Introduzione al progetto fotografico Cartografie percettive
Il sacro si dispiega nellโinvisibile, sacro รจ lโatto di vedere nella sua liberazione, sacro รจ tutto ciรฒ che vedo, tutto ciรฒ che percepisco. Sacra รจ la terra, sacro il movimento del mio corpo verso il vento, come direbbe Franco Arminio.
Questa forza che lโimmagine richiama come sintomo, in una forma quasi pre-arcaica, si concentra non solo nel contemporaneo ma ci pone davanti alla sua complessitร . Quando parlo di sacro, mi riferisco al modo in cui percepiamo la realtร e le sue immagini: questione che apre a molteplici direzioni, dal desiderio di percepire oltre il non visto, al riferimento storico della creazione di un idolo, come si nota dalla derivazione latina sacer, consacrato alla divinitร . In questa prospettiva, allora, sacri diventano il mio immaginario, le mie parole.
Lโanalisi si sviluppa in tre punti fondamentali: il concetto di idolo, il desiderio, e lโatto di osservare, nel quale lโimmagine prende vita non soltanto nellโazione di percepire, ma nel corpo che diventa ‘mezzo’ dellโesperienza. Nell’interazione visiva in cui siamo spettatori davanti allโimmagine, diventiamo soggetto e oggetto di una stessa azione. ร nella relazione tra il nostro sguardo e la cosa vista che lโimmagine diventa non un oggetto, bensรฌ un luogo di segni che si dร allo sguardo. L’immagine determina quindi la visibilitร dellโinvisibile, nella sua materialitร in cui diventa corpo vivente e si incarna, e nella sua illusione digitale in cui essa si fa piรน presente. Unโidentitร dinamica in continuo divenire: non si riduce meramente a ciรฒ che rappresenta, ma cambia con ogni esperienza, ed รจ proprio in questo mutamento che emerge la dimensione relazionale con lo spettatore.
Marie-Josรจ Mondzain descrive la vitalitร delle immagini con la metafora della sassifraga, pianta che cresce sulla pietra e si diffonde velocemente modificando il territorio. Cosรฌ le immagini o i gesti immaginanti: si impongono nella nostra vita, mettendo perennemente in discussione la propria essenza. A partire dalla loro nascita come elemento arcaico e ritrovamento archeologico, intraprendo un viaggio visivo nelle rappresentazioni del mondo, tra credenze e concetti che non solo identificano un passato ontologico ma emergono in modo peculiare nel mondo attuale, portandomi a riflettere sulla traccia dellโinvisibile e della percezione del tangibile. Inoltre, le riflessioni a cui faccio riferimento sullโimmagine come sacra e idolatrica mi permettono di comprendere il modus operandi dei fenomeni di relazione che si instaurano tra lโintenzione e lโazione nel soggetto-oggetto. Il percorso visivo e di scrittura non riflette solamente sulla percezione o sulla produzione delle immagini, ma si pone nei confronti dei loro effetti sintomatici, quale ad esempio il culto dell’immagine che diventa culto dellโinvisibile. Nel nostro contemporaneo, lโuomo insiste nel rincorrere gli idoli e nel perseguitarli. Tuttavia un idolo non รจ fatto unicamente della sua natura divina: esso viene determinato anche nella sua efficacia mediatica e politica, che preserva la sua identitร .
Vi sono domande che riflettono il percorso di questa ricerca: perchรฉ lโuomo si consegna a ciรฒ che viene rappresentato in unโimmagine? Se sacro รจ lโatto di vedere, quando diventa idolatrico?
Questo percorso di approfondimento mi ha condotto a una sperimentazione visiva che ha determinato un punto di vista personale sul concetto di immagine; sperimentazione che diventa cosรฌ esperienza di un viaggio sensoriale dove il corpo si muove continuamente verso l’immagine.


Adorare unโimmagine รจ la manifestazione non solo di un desiderio, ma di un vero e proprio atto fisico-performativo. In questo processo di riflessione, mi sono chiesta quale sia il modello che influenzi prevalentemente la cultura religiosa. Emerge da qui il concetto di idolo, che comporta unโanalisi critica su quale statuto abbia la rappresentazione. Da un lato si tratta di comprendere come la natura dellโimmagine sia incapace di rappresentare lโinvisibile, poichรฉ non solo รจ un oggetto materiale, un artificio, ma non รจ in grado di elevarsi alla sfera del divino; dallโaltro si pone la questione opposta, ovvero capire come possa diventare rappresentazione del Logos, pretendendo quindi qualcosa di impossibile. Ciรฒ che rimanda alle teorie platoniche รจ lโassociazione allโidea di falso: lโidolo pretende di contenere il divino e di dare una forma di figurazione allโinvisibile.
Leggiamo nellโAntico Testamento: ยซnon ti farai idolo nรฉ immagine alcuna di ciรฒ che รจ lassรน nel cielo, nรฉ di ciรฒ che รจ quaggiรน sulla terra, nรฉ di ciรฒ che รจ nelle acque sottoterra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li serviraiยป[1]. La condanna riguarda la fabbricazione delle immagini di Dio, ma non รจ chiaro se il divieto si estenda a tutte le immagini o solo a quelle divine, nรฉ perchรฉ esse conducano allโadorazione di falsi dei. Lโopinione prevalente degli studiosi รจ che non si intendesse vietare la fabbricazione di immagini tout court, bensรฌ disciplinare il rapporto tra uomo e rappresentazione visiva, ponendo una sorta di ยซetica dellโimmagineยป[2]. Tale linea interpretativa mi conduce a pensare che lโimmagine operi in un rapporto idolatrico reciproco e speculare con la vista.
Come in ogni esperienza religiosa, lo sguardo si mette in relazione con la manifestazione della potenza divina, che non si limita alla visibilitร . Il problema resta aperto nellโAntico Testamento: non รจ possibile identificare una cosa come rappresentazione di Dio, poichรฉ Dio sarebbe delimitato a quellโoggetto o a quellโimmagine perdendo cosรฌ lโidentitร divina.
Ogni volta che lโimmagine entra nella sfera religiosa (e non solo, come ci insegna la contemporaneitร ) rischiamo la creazione di un rapporto idolatrico, in cui tutto ciรฒ che รจ immagine puรฒ essere adorato. Forse รจ proprio questa la caratteristica che lโimmagine porta con sรฉ fino ad oggi, come se al suo interno contenesse un mezzo che si offre allโadorazione.
Nell’ambivalenza tra ciรฒ che รจ e ciรฒ che non รจ, tra ciรฒ che puรฒ e non puรฒ essere guardato, lo sguardo non รจ in grado di elevarsi allโinvisibile: il problema della visibilitร dellโidolo non รจ lโinsufficienza del mostrarsi, la mancanza, bensรฌ lโeccesso di presenza. Come scrive il filosofo francese Jean Luc Nancy: ยซNon รจ dunque a motivo della copia o dellโimmagine imitatrice che lโidolo รจ condannato: รจ a causa della presenza piena, spessa, presenza di o in una immanenza dove niente si apre (occhio, orecchio o bocca)ยป[3]. ร lo sguardo che spinge al divino e fa lโidolo, come se questโultimo si impadronisse poi dello sguardo. Lโidolatra diventa un ยซservitore delle immaginiยป[4], il desiderio di Dio si sublima in una presenza che appaga lo sguardo attraverso lโimmagine.
Dal mio punto di vista, lโimmagine di un idolo โ o di Dio โ si manifesta nella delimitazione di una presenza che, per sua natura, non puรฒ essere rappresentata. Ma cosa determina questo comportamento? Lโidolo de-soggettiva il fruitore, creando, come accennato, un rapporto di unificazione con lo sguardo desiderante. Prendiamo ad esempio il mito di Narciso analizzato nel libro Alla soglia dellโimmagine, in cui la figura di Narciso coincide con la figura dellโidolo. Quando egli si tuffa nella sua immagine riflessa, non riesce a distinguere il reale dalla finzione, non riconoscendo di essere egli stesso lโoggetto del desiderio. Narciso non comprende la relazione fra il supporto e lโimmagine, ignorando di trovarsi davanti alla propria rappresentazione. Lโimmagine sembra essere nientโaltro che la rappresentazione delle nostre passioni, in cui la presenza del desiderio e quella dellโimmagine sono la stessa cosa, ed รจ forse nel gesto di produrre immagini che si racchiude il desiderio senza controllo. Ma tale desiderio non si esaurisce nellโatto di vedere: รจ continuo, costantemente alimentato come un moto circolare in cui parola, visione e corpo entrano in contatto.
Osservare unโimmagine mette in funzione la relazione con la nostra retina, sulla quale ยซproiettiamo il visibile quando lo riceviamoยป[5], e in tale azione il desiderio provoca un improvviso stupore, risvegliando in noi la superstizione.
Forse guardiamo le immagini con gli occhi del passato? Forse questa confusione ยซรจ lโinverso della nascita, ancora occulta da incoercibili sovraimpressioni retiniche, di unโaltra natura, di un altro spazioยป[6]. Se lโidolo รจ lโimmagine di un tempo immobile, il nostro osservare รจ invece ossessionato dallโipervisibilitร : รจ anche qui che si racchiude la fascinazione?
ยซLe immagini si aprono e si chiudono come i nostri corpi che le guardano. Come le nostre palpebre quando strizziamo gli occhi per vedere meglioยป[7].
Davanti allโimmagine, i nostri sensi si schiudono, inghiottendoci violentemente in unโesperienza interiore, cosรฌ il corpo entra in relazione con il rappresentato, muovendosi verso un altro corpo, quello dellโimmagine.

Essere davanti allโimmagine vuol dire mettersi in relazione fisicamente con ciรฒ che rappresenta. Cosรฌ come descritta, essa diventa un principio di animazione che squarcia lo sguardo, rappresentando un evento: lโatto di osservare, diventando esperienza sensibile in cui bisogna scavare dentro per vedere allโinterno.
Lโimmagine รจ anche questo, una forma di esperienza che si relaziona con il corpo che percepisce il mondo. ยซIl corpo รจ il nostro mezzo generale per avere un mondoยป[8], e in esso la percezione รจ allโorigine dellโesperienza, quindi dellโesistenza. Il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty ci mostra come la percezione sia resa possibile solo attraverso il corpo, da cui rileviamo la nostra apertura al mondo, lโesser-ci, lโessere-al-mondo. Non solo percepiamo con il corpo, ma anche con lo sguardo: costituiamo unโimmagine dellโesperienza in cui interiore ed esteriore, senso e materia si uniscono in relazione. Possiamo definirlo come un desiderio di tangibilitร che si manifesta tra corpo e occhio nello spazio. La mia percezione รจ abitata dalla forma, che giร possiede un senso a priori e che muta, come io nel mio corpo muto nel luogo.
In questa direzione, la mia ricerca sul rapporto tra percezione dellโimmagine e immagine stessa, tra il toccante e il toccato, crea una comunione, unโeucarestia: la cosa si incarna nella sua percezione e viene incorporata. Nella relazione di comunione tra senziente e sensibile, i limiti che li separano si confondono, lโinterioritร diventa visibile mentre lโesterioritร si riduce fino a entrare in contatto con la sfera interna. In questo processo, lโimmagine, il corpo e il luogo rinnovano la fede, creando cosรฌ un rapporto speculare determinato dalla percezione. La percezione diventa quindi lโelemento principale di relazione con il rappresentato, muovendosi nella sua complessitร .
Nella sua continua contraddizione, lโimmagine non annulla il contrasto tra visibile e irrappresentabilitร , anzi ne compie la presenza. La prospettiva del lungo percorso di reinterpretazione cristiana si spinge ai limiti delle rappresentazioni, e tuttavia sembra necessaria per imprimere nella carne il Logos, sostenendo le immagini sacre e il loro culto. Lโimmagine vive sotto lo sguardo idolatrico, nella sua ossessione, nella saturazione della presenza; agisce come medium nelle strutture del nostro pensiero: ยซLโuomo diventa strumento del suo proprio strumento, invece di servirsi dellโimmagine, finisce per adorarlaยป[9]. Le immagini sono diverse da ciรฒ che rappresentano, poichรฉ non mostrano la loro natura; eppure, se creiamo immagini per rappresentare il mondo, queste finiscono per oscurarlo. Lโimmagine ci fa pensare e agire in modo tale da varcare la soglia tridimensionale, capovolgendo il nostro punto di vista.
Possiamo ancora parlare di idolatria oggi? ร lo sguardo a essere idolatrico, non le cose in sรฉ, ma non si tratta solo di scambiare lโeidolon per qualcosโaltro: lโidolo esprime un modo di rapportarsi allโimmagine. Il rischio รจ di vivere in funzioni delle immagini, perchรฉ esse sono sintomo di esperienze, e le esperienze vivono per esse. In questo fenomeno politico-religioso, le immagini vengono caricate di quel plusvalore mediatico che costruisce un immaginario semi-collettivo, e la medialitร in cui lโimmagine si espone supera oggi i nostri corpi arrivando oltre le comuni sensazioni. ร questo che tiene in vita le immagini? La loro esaltazione di unโesperienza sempre piรน elevata?
ร inevitabile domandarsi in che modo esse dominano la nostra vita. Oggi il reale diventa un ยซdispositivo che dispone di noiยป[10], smaterializzando i dogmi della percezione e introducendone di nuovi. In un simile capovolgimento, nel quale lโuomo diventa oggetto del dispositivo, a manifestarsi nellโimmagine mitizzata non รจ piรน lโidea di Dio in quanto essenza divina o la coscienza di un soggetto, bensรฌ un meccanismo socio-tecnologico. In questo desiderio di vedere costantemente il reale (perchรฉ crediamo erroneamente che il reale indichi la veritร ) offriamo i nostri occhi al medium โ che non pone piรน limiti della percezione โ, ma i simboli che manifestano lโinvisibile non colmano infine il tentativo di vedere cosa si nasconde oltre la natura dellโimmagine.
1 Esodo, 10.4-5.
2 J. Cottin, Le regarde et la parole. Une thรฉologie protestante de lโimage, Labor et Fides, Genรจve, 1994, p.114.
3 J. L. Nancy, Au fond des images, Galilรฉe, Paris, 2003, p. 66.
4 Salmi 97, 7.
5 R. Debray, Vita e morte dellโimmagine. Una storia dello sguardo in Occidente, op. cit., p. 101.
6 Ivi, p. 18.
7 G. Didi-Huberman, Lโimmagine aperta, Milano, Bruno Mondadori, 2008, p. 1.
8 M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della Percezione, Milano, Bompiani, 2005, p. 202.
9 V. Flusser, Iconoclastia, in ยซCavallo azulยป, 8, settembre 1979, pp. 79-80.
10 Ivi, p. 321.
Cartografie percettive: percepire l’immagine รจ apparso in anteprima il 3 marzo 2025 su L’APPESO NUMERO 6.

Marie-Josรจ Mondzain descrive la vitalitร ฬ delle immagini come qualcosa di latente che cresce e muta, imponendosi nel mondo in cui viviamo e nel nostro immaginario.
Questa forza che lโimmagine richiama come sintomo in una forma quasi pre-arcaica, si concentra non solo nel contemporaneo ma ci pone davanti alla sua complessitร ฬ: percepire lโimmagine, quindi, diventa un atto performativo.
Cartografie percettive indaga gli effetti delle immagini in ognuno di noi, e il loro culto, che diventa culto dellโinvisibile, รจ un invito a osservare quali sono gli elementi fondanti nel nostro immaginario e su quali azioni si ripercuotono. Questo libro รจ un viaggio sensoriale che ci porta costantemente verso lโimmagine, nel tentativo instancabile di vedere cosa si nasconde oltre la sua stessa natura.
Nel 2024 ISIA Urbino ha partecipato a Polycopies, festival di editoria fotografica organizzato in occasione di Paris Photo a Parigi. Cartografie percettive รจ uno dei tre volumi selezionati e presentati in collaborazione con Corraini Edizioni.
Progetto grafico: Michele Biondi
Copertina: Sarah Cannarella

Francesca Cugno รจ nata in Sicilia nel 1997. Laureata in Nuove Tecnologie dellโarte allโAccademia di Brera, ha continuato i suoi studi in Fotografia allโIstituto Superiore delle Industrie Artistiche di Urbino (ISIAU), dove ha avuto modo di sviluppare una forte attenzione per la sperimentazione visiva. Il suo lavoro si concentra sullโesplorazione della memoria, sia individuale che collettiva, attraverso immagini che raccontano storie di trasformazione e di radici legate al territorio e sulle modifiche che avvengono nel corso del tempo, trattando tematiche di cambiamento, identitร e appartenenza. Lโartista approfondisce anche il ruolo dellโimmagine considerandola non solo come una rappresentazione, ma come forma di esperienza sensoriale che permette di esplorare le dimensioni tangibili e intangibili della nostra percezione, invitando lo spettatore a una riflessione profonda sulla natura della realtร . ร stata selezionata nel 2023 come Fresh Eyes Talent da ยซGup Magazineยป, nello stesso anno dalla rivista ยซFotografยป come Fotograf Talent. I suoi progetti sono stati esposti in diverse occasioni, tra cui lโesposizione del Premio Raccontโarti (2023) e la mostra Other Spaces tenuta a Berlino (2024). Ha partecipato allโevento Polycopies 2024 con la sua tesi di laurea Cartografie Percettive pubblicata da Corraini Edizioni.
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