gambe, nel sonno, diventavano i giunchi miracolati di un canneto sempreverde, e Manolo le lanciava oltre lโorizzonte quasi non fossero sue, divorando metri, bruciando secondi: dopo due mesi di allenamenti scese a due ore e otto minuti, un tempo che ad Anversa gli avrebbe assicurato il podio; dopo tre, battรฉ il record mondiale dellโetiope Belayneh Dinsamo di due ore e sei.
Non potevano esserci due Manolo, rifletteva Giona, un Manolo da sveglio e un Manolo addormentato; e quel dolore, che lo costringeva disteso incapace di muoversi, doveva provarlo anche da sonnambulo. Eppure lโestasi sulla faccia dellโindio quando avanzava impazzito sulla piazza persisteva a qualsiasi fatica, anzi, era lโunica occasione di vederlo contento.
ยซPerchรฉ corri?ยป gli chiese una mattina, vincendo la paura della risposta e del suo scarso spagnolo.
Manolo riposava: aveva appena concluso lโallenamento e riusciva a muovere solo la testa.
ยซGli uomini corrono quando vanno di frettaยป, usรฒ il tono di chi risponde ad un bambino.
Giona rise: ยซChi ha la fretta dannata che hai tu di solito non si addormenta. Correre e dormire, dalle mie parti, non vanno dโaccordoยป.
Manolo sbuffรฒ, profondamente, ma non di fastidio come credette Giona: ogni metro percorso negli ultimi nove anni sembrava pesare sulle parole che seguirono.
ยซMa io non corro qui, Mister, corro lassรนยป indicรฒ nuovamente il cielo, il triangolo di roccia che quella mattina brillava calcareo, ยซtorno a Lucanamarca dalla mia gente. Mia moglie e mia figlia mi aspettano col ceviche caldo sul tavolo, la mia casa รจ in piedi, gli alpaca nel recinto. Accompagno Encarnaciรฒn a scuola e guardo i suoi disegni: sono meravigliosi, lโanno prossimo comincerร le elementari. Dovrebbe venirci a trovare, Misterยป Giona fu percorso da un brivido ยซA Lucanamarca non cโรจ freddo e non cโรจ caldo. Il sole non ferisce gli occhi e le nuvole si mangianoโฆ hanno lo stesso sapore di quel frutto, quello che avete portato voi gringosโฆ la fragolaยป.
Giona ammutolรฌ. Per la prima volta da mesi aveva smesso di pensare alle medaglie. Gli occhi di Manolo, grandi e lucidi come non li aveva mai visti, si rabbuiarono nelle feritoie di sempre.
ยซSolo che non dura, non dura mai. Il villaggio va a fuoco, gli alpaca scappano. La mano di Encarnaciรฒn diventa cenere nella miaโฆยป
Allora gli lanciรฒ uno sguardo, uno di quegli sguardi che non vorresti mai addosso, scrisse Giona, un arpione nella pancia.
ยซโฆe poi vedo lei, Mister. Da nove anni la vedo nei miei sogni. Arriva con quellโaggeggio che tiene sempre in mano, quello che conta gli istanti, e mi dice che non ho fatto in tempo, che devo correre piรน veloce, che devo migliorare. La prossima volta, glielo promettoโฆยป
Rivoli salati gli rigavano il viso, lo sguardo lo supplicava. Il volto si contorse mentre con la mano tremante afferrava il cerchio dโoro che il Mister teneva al collo.
ยซโฆla prossima volta sarรฒ piรน veloce.ยป
Il 9 agosto del 1992 allo stadio Montjuรฏc di Barcellona, un salmo crepitante di centosettantadue idiomi tra tifosi, tecnici e atleti, arrivati alla fine di quella venticinquesima edizione dellโOlimpiade, resisteva a colpi di bibite fredde e ventilatori portatili allโultima competizione, la maratona, a precedere la cerimonia di chiusura.
Il podio non presagiva sorprese: etiopi e kenioti spadroneggiavano nel ranking mondiale da anni, e di recente gli asiatici, nelle manifestazioni internazionali, avevano raggiunto tempi incredibili. Eppure un vento contrario, in quel caldo vespertino dโagosto, si poteva percepire giร a Matarรฒ, alla partenza, circondato dalle facce tese e risolute dei migliori fondisti del tempo: il chullo bianco-bordeaux calato sugli occhi, la pelle asciutta, il rappresentante peruviano si rigirava in unโamaca appesa su due pali di una rete di pallavolo nel tentativo di prendere sonno.
Inquadrato sugli schermi dello stadio, Manolo risvegliรฒ il Montjuรฏc dal torpore. Non era nessuno. Non aveva nรฉ medaglie nรฉ partecipazioni, non era mai apparso in una competizione ufficiale. Lo scambiarono per una trovata pubblicitaria. Ma agli avversari a Matarรฒ la presenza di Manolo coricato sullโamaca non strappava risata alcuna, perchรฉ sebbene fosse uno sconosciuto, sebbene il Perรน non avesse mai qualificato fondisti in un secolo e mezzo di Olimpiadi, cโera Giona Bortot ad allenarlo, e con Bortot di mezzo cโera poco da scherzare.
Padre Martini, assordato dalle risate e dagli applausi, rivolse al Mister uno sguardo sconsolato.
Giona lo ignorรฒ. Sei mesi di preparazione, sei mesi per rendere presentabile lo Zร topek del nuovo millennio e sentiva di trovarsi nel posto sbagliato.
ยซLo lasciano dormire prima della partenza?ยป chiese un sempre meno convinto Padre Martini.
ยซNon ci sono stati molti sonnambuli alle Olimpiadi, il regolamento non dice nulla. Allo sparo, se la gioca come tutti gli altriยป.
ยซE se allo sparo non comincia a correre?ยป
Giona abbozzรฒ un sorriso. ยซMeglio per loro, Manolo se li mangia. Preoccupiamoci piuttosto che non si addormentiยป.
Manolo non dormiva. Ogni volta che lo inquadravano sugli schermi, lo trovavano in una posizione diversa. A pochi secondi dalla partenza sembrรฒ quasi riuscirci ma lo sparo lo terrorizzรฒ a tal punto da catapultarlo in aria, fuori dal giaciglio, sullโasfalto. In piedi, una lepre buttata su una tangenziale, fissรฒ la corrente umana oltrepassarlo indifferente, finchรฉ non rimase che lui, lโamaca e un plotone di giornalisti con le telecamere puntate sul suo volto immobile.
Giona si alzรฒ e si diresse verso lโuscita. Si sentรฌ unโinfame, lโultimo degli infami, ad aver creduto che quella favola potesse funzionare. Per cosa poi? Mezzo chilo dโoro appeso al collo e una gloria che per un indio non valevano niente. Per Manolo non valevano niente: correva per altro, lo Zร topek del Perรน, un premio che non avrebbe mai visto, un premio che Giona, negli ultimi sei mesi, aveva completamente ignorato.
Uscรฌ dallo stadio con lโoro di Anversa stretto nel pugno: voleva strapparselo dal collo e gettarlo in mezzo alla strada. Invece raggiunse la cabina telefonica piรน vicina e compose il numero di casa.
In quellโistante, un secondo prima che la voce di sua moglie crepitรฒ al ricevitore, lโintero Montjuรฏc esplose in un boato.
Davanti alle televisioni e al mondo intero Manolo era risalito sullโamaca, e nella quiete di Matarรฒ ora desolata si era addormentato in pochi secondi: gli schermi lo inquadrarono volare sopra la linea di partenza e lanciarsi allโinseguimento del gruppo.
Scrisse Giona che fu tale la foga con cui rientrรฒ al Montjuรฏc che risedutosi a fianco di Padre Martini si ritrovรฒ in mano la cornetta. Manolo aveva quindici minuti di ritardo sullโultimo, unโimpresa impossibile. Raggiunse la coda al ventesimo chilometro e sparรฌ tra gli altri fondisti. Ricomparve davanti al centesimo, allโottantesimo, al cinquantesimo. Dormiva della beatitudine degli angeli. Tentarono di bloccarlo, di rallentargli la corsa. Manolo li travolse tutti, letteralmente. Dionisio Castro, portoghese decimo nel ranking mondiale, fermatosi in mezzo alla pista per un crampo al polpaccio, fu buttato a terra da una spallata dellโindio. Al venticinquesimo cominciรฒ lโallungo del tedesco Freigang, seguito dal coreano Young Cho e dal nipponico Morishita. Nel frattempo Manolo aveva recuperato sei minuti sul tempo di testa e tallonava la decima posizione. Al trentacinquesimo, Young Cho e Morishita staccarono Freigang, Padre Martini crollรฒ a terra in lacrime e la folla del Montjuรฏc cominciรฒ a gridare il nome del peruviano. Giunti al quarantesimo, lโinizio della salita, Morishita accusรฒ lo sforzo e cominciรฒ a perdere terreno su Young Cho, per poi arrestarsi ad un chilometro dallโarrivo ad osservare incredulo il volo dello sconosciuto che lโaveva superato.
Ma non fu paragonabile allโincredulitร di Young Cho quando, ormai allโingresso dello stadio, lโoro ad una manciata di metri, sentรฌ il coro spaventoso cantare non il suo nome ma un altro, quello del tizio che sbucรฒ alle sue spalle che non era piรน giapponese ma peruviano, possibile? Li avevano scambiati? Palesemente addormentato, la faccia contratta da una gioia che nulla aveva a che fare con ciรฒ che stava accadendo.
Mario Manolo Lopez entrรฒ nello stadio da solo.
Tagliรฒ il traguardo e Giona si lanciรฒ dagli spalti seguito dallโintero villaggio olimpico per portarlo in trionfo, ma Manolo non si fermรฒ: scansรฒ i tifosi, i cameraman, il volontario con lโacqua e lโasciugamano, il Mister e il prete. Imboccรฒ chissร come unโuscita dโemergenza e svanรฌ dal Montjuรฏc.
Giona e Padre Martini superarono la calca furiosa, guadagnarono lโesterno chiamarono un taxi. Si lanciarono per le vie del centro urlando il suo nome, chiedendo ai passanti di un indio che correva a occhi chiusi.
Allโalba tornarono al Montjuรฏc. Trovarono il pattume residuo della cerimonia di chiusura e i volontari che smontavano. Uno di questi passรฒ a Giona una chiamata del comitato olimpico che li mise in contatto con la polizia locale. Dovette controllare la voce prima di rispondere.
Lo trovarono sulla spiaggia, al confine del comune. Dalla partenza del giorno prima fino a quella mattina aveva percorso lโequivalente di tre maratone. I tendini si erano frantumati, e sulle cosce la carne aveva ceduto in piรน punti lasciando strappi vermigli di sangue rappreso.
La marea, salendo e scendendo, cullava le spoglie benedette di Manolo, quasi a volerle prendere con sรฉ, ritirarle da quella terra a cui non appartenevano.
ยซ ร il peruviano di cui parlano in televisione?ยป chiese lโagente ai due uomini ammutoliti.
ยซQual รจ il tempo?ยป domandรฒ Giona.
ยซUnโora e cinquantotto. Record assoluto. Dovevano premiarlo ieri sera allo stadioยป.
Giona non disse niente, era troppo stanco per la rabbia, troppo arrabbiato per piangere.
Manolo si era ammazzato correndo e nessuno lo avrebbe mai piรน raggiunto, asiatico o africano, nemmeno in centโanni. La sola follia di tutta quella storia era lโOlimpiade, era chi si scannava per due gradini e un sasso appeso al collo. Ma non Manolo: Manolo era tornato a Lucanamarca, era arrivato in tempo.
Avvicinandosi, restรฒ per qualche minuto ad osservare quel sorriso ingenuo. Quindi si chinรฒ, estrasse dalla tasca lโoro di Anversa e glielo infilรฒ al collo.
ยซBuonanotteยป sussurrรฒ, e tornรฒ sui suoi passi.
Venereo Rocco nasce e vive a Padova dove lavora come insegnante di sostegno. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste ยซSpaghetti Writersยป e, sotto lo pseudonimo di Efrem Brunetti, Abissi de ยซIl rifugio dellโIrcocervoยป. Dal 2019 baratta ispirazioni e promuove i suoi scritti allโinterno del collettivo La Premiata Agenzia Sviaggi.
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