di Maria Rosaria De Santis
[โฆ] lei aveva danzato, pioveva,
le gocce scorrevano sotto la luce,
lei che danzava, e la cittร edificata intorno.
Clarice Lispector, La cittร assediata
La pioggia caduta durante il giorno ha bagnato lโintera cittร . Il taxi si arrampica su per i vicoli, tra i passanti e i motorini parcheggiati accanto ai portoni aperti sulla strada. Il tassista mi chiede se mi deve lasciare davvero allโingresso del Bosco. Con questo tempo, commenta, e mi guarda storto dallo specchietto centrale. Fuori, una striscia di luce gialla separa i palazzi, le strade e le macchine dal tappeto compatto di nuvole grigie: il confine tra i due colori รจ netto e bellissimo. Ho deciso che questo deve essere un momento reale, dunque non farรฒ foto. Voglio che l’unica rappresentazione di questo istante sia lโimmagine rimasta impressa nei miei occhi: la pioggia sulla cittร osservata dal punto piรน alto della collina di tufo e la striscia di sole a separarle. Allโingresso del Bosco il taxi si ferma con le quattro frecce dietro un pullman rosso da cui scende una scolaresca. I ragazzi si ammassano a gruppetti sotto ogni ombrello e superano la Porta Grande, diretti al Museo.
Pago il taxi in contanti, alla Stazione Centrale ho prelevato cinquanta euro, evitando, perรฒ, di controllare il saldo della carta. Entro da sola nel Bosco. Anche lui รจ in orario, cammina verso di me. La sua voce arriva da sotto un ombrello rosa col manico lungo. Sapevo che eri tu, dice. Lo invito sotto il mio e ci avviamo verso il porticato. Sono le cinque del pomeriggio ed รจ giร buio, in giro cโรจ solo qualche turista, alcuni operai. Si accende una sigaretta. I suoi lineamenti non sono diversi dalle foto, ha il volto liscio e senza barba sembra piรน giovane. ร vestito di nero, dal cappotto spunta il collo di un maglione dello stesso colore.
Sulle pareti del porticato corrono impalcature, grosse catene, secchi gialli per il trasporto dei detriti che sciupano lo scuro della pietra antica, spegnendolo. Ieri, in chat, mi ha chiesto:
ยซHai visto le previsioni meteo per domani? Porta maltempoยป.
ยซNon lo faccio maiยป.
ยซQuestoยป, ha risposto, ยซรจ perchรฉ sei giovaneยป.
Ora si guarda attorno, indica i ponteggi sopra le nostre teste: ยซMe ne voglio andare da questa cittร . Muore su se stessa e noi moriamo appresso a leiยป.
Arrossisco se penso ai messaggi di qualche notte fa e allora gli chiedo โ non voglio che anche lui abbia il tempo di pensarci โ dove andrebbe per fuggire. Risponde con il nome di una cittร del nord e io dico: ยซSecondo me non cambierebbe nulla. Le cittร hanno strutture invisibili e gli abitanti ne sono prigionieriยป.
ยซSe vivessi in una cittร che non รจ la mia, non mi accorgerei di nienteยป.
Ci sediamo a un tavolino del bar sotto il porticato. Lโinverno imminente si รจ giร infilato negli orli dei nostri cappotti, nellโaria fredda che sento attorno e nelle piccole nuvole di condensa che escono dalle nostre bocche. Manca piรน di un mese a Natale, ma al centro della rete di tavolini cโรจ giร un abete decorato e fili di lucine dorate avvolgono le piante allineate lungo il muro.
ร soprattutto lui che parla. Forse anchโio avrei dovuto presentarmi con unโidea chiara di me stessa e senza la vergogna di mostrarmi a uno sconosciuto. Ho paura di sembrargli frivola, una di quelle che ridono senza neanche sapere il perchรฉ. Allora gli dico che mi piacciono molto le foto dei suoi gatti che pubblica tutti i giorni su Instagram.
ยซSono i miei unici coinquiliniยป.
ยซE ogni tanto ti capita di parlare anche con gli esseri umani?ยป
ยซRaramenteยป.
Gli faccio notare che il cameriere non arriva, lui si alza e va a chiamarlo. Almeno รจ gentile come in chat. Siamo gli unici clienti allโinterno del bar, e il cameriere si precipita al tavolo, asciugandosi le mani bagnate con uno straccio. Ordiniamo due cioccolate calde; ripete ad alta voce le nostre ordinazioni e, con la stessa espressione allarmata di prima, sparisce di nuovo allโinterno. Ho detto molte bugie per essere qui con lui e ho giร speso diciassette euro di taxi. Mi chiede cosa faccio di lavoro, rispondo: ยซAspetto che finiscano i soldi che mi rimangonoยป. Scoppia in una risata che lo fa sembrare un bambino: mostra i denti e il suono gli resta in gola come un singhiozzo. Io spero che almeno sia vera, o tanto vale che il porticato crolli. Me ne fotto del palazzo antico, dei quadri dentro e dei turisti da ogni parte del mondo che morirebbero sotto le macerie. Sarebbe una strage inutile: anche se il Bosco crollasse, lui continuerebbe a parlare dโaltro.
Beviamo la cioccolata, intanto mi spiega che รจ da quando ha ventโanni che non vota: non gli piace niente e non si vuole accontentare. Hai ragione, dico, io voto sempre senza convinzione, ma non perchรฉ mi accontento, semplicemente mi sforzo di scegliere tra le opzioni a disposizione. Se penso e scelgo sono viva; se invece non faccio niente, tanto vale scomparire. Ma forse questo non lโho detto davvero, ho solo pensato di farlo.
Chiedo al cameriere dovโรจ il bagno. Ti aspetto qui, mi dice. Per raggiungerlo devo attraversare di nuovo il porticato, ora buio e umido. Non รจ possibile che nessuno, nemmeno adesso che ci sono turisti a tutte le ore del giorno e della notte, si ricordi di accendere le luci. Nel bagno ci sono due ragazze, hanno circa la mia etร , ridono e si passano il lucidalabbra davanti allo specchio. Hanno poggiato sul lavandino due borse in tela identiche con sopra il logo di unโaccademia dโarte. Mi lavo le mani e incrocio lo sguardo di una delle due; dico: ยซFa un freddo esageratoยป. E loro mi mostrano i cappelli di lana che hanno comprato in una bancarella giรน in centro con scritto sulla fronte โForza Napoliโ.
Di ritorno al tavolo, lo trovo in piedi, cammina โ avrร freddo anche lui โ e sta fumando di nuovo; con lo sguardo percorre il mio corpo nascosto dal cappotto e dalla sciarpa. Mi vergogno di essere cosรฌ coperta, forse avrei dovuto vestirmi meglio e sorridere di piรน, non ho fatto nessuno sforzo per piacergli, sono stata arrogante. Quando eravamo seduti, gli ho guardato le mani: ho notato un piccolo tatuaggio tra lโindice e il pollice della sinistra. Gesticolava dicendo che le persone sprecano il tempo perchรฉ a loro non serve, si aggirano tra le stagioni e gli eventi come se ogni ricorrenza fosse un obbligo; le vacanze estive, il matrimonio, comprare casa, รจ tutto un fatto di chiudere gli occhi e abbandonarsi, le cose succedono perchรฉ succedono, e cosรฌ non sentono il dolore del tempo che passa, lโemorragia delle scelte prima possibili e adesso perdute. A me il tempo serve, ha aggiunto, ne ho giร perso tanto e, alla fine, non ho costruito niente. Mentre parlava io pensavo che le possibilitร sprecate mi mettono tristezza e pure rimanere sempre immobile, paralizzata nel tempo. Poi ha sorriso: Tu, invece, potresti cambiare la tua vita in ogni momento. Potresti lasciare tutto e diventare, non so, un medico, dovresti esserne felice. Se non fosse che mi fa schifo la vista del sangue.
Ci allontaniamo dal bar. Mi dispiace per la nostra versione notturna perduta. Chissร dovโรจ finita, forse entrambi siamo stati troppo bravi a fingere e adesso non abbiamo il coraggio di ammettere che non cโรจ spazio nella realtร per le cose troppo a lungo immaginate. Mentre camminiamo, lui allโimprovviso si ferma, si scopre i calzini tirando su la stoffa dei pantaloni, mi mostra le scarpe di cuoio nero. Sono confusa, allora dico che mi piacciono, sono eleganti. Non hai capito, dice sorridendo, non senti che fanno rumore? Mentre venivo avevo le cuffie e non me ne sono accorto. E allora perchรฉ non le porti dal calzolaio a farle aggiustare, gli chiedo. Dovrei accarezzargli una mano, stringerla nella mia e allora sollevo lo sguardo. Sul collo del maglione, proprio sotto il mento, mi accorgo di un punto in cui la stoffa รจ consumata. Risponde che non ci sono piรน calzolai in nessun angolo della cittร , perchรฉ tutti i negozi adesso sono per i turisti. Pure le case sono solo per i turisti, da poco mi hanno sfrattato dal mio appartamento per farci un bed and breakfast. Lโideale di questi tempi รจ imparare ad aggiustarsi le scarpe da soli, dico, e fare in modo di nascere in una famiglia ricca. Passeggiamo insieme nel porticato, finiamo davanti allโuscita del Museo, dove incontriamo la scolaresca di prima che si prepara ad andare via. I ragazzi schiamazzano, uno di loro canta, il professore grida di mettersi in fila per due. Qualcuno ci dice che la biglietteria si trova dallโaltro lato, anche se non lโabbiamo chiesto. Noi torniamo indietro, camminiamo fianco a fianco fino allโingresso, dove un grande cancello di ferro battuto separa il porticato dal Bosco.
La cittร รจ lontanissima e a me pare di stare sottโacqua. Non sopporto la vista del Bosco, mi appoggio con le spalle alle grate e cerco il suo sguardo, ma รจ cosรฌ buio che non lo vedo bene: riesco a malapena a distinguere gli occhi molto grandi sul volto scavato dalle ombre, la linea del mento dolce sotto la bocca sottile, come in fotografia. Gli studenti ci passano accanto preceduti dal professore. A mano a mano che escono nel Bosco aprono gli ombrelli e presto spariscono dalla nostra vista. Il Museo, adesso, รจ vuoto. Gli alberi, le panchine e gli edifici in fondo svaniscono nel silenzio profondo del parco. Mi parla di un racconto che ha letto di recente ambientato proprio nel Bosco, in una serata piovosa come questa. Parla di un vecchio che finisce morto ammazzato di botte per una ragione che non ho ben capito. Non lโho ascoltato con attenzione, ho pensato prima questo รจ pazzo, poi alla realtร possibile in cui stasera nessuno muore e noi facciamo lโamore. Lโimmagine mi brucia nella pancia e sembra per un attimo vicinissima nel tempo, invece dico: ยซSi รจ fatto tardi, ce ne andiamo?ยป. Mi stacco dal cancello ed esco fuori nel Bosco. Mi raggiunge e insieme attraversiamo il parco, le nostre braccia si sfiorano sotto lโombrello. Usciti sulla strada guardiamo le macchine in fila nel traffico, la cittร porta i segni della pioggia caduta tutto il giorno, lโasfalto, le finestre, le insegne dei bar, ogni cosa davanti a noi รจ piรน lucida e scura.
Come torni a casa?, mi chiede. In taxi, gli dico, e prendo il telefono dalla tasca del cappotto e cerco su Google le parole โTaxi Napoli”, chiamo il primo numero che compare sullo schermo.
Ci rifugiamo sotto una pensilina di fronte allโingresso del Bosco, la pioggia si infila comunque dai fori nel tetto di plastica. Lui apre di nuovo lโombrello, si lamenta che una goccia piรน grossa delle altre gli รจ caduta tra i capelli. Io aspetto in linea che qualcuno mi risponda. Una voce mi avverte che il taxi arriverร entro dieci minuti, quindi riaggancio. Mi richiama dopo pochi secondi, dice che ce nโรจ uno a due minuti di distanza; le spiego che mi trovo davanti alla Porta Grande del Bosco. Rimetto il telefono in tasca, gli dico che il taxi sta arrivando e lui risponde che tutta questa efficienza non si รจ mai vista, cose da pazzi, e lo dice guardando la strada. La sua bocca, di profilo, ha una piega delusa. Mi volto anchโio nella direzione del suo sguardo, cโรจ un taxi che viene verso di noi. ยซForse รจ giร arrivatoยป dico, ma lui scuote la testa: ยซCโรจ giร una persona dietro, non รจ il tuoยป. Il taxi ci supera, svolta a destra e scompare. Ne spunta un altro, stavolta mette la freccia e accosta davanti a noi. Lui si volta verso di me, mi bacia sulle guance cosรฌ velocemente che quasi non me ne accorgo; รจ la prima volta che la nostra pelle si tocca. Aspetta, dice, ti accompagno cosรฌ non ti bagni, e mi scorta con il suo ombrello fino alla portiera dellโauto. Salgo: in un attimo io sono dentro e lui รจ rimasto in strada, sotto la pioggia. Il tassista mette in moto, abbasso il finestrino e gli mando un bacio con la mano, ma le mie dita sono bagnate e adesso la mia bocca รจ umida. Lui non risponde, forse nemmeno se nโรจ accorto. Il taxi imbocca la discesa dalla collina di tufo, lui finisce col suo cappotto nero e la sigaretta accesa nella pancia della cittร . Tornerร nella casa in cui per ora vive, prima che lo buttino fuori definitivamente e io non lo rivedrรฒ piรน. O forse se ne andrร davvero, come mi ha detto, partirร per una cittร che non fa prigionieri, nรฉ vittime.
Il tassista mi osserva dallo specchietto centrale, in cui mi guardo anchโio e vedo che il trucco che avevo sulle guance รจ sparito. Si schiarisce la voce, dice ยซScusate se mi prendo confidenza, anzi, scusami, ti do del tu perchรฉ hai lโetร di mia figlia, ma che ci facevi al Bosco di Capodimonte con questo tempo? Dallโaccento non mi sembri una turistaยป. Rispondo con una bugia, certe volte raccontare la veritร รจ una vergogna. Il taxi รจ bloccato nel traffico, rispondo a un messaggio di mia sorella che mi chiede dove sei??? mamma ti ha chiamato cento volte. Arriviamo alla Stazione Centrale, รจ tutto buio e mi fa paura. Non ha smesso di piovere nemmeno per un istante e io ho speso trentanove euro di taxi. Con gli ultimi undici che mi sono rimasti compro il biglietto del treno per tornare a casa.

Maria Rosaria De Santis nasce il 17 novembre 1998. Nel 2022 pubblica una raccolta di poesie per Giulio Perrone editore (LโErudita) dal titolo Lโamore immaginario. Suoi testi in prosa e poesia sono apparsi su ยซlaRepubblicaยป, ยซGorillasapiensยป, ยซIl cucchiaio nellโorecchioยป, ยซCrunchEDยป, ยซTremilabattuteยป e sulla rivista canadese ยซThe Polyglotยป.
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