Democrazia è guardare un arazzo al contrario

MARGINALIA #7

di Giulia De Vincenzo

Narra Platone nel Fedro che il dio Theuth, inventore della scrittura, si presentò un giorno dal re egizio Thamus per magnificare la sua invenzione e convincere il sovrano della sua utilità.
Ma il re si mostrò scettico, anzi condannò la scrittura come un veleno (in greco phármakon) in quanto si poteva considerare una copia sbiadita della voce e dunque aveva in sé il rischio di allontanare dalla verità, distanziare nel tempo il messaggio, moltiplicarlo. Secondo il re Thamus soltanto la presenza di colui che parla è garanzia di sincerità, mentre la scrittura è una formula vana e superba, una figlia bastarda e parricida.
Nel secolo scorso è stato Derrida a ravvisare nella condanna platonica della scrittura l’origo e il pericolo della diffidenza occidentale per tutto ciò che è distanziamento dall’originale, molteplicità e, in ultima analisi, differenza. Una tensione metafisica all’intolleranza facile a degenerare nel dogmatismo socio-politico, nella discriminazione di pensieri e modi di vivere “altri” rispetto a quelli dominanti, accettabili, normali.
Con Lo sbilico (Einaudi, 2025), Alcide Pierantozzi rispolvera un ideale democratico di scrittura come baluardo e compensazione della diversità e getta una nuova luce sul mito di Theuth ricordandoci che in greco phármakon vuol dire anche medicina.
Leggere Lo sbilico è come ritrovarsi fortunosamente tra le mani una deposizione, la meticolosa ricostruzione del decorso di un disturbo mentale. Non sono sicura che Pierantozzi avesse in mente un destinatario preciso quando l’ha scritta; ho avvertito in lui, piuttosto, quella stessa “patologia della destinazione” lamentata da Derrida ne La carte postale, una generosa disseminazione di segni linguistici senza alcuna garanzia di incontrare un’altra coscienza, ma con la segreta consapevolezza di farsi, in qualche modo, epigrafe della contemporaneità (“Vi è là una sofferenza della destinazione […] in cui ho tutti i diritti di riconoscermi. lo soffro – ma come chiunque, no? lo lo so – di una vera patologia della destinazione: io mi rivolgo sempre a qualcun altro – no, a qualcun altro ancora! – ma a chi?”).
Mentre si chiede cosa fare delle informazioni acquisite, il lettore è investito da una doppia presa di coscienza, che arriva fastidiosa come la musica degli stabilimenti balneari, coi bassi in differita scarruffati dalla brezza marina. Inizia a sentirsi in colpa per essere parte di quell’arredo sociale che è stato alcova del disturbo dell’autore e finisce col pensare di soffrirne anche lui. Lui, col suo umore facile ad alterarsi, le sue nevrosi, le sue paure. Il marameo dei pensieri che fa capolino dai tombini della realtà come un pagliaccio inquietante. Il superpotere linguistico di Pierantozzi consiste esattamente in questo: riabilitare la diversità e in suo nome riconnetterci tutti allo stesso presente, svelare il mondo scegliendo le parole più giuste per nominarlo (“Noi matti non abbiamo solo il diritto di essere soccorsi dai sani, ma anche il dovere di inceppare ogni giorno il mondo per metterlo in discussione ai loro occhi”, pag. 163).
La malattia mentale e le sue rimuginazioni somatiche, narrate con una precisione crudele, trovano nelle parole scritte una medicina, capace di inibire le allucinazioni, bloccandole nel loro covo di elezione, la bocca, dove sorgono per gemmazione spontanea. Perché se i primi versi, i primi “didin” del giovane Alcide, vengono descritti come cedimenti fisiologici, consolatorie manifestazioni degli spasmi della mente, sono le parole scritte, a cominciare dai sinonimi e i contrari del dizionario Cinti atterrato nel pacciame della campagna abruzzese da un furgone bloccatosi in una galleria sopraelevata, a segnare una svolta nel destino dell’autore:

“Mi misi in tasca quello che avevo raccolto, senza sapere che con quel gesto stavo arricchendo il mio destino. Mi attirava che le parole non fossero organizzate in un ragionamento. Potevo pescarne una a caso e leggerla senza dover seguire per forza l’ordine alfabetico. Quando leggevo cosí, il ticche e tacche dei pensieri si fermava, i mille canali aperti della mia mente si chiudevano, e un senso di ristoro mi penetrava.
[…] A casa nostra si parlava un dialetto talmente stretto e antiquato da sfiorare il latinorum. Dove non arrivava il mugugno, la sbuffata, la bestemmia, le parole si spampanavano in un «Scí!» «Muvet!» «Piia quest e piia quell!»
Per tutt’altro verso riconoscevo che ciascuna parola del dizionarietto voleva indicarmi qualcosa di preciso. Quando le ripetevo al posto del «didin», sentivo che mi facevano da filtro, mi tenevano alla giusta distanza emotiva dalle cose” (pagg 132-133).

Quando parlava di “differenza” Derrida intendeva non solo ciò che segna la “diversità” (tra persone, culture, ecc.), ma anche la “distanza” storica, il “differire” nel tempo. E la scrittura, poiché tramanda le idee e sposta in avanti il senso delle cose, era per lui la forma privilegiata in cui si esprime la differenza. La scrittura è differenza, ci mette sulle tracce delle cose lasciando aperto il lavorìo dell’interpretazione. Qualche anno prima, Heidegger aveva definito l’uomo come un essere storico e linguistico, in quanto necessariamente inserito nel tempo e nel linguaggio. Ma quando una neurodivergenza mette in discussione questa appartenenza, non resta che la scrittura a differire quel senso di casa, rimandandolo a noi attraverso strati e stadi alterati di coscienza e memoria. La scrittura non ammette limiti e malsopporta i dogmi. La scrittura si presta a rispettare le differenze anche nelle tecniche tipografiche, rinviando chi legge, con margini e spazi vuoti, oltre il testo, verso altri lidi interpretativi.
A un certo punto Alcide capisce che le cose del mondo hanno bisogno di parole scritte per ricordarsi chi sono. E in questo spinner di bisogni vitali trova la sua vocazione e la sua salvezza. Prende a compilare lessicari, a imparare i termini più astrusi ripromettendosi di usarli in modo da lasciarsene impregnare per sempre. Le parole diventano un’arma con la quale fregare gli insegnanti che non hanno capito il suo malessere, l’oggetto di una devozione cieca per chi è rimasto senza il dio omerico suggeritore di scelte e deve accontentarsi di un angelo custode matto. Le parole riducono l’irriducibile, fissano ciò che sfugge inchiodandolo al reale con la mina appuntita di una matita, ricordano che l’indescrivibilità non esiste perché bisogna solo attendere la parola giusta.

“Sento che la mia mente e la realtà non si equivalgono più. Il reale e il mentale si sfidano. […] Solo e adesso, più che allora, io ho le parole. Sono in grado di dire che il mare là dietro mi porta folate di ruggine, e che la rampa di cemento all’ingresso è lardellata di escrementi di piccioni; so esercitare sul mondo una compensazione di parole” (pag. 196).

Ad eccezione di quelle dei medici (“un disastro”, “suoni che non dicono niente”, “un puro denotare”), le parole sono poetiche, creano montagne per interrompere le pianure brumose che si dispiegano oltre le ringhiere dei nostri terrazzi, possono riparare i ricordi, nutrire le farfalle del futuro. Pierantozzi ci mostra quel che c’è dietro un testo come dietro la facciata di un arazzo, ci educa alla bellezza complessa dei mille fili che lo compongono, confondendoci su quale lato sia più giusto ammirare. Nella sua decostruzione del reale nessuno aspetto è tralasciato. Nessuno. A voi la libertà di scoprire quali fili distinguerete per primi, l’umiltà di accettare che non riuscirete a districarli tutti, la maturità di comprendere che queste contraddizioni fanno parte del mondo in cui viviamo. E pur potendosi ricondurre all’unità, vanno rispettate nella loro essenziale differenza.

Democrazia è guardare un arazzo al contrario è il settimo appuntamento di MARGINALIA, una rubrica a cura di Giulia De Vincenzo.


In copertina: Xenia Gray, Zenith (2023).


Alcide Pierantozzi, Lo sbilico, Einaudi (2023).


Giulia De Vincenzo è laureata in Filologia Moderna, insegna materie umanistiche in una scuola secondaria di primo grado e scrive note sui margini dei libri per sgravarsi di un pensiero (come direbbe Edgar Allan Poe). Non ha ancora capito se la “d” del suo cognome sia maiuscola. Nel dubbio, ha deciso di rendere minuscola la “g” del suo nome. @giminuscola



Vuoi sostenere L’Appeso?

Lascia un commento

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑