Livia Del Gaudio – Per li occhi venne la battaglia


Livia Del Gaudio
Per li occhi venne la battaglia (estratti)
Edizioni Prufrock spa

Un uomo, interamente nudo a eccezione del mantello e dei calzari, rivolge il capo verso l’alto lungo la direzione tracciata dal braccio destro: il gesto ampio di trionfo, l’acconciatura, il modo in cui il panneggio ricade alle spalle per ripiegarsi all’altezza del polso rivela che potrebbe trattarsi di un re, oppure di un dio. È armato di faretra. Nella mano destra stringe qualcosa, si direbbero i resti dell’impugnatura di un arco: dettaglio che mi porta a riconsiderare il gesto, a vederlo come l’atto finale dell’azione appena compiuta, scagliare una freccia. Accanto a lui, sulla sinistra, c’è il tronco di un albero a cui è avvolto un serpente. Lo sguardo dell’uomo punta lontano, forse al bersaglio, mentre sul corpo, eretto, si alternano gli arti in tensione e riposo: un equilibrio basato sulla simmetria inversa; una formula raggiunta nel quinto secolo prima di Cristo da Policleto capace di conferire all’Apollo del Belvedere, un colosso di marmo alto più di due metri, l’illusione del movimento.

[…]

È una giornata di aprile. Fuori, la luce è quella compatta a cui mi ha abituato la presenza del lago: una distesa incolore che termina sulle montagne, si riflette sull’acqua, ritorna nel nitore abbagliante di qualcosa di definito, concluso una volta per tutte. La sensazione che provo è di essermi messa in trappola con le mie mani.

Vorrei scrivere di questo momento. Fermare lo sguardo dove l’ha posato Winckelmann; nel cortile del Belvedere, sul corpo del dio, nel centro esatto di un’estetica che a metà Settecento colpisce l’Europa come un contagio sostituendosi a ogni altra idea di bello: solo che per farlo dovrei vedere, e io nell’Apollo non vedo niente. Nessun disprezzo assiso sulle labbra, nessuna fronte orgogliosa, nessun appagamento.

Mi alzo, frustrata. È la prima volta che passo quindici giorni senza le mie figlie.

Sul pavimento, accanto al divano, ci sono i giocattoli: ieri hanno messo in scena il teatro di una famiglia e adesso due bambole bionde dormono vicine, immobili sopra il disegno cashmere del cuscino. Mi avvicino a una bambola e la sollevo da terra. Le palpebre si spalancano celeste codificato dal numero di pantone, la scelta che qualche designer ha compiuto per lei, al sicuro dietro al tavolo da lavoro. Per un istante, l’unica cosa che vedo è una fila di bambole uguali, disposte sul nastro trasportatore di un’anonima fabbrica cinese, ricoperte da un sottile strato di polvere plastica. Torno al tavolo e sfoglio gli appunti. Da quello che ho studiato, la quasi totalità delle sculture greche che ci rimangono, specie se appartenenti al periodo Classico, sono copie in marmo di epoca romana. Ho bisogno di una conferma. Tra la miriade di note scritte a mano, la mia unica occupazione durante l’inverno, trovo anche questa:

L’opera, databile entro la metà del II secolo d.C., è oggi considerata la replica di un bronzo eseguito tra il 330 e il 320 a.C. dallo scultore greco Leocare.

Mi fermo sulla parola replica, la sottolineo. Oltre la linea di margine del foglio mi accorgo di aver disegnato una freccia: l’Apollo del Belvedere, la scultura da cui Winckelmann è partito per definire la nuova estetica, è una copia.

A partire dagli anni Settanta, gli studi di Donald Winnicott, pediatra e psicanalista britannico, introducono il concetto di oggetto transizionale: un giocattolo dotato di anima in cui il bambino riversa l’angoscia da separazione dalla madre oltre che la frustrazione derivata dal comprendere di non essere in grado di produrre da solo l’oggetto del proprio desiderio. Attraverso il meccanismo della proiezione prende vita qualcosa che allo stesso tempo è dentro e fuori di lui; un oggetto in bilico tra due mondi, un paradosso capace di incarnare soggettività onnipotente e oggettività alienata; lo stesso paradosso che, sempre secondo Winnicott, sta alla base del processo creativo. È in questo momento che il bambino impara ad amare i giocattoli, le immagini, i feticci che sostituiscono l’originale. È in questo momento che il bambino impara ad amare le copie.

[…]

Immagino Winckelmann fermo per ore nel cortile del Belvedere, attratto da una copia più che dallo sguardo sublime di una divinità di marmo, inconsciamente alla ricerca di conferma del giudizio espresso su di lui tanti anni prima. La sensazione che provo è una nuova frattura: una vena spalanca il terreno portandosi via le molte certezze sullo studioso tedesco insieme alle poche che riguardano me: non posso non chiedermi se sono diventata la persona che la mia infanzia aveva predetto. Una domanda inutile; come la visione di Grecia proposta da Winckelmann, come la sua idea di bianco: tutto quel tempo con gli occhi fermi sulla faretra quando è il bersaglio a colpire.

Qualcosa mi pesa addosso, non mi ero accorta di avere ancora la bambola in grembo. La rimetto al sicuro accanto alla sorella, la osservo dormire.

Se all’origine della rivoluzione estetica inaugurata da Winckelmann c’è un fraintendimento, sospetto che il mio interesse per lui abbia la stessa radice. Forse entrambi commettiamo il medesimo errore, solo, da due prospettive diverse: dove lui vede la vittoria di un dio imperturbabile e bianco, io vedo l’infinito ripetersi di una copia, l’immagine di tutti i corpi che ho creduto di amare.


Ci siamo seduti in un bar poco distante. Un posto anonimo, frequentato da pendolari: sedie di formica, fiori finti al centro dei tavolini. Virginia ha ordinato un gin tonic. Dentro il locale la guardavano tutti. Mi sono messa a giocare con il centro tavola: avrei voluto avvolgere Virginia nella plastica e conservarla intatta, al riparo dagli sguardi, uno dei fiori.

«Esistono soltanto due tipi di persone» diceva Virginia. «Quelle che cambiano e quelle che non sanno cambiare. Prendi la metamorfosi. Quando la gente pensa alla metamorfosi, pensa alle farfalle. Ma quasi tutti gli insetti ne compiono una. Le mosche, ad esempio, e le api. Le formiche. Durante il periodo fertile alle formiche spuntano le ali. Si accoppiano in volo. Si spostano in sciami per costruire un nuovo formicaio, anche a diversi chilometri di distanza da quello di provenienza».

Il tizio che alla stazione stava vicino a Virginia pendeva dalle sue labbra. Capelli lisci, neri, gli arrivavano alle spalle: lo stile di un rockettaro fuori tempo massimo. Non ricordavo il suo nome. La madre di Virginia dice sempre che l’unica cosa che ti insegnano gli uomini è capire come sono fatti: lui la amava? Era questo, amare? «Sei sempre così silenziosa?»

Mi sono girata senza troppa convinzione. L’altro, quello basso, sorrideva gentile con in mano una coca cola. «Anche a me capita spesso di non sapere cosa dire».

L’ho guardato in silenzio. Aveva un aspetto familiare, innocente; un’espressione che conteneva una promessa, con me sei al sicuro.

Io non mi iscriverò a biologia come Virginia. In realtà non ho ancora deciso cosa farò dopo le superiori, non sono sicura che mi interessi studiare. Però anch’io so qualcosa sugli animali. Quando una bestia è affamata, quando la tieni per giorni senza darle niente da mangiare, anche il più affettuoso dei cani può diventare un predatore. Ho sentito di un pechinese abbandonato in un bosco. Un animale affidabile, cresciuto a crocchette. Lo hanno trovato mentre divorava la carcassa di un gatto grosso quanto lui.

«Credo che Virginia non ci abbia presentati. Tu sei Livia, vero? Piacere, il mio nome è Giovanni».



Corpi, immagini, sparizioni.
Note intorno a Per li occhi venne la battaglia

di Giulia Oglialoro

Che cosa ci accade quando guardiamo le immagini? Quale sortilegio ci lega alle opere d’arte che più ci incantano? Cosa di noi resta intatto e cosa invece si consuma nel puro atto del guardare? Sono domande che sottendono Per li occhi venne la battaglia, la novella di Livia Del Gaudio da poco pubblicata da Edizioni Prufrock spa, casa editrice indipendente che è anche un felice bosco di possibilità e sperimentazioni. Una novella che potremmo definire gemellare o bipartita, scissa in due sezioni che si attraversano come stanze comunicanti: nella prima – intitolata W – una donna si trova ad affrontare un lutto che non viene mai nominato apertamente, e cerca di tenere insieme i pezzi della propria persona trascorrendo momenti quotidiani con le figlie o facendo ricerche su un malinconico e brillante storico dell’arte, Johann Joachim Winckelmann; la seconda parte – Se si sa dove guardare – è invece un breve squarcio nella vita della protagonista da adolescente, ritratta durante l’ultima e iniziatica estate prima di andare all’università. A sfilacciare piacevolmente questi due racconti interviene una scrittura naturalmente frammentaria, che mescola diario, ecfrasi, ricordo, saggio e invenzione attraverso paragrafi brevi ed elettrificati che hanno il passo del taccuino o del sogno. «Scritture dell’immediatezza», nelle parole dell’autrice, «che conservano l’immanenza del corpo, l’unica presenza di cui riesco ancora a fidarmi».
E proprio il corpo è, in fondo, l’asse portante dell’intera novella. Nel primo racconto si tratta di un corpo venuto a mancare, che la protagonista desidera rimuovere anche in forma di immagine:

Le fotografie sono sparite prima dei giorni, prima delle parole, prima di darmi il tempo di avvertire il dolore. Le ho viste risalire verso la parte più alta della casa sostituite di volta in volta dai giocattoli, dai libri, dai calendari dell’avvento delle mie figlie. Senza che nulla ne anticipasse la scomparsa il passato si è fatto invisibile e noi siamo andate avanti spedite, più leggere.

Questa «furia iconoclasta» che si riversa sull’intera abitazione – «Non basta registrare la sparizione, la devo accelerare» – viene compensata dal bisogno della protagonista di disegnare su qualsiasi foglio le capiti sottomano, così come dal suo interesse improvviso e apparentemente ingiustificato verso Winckelmann, storico dell’arte settecentesco nonché teorico del neoclassicismo. Non si tratta di affondi teorici gratuiti: in questi passaggi la scrittura dell’autrice si fa simbiotica rispetto all’oggetto che vuole raccontare, infusa dell’equilibrio, della compostezza, della «nobile semplicità e quieta grandezza» a cui Winckelmann invitava gli artisti a lui contemporanei, quasi che il lutto sia per la voce narrante la materia bianca da scolpire e lavorare.

Ci sono punti dai quali osservo la mia vita, la vedo scorrere come qualcosa che non mi appartiene. È così che immagino l’impossibilità di rappresentare il dolore, l’atarassia descritta da Winckelmann.

Mescolando lampi della biografia di Winckelmann alla propria storia personale, l’autrice ha il pregio di rendere la storia dell’arte (materia del resto da lei insegnata) assolutamente viva e narrativa, suggerendoci quali figure eccentriche, trascurate e malinconiche siano gli storici dell’arte, uomini che hanno spesso consumato il proprio patrimonio e fino all’ultimo barlume mentale nella silenziosa adorazione delle immagini. Uomini, invariabilmente, ossessionati dal tempo, perché a cos’altro possiamo ridurre la storia dell’arte se non all’appassionata cernita delle tracce che lasciamo alle spalle?
All’estremo opposto del romanzo-mondo contemporaneo, massimalista, che tutto contiene e tutto rivela, Per li occhi venne la battaglia predilige un modo omissivo di raccontare che si concentra sulle ombre, sui tagli, su ciò che non può essere detto, finché la parola stessa diviene la presentificazione di un silenzio inenarrabile.

Delle estati dai miei nonni ricordavo la luce. Mi mancava l’odore che fanno i sassi scaldati dal sole, il latte sprigionato dalle foglie di fico che mia nonna metteva sul fondo dei canestri quando la accompagnavo nell’orto. Un unico giorno infelice inondato dal sole.

Se nella prima sezione della novella torreggiano le opere neoclassiche e l’Apollo del Belvedere tanto amato da Winckelmann, nella seconda il riferimento visivo principale è la pellicola di Abel Ferrara The Addiction. Vampiri a New York, che la protagonista adolescente guarda un pomeriggio insieme ai suoi amici. Come la Kathleen del film vaga per la città presa di una sete inestinguibile, dopo il morso mostruoso che l’ha trasformata per sempre, così l’eroina letteraria si trova scissa tra un uomo più grande con cui ha una complessa e sfilacciata relazione, e Virginia, ammaliante amica d’infanzia: «Tutto in lei assomiglia al metallo. Lo scintillio con cui si muove, il colore del vestito, il modo in cui vedo apparire i suoi denti, una bocca vermiglio su cui germoglia la luce».

Ecco che la riflessione sullo sguardo e sul desiderio si fa squisitamente femminile: nella vita di ognuna è infatti esistita, almeno per un giorno, una Virginia nel cui calco ci siamo impresse, e della quale abbiamo imitato, più o meno consapevolmente, i gesti e le pose – una prima presenza che ci ha mostrato cosa significa essere, anzitutto, l’oggetto di uno sguardo.

«Sai cosa vogliono davvero le bambole?»
Avevo fatto di no con la testa.
«Essere comprati, ecco il sogno di noi giocattoli».

C’è un sottile e inesprimibile legame tra Virginia e le due bambine che baluginano nella prima parte di questo breve romanzo: anche loro figure silenziosamente liminali, a proprio agio nel mistero, con disinvoltura attraversano lo specchio, e disseminando la casa di bambole spostano di continuo i confini tra gioco e realtà – quando è ancora possibile farlo senza conseguenze. «Prendo tre fogli e liscio il mio con il dorso della mano. Porto l’indice alle labbra. Io sto scrivendo del bianco, dico. Le bambine giurano solennemente di non rivelare a nessuno il segreto».

In copertina: Apollo del Belvedere, Musei Vaticani, Città del Vaticano


Livia Del Gaudio (Volterra, 1981), ha studiato e lavorato come architetto, ora insegna storia dell’arte nelle scuole superiori. Nel 2021 ha fondato, con Aurora Dell’Oro, la rivista digitale «In allarmata radura», che oggi dirige. Ha scritto racconti e saggi, alcuni dei quali pubblicati su riviste online e cartacee. Collabora come critica d’arte con diversi illustratori e fotografi. Nel 2024 è uscita la novella Edwin Land. L’uomo della luce (Coppola Editore); sempre nel 2024 ha curato per «In allarmata radura» l’antologia L’ora senza ombre (Pidgin). Nel novembre 2025 ha pubblicato Per li occhi venne la battaglia (Edizioni Prufrock spa).


Giulia Oglialoro (Saronno, 1992), è laureata in Storia dell’Arte all’Università di Bologna. Suoi contributi sono apparsi su «Lettera22», «Poetarum Silva», «Minima&Moralia», «In allarmata radura», «L’Appeso» e altre testate. È autrice del documentario L’oceano intorno a Milano. Conversazioni con Milo De Angelis, presentato in anteprima a Filmmaker Festival e selezionato da numerosi festival europei. Un suo racconto è incluso nell’antologia Biassanot – i racconti della notte (Battaglia Edizioni). Con Le stelle nere (Industria e Letteratura, 2024), suo libro d’esordio, ha vinto il Premio Ceppo Under 35 Opera Prima.



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