Ho qualcosa che ti farà piangere

Contesto (nota dell’autore)

Ho scritto I have something that will make you cry meno di un anno dopo il mio arrivo a Berlino, in un periodo di profondo isolamento. Avevo da poco parlato della mia transizione, avevo iniziato a usare i pronomi “loro” e “lui” con i miei amici e amiche e a indossare un tipo di abbigliamento più maschile; il mio corpo però mi sembrava sempre più sconosciuto. Volevo desiderare il mio corpo e volevo che anche gli altri lo desiderassero.
Oltre al tema della transizione, questo testo parla di comunicazione e intimità. Per anni ho scritto per provare a parlare, per esprimere sentimenti repressi e nascosti dall’infanzia. Questo testo l’ho scritto nella solitudine più completa, nel mezzo di una crisi esistenziale, e ho pensato subito che fosse troppo personale, troppo triste per poterlo condividere. È stato solo grazie all’incoraggiamento della mia cara amica Josephine che ho deciso di recitarlo in un Open Mic di Berlino. Dopo aver lasciato il palco ho visto tante persone che piangevano e quella è stata la prima volta in cui ho sentito di aver parlato davvero. Nelle settimane a seguire tanti che provavano la stessa contraddizione fisica mi hanno contattato. Piangere non era più un meccanismo che obbligava all’isolamento ma stava diventando un invito a qualcosa di più intimo. Ho cominciato così a credere che piangere fosse un modo per mostrare il mio mondo interiore agli altri ma anche a me stesso. I have something that will make you cry, insieme ad altri due testi in prosa, è stato pubblicato a ottobre 2024 nella rivista letteraria FLORETS Magazine for Young Poetics (Berlino).

Nota della traduttrice

Quando ho aperto la rivista FLORETS Magazine a Berlino, il primo testo in cui mi sono imbattuta è stato I have something that will make you cry. Il titolo così evocativo e la profondità emotiva dell’opera mi hanno spinta subito a volerlo tradurre in italiano in quanto ritengo che la nostra letteratura, ma anche la nostra cultura, abbiano ancora molto da imparare rispetto al delicato percorso delle persone che non si identificano nel genere con cui nascono. In questo contesto, il testo originale, così come la sua/le sue traduzione/i, non sono che la pura espressione di questa difficoltà. Oltre al ricreare un versione che rispecchiasse la storia e il dolore dell’autore, mantenendo vivo il lirismo ma anche la crudezza di certe scene ed espressioni, la sfida più grande incontrata durante il lavoro di trasposizione dell’opera in italiano è stata quella di “piegare” la nostra lingua, flessiva per sua natura, al mondo non binario. Per questo motivo io e l’autore ci siamo confrontati diverse volte sull’approccio migliore da adottare in modo che il testo non tradisse la loro verità: al contrario di ciò che si potrebbe pensare, l’abbandono dell’identità femminile non ha aperto le porte al mondo maschile. Già nel secondo paragrafo che comincia con “When you left”, o nell’uso dell’aggettivo “alone”, l’italiano ci pone di fronte a un ostacolo intrinseco e irrimediabilmente binario dal quale però l’originale prende le distanze in modo netto. Lo stesso accade quando l’autore parla di sé “as a kid” e racconta un episodio della loro infanzia. Alla fine, la decisione che abbiamo preso è stata quella di tradurre l’originale in due versioni: una prima in cui si parafrasano tutti i passi che avrebbero necessitato di una scelta di genere, adattandoli a una versione più neutra; nella seconda versione, invece, si è scelto di utilizzare lo schwa a mo’ di provocazione, pur consapevoli che esso sia ancora una terra di mezzo inesplorata e spesso criticata. Come si leggerà, la prima versione addolcisce e modula certe frizioni dell’originale, risultando in una versione più addomesticante e forse accogliente; la seconda, al contrario, si fa notare non solo per quell’assenza grammaticale che stona e disturba agli occhi di molti/e lettori/lettrici italiani/e, ma fa rivivere lo struggimento esistenziale di una persona che si trova in uno stato liminale dal quale non vede via d’uscita.
La traduzione è sempre una scelta, un faro che illumina uno o l’altro aspetto dell’originale, ed è anche questo il motivo per cui un singolo originale può avere mille e più versioni in base ai suoi/alle sue traduttori/traduttrici. In questo caso però, incentivati anche dalla brevità della prosa, abbiamo reputato stimolante e forse opportuno lasciare che siano gli altri/le altre a scegliere a quale dei due mondi accedere.


I have something that will make you cry

I stand at the edge of the ocean but the waves aren’t lapping softly under the pull of the fresh moon, my body is not fertile valleys carved under sheets to be traced with your hand in the summer morning.

When you left I wished I was a man, because men don’t cry and I cry every day. You told me to take my books and I didn’t, then I walked to this place called Springwater and kept walking thinking I might make it to the Burnside Bridge. I waited for you to text me that you were okay but you didn’t, so I figured you were dead, lying alone in your apartment on the floor with my books mixed with your books.

The way I stopped being a woman was funny. It happened in a Zoom meeting. But when I realized I wasn’t a woman I didn’t become a man, everything just stopped making sense.

When you left I wished I was a man, because I thought then you might have stayed. I thought you probably hated my vagina as much as I did.

Release, I want to release this feeling. I would stand in the mirror and invert my skin so that it pulled taunt to my bones and then maybe it would look right, one day I told my nutritionist that looking at myself got easier when I pretended I wasn’t a woman, I thought this was an obvious solution but Katie stopped and there was silence over the computer screen and then she just asked me if I wanted to use different pronouns.

I remember you used to draw everything with top surgery scars, they were the next lines after eyes and a mouth, when I write about you, I grit my teeth and it looks like I’m smirking but it’s really because I’m uncomfortable, and it’s funny because I got that from you.

Crying feels good sometimes. When I was a kid I cried a lot, my parents put me alone in the room I shared with my brother and tied the doorknob to the door across the hall so that I couldn’t get out. Then I’d tear the room apart and we’d all laugh about that later, how I used to cry.

My friend transitioned when we were 15, one night we watched Stand by Me in their room and I think we fell in love then, but I didn’t know it until a long time later. Now when they go to work nobody even sees their old skin beneath the new, people just see a man and move on.

I live in a bubble within the world, you view me, and I look past myself, so to you, there is a body but for me, there is nothing below, only a hole and a drop where I can’t see the bottom. Something is wrong but fixing it isn’t so easy, because it starts with crying, and I often get stuck there.

I think if I were a man nobody would ever leave. Because men don’t cry because they have no reason to. And everything would make sense, and the hole would disappear, and you’d just see me instead of all the things I should have but don’t.


Ho qualcosa che ti farà piangere (I)

Sono in riva al mare ma le onde non si increspano morbide sotto il richiamo della fresca luna, il mio corpo non è valle fertile scolpita sotto lenzuola da percorrere con la tua mano la mattina d’estate.

Dopo il tuo addio ho desiderato essere un uomo, perché gli uomini non piangono e io piango tutti i giorni. Mi hai detto di prendere i miei libri e non l’ho fatto, poi ho camminato verso questo posto che si chiama Springwater e ho continuato a camminare pensando di poter raggiungere Burnside Bridge. Aspettavo che mi scrivessi che stavi bene ma non l’hai fatto, allora ho capito che non c’eri più, senza nessuno accanto giacevi a terra nel tuo appartamento con i tuoi libri mischiati coi miei.

Il modo in cui ho smesso di essere una donna è stato strano. È successo durante una riunione su Zoom. Ma quando ho capito di non essere una donna non ero nemmeno un uomo, semplicemente tutto ha smesso di avere senso.

Dopo il tuo addio ho desiderato essere un uomo, perché pensavo che così forse non avresti scelto di andartene. Pensavo che probabilmente odiavi la mia vagina tanto quanto la odiavo io.

Liberare, voglio liberare questa sensazione. Stavo davanti allo specchio a tormentare la pelle per arrivare alle ossa e così magari si aggiustava, un giorno ho detto alla mia nutrizionista che guardarmi diventava più facile quando fingevo di non essere una donna, pensavo fosse una soluzione ovvia ma Katie si è bloccata ed è calato il silenzio sul computer e poi mi ha chiesto se volevo usare pronomi diversi.

Mi ricordo che disegnavi tutto con le cicatrici dell’intervento di mastectomia, erano le linee che seguivano occhi e bocca, quando scrivo di te, digrigno i denti e sembra mi spunti un sorriso ma in realtà è perché so-no a disagio ed è strano perché l’ho preso da te.

Piangere a volte fa bene. Da piccola piangevo molto, i miei genitori mi lasciavano da sola in camera mia e di mio fratello e legavano la maniglia alla porta dall’altra parte del corridoio così non potevo uscire. Poi distruggevo la camera e ci mettevamo a ridere tutti insieme, di come piangevo.

Il mio amico intraprese il percorso di transizione quando avevamo quindici anni, una sera guardavamo Stand by MeRicordo di un’estate in camera sua e credo sia stato lì che ci siamo innamorati, ma non me ne accorsi fino a tanto tempo dopo. Ora quando va a lavoro nessuno fa caso alla vecchia pelle sopra la nuova, la gente vede solo un uomo e va avanti.

Vivo in una bolla dentro al mondo, tu mi vedi e io mi volto: per te c’è un corpo ma per me non c’è nulla sotto, solo una voragine e una goccia che non so quando toccherà il fondo. Qualcosa si è rotto ma aggiustarlo non è così facile, perché scoppia un pianto e di solito è lì che rimango.

Penso che se fossi un uomo nessuno se ne andrebbe mai. Perché gli uomini non piangono perché non ne hanno motivo. E tutto avrebbe senso e la voragine sparirebbe e tu vedresti solo me invece che tutto ciò che dovrei avere ma non ho.

***

Ho qualcosa che ti farà piangere (II)

Sono in riva al mare ma le onde non si increspano morbide sotto il richiamo della fresca luna, il mio corpo non è valle fertile scolpita sotto lenzuola da percorrere con la tua mano la mattina d’estate.

Dopo che te ne sei andatǝ ho desiderato essere un uomo, perché gli uomini non piangono e io piango tutti i giorni. Mi hai detto di prendere i miei libri e non l’ho fatto, poi ho camminato verso questo posto che si chiama Springwater e ho continuato a camminare pensando di poter raggiungere Burnside Bridge. Aspettavo che mi scrivessi che stavi bene ma non l’hai fatto, allora ho capito che te ne sei andatǝ, solǝ giacevi a terra nel tuo appartamento con i tuoi libri mischiati coi miei.

Il modo in cui ho smesso di essere una donna è stato strano. È successo durante una riunione su Zoom. Ma quando ho capito di non essere una donna non sono diventatǝ un uomo, semplicemente tutto ha smesso di avere senso.

Dopo che te ne sei andatǝ ho desiderato essere un uomo, perché pensavo che così saresti rimastǝ. Pensavo che probabilmente odiavi la mia vagina tanto quanto la odiavo io.

Liberare, voglio liberare questa sensazione. Stavo davanti allo specchio a tormentare la pelle per arrivare alle ossa e così magari si aggiustava, un giorno ho detto alla mia nutrizionista che guardarmi diventava più facile quando fingevo di non essere una donna, pensavo fosse una soluzione ovvia ma Katie si è bloccata ed è calato il silenzio sul computer e poi mi ha chiesto se volevo usare pronomi diversi.

Mi ricordo che disegnavi tutto con le cicatrici dell’intervento di mastectomia, erano le linee che seguivano occhi e bocca, quando scrivo di te, digrigno i denti e sembra mi spunti un sorriso ma in realtà è perché sono a disagio ed è strano perché l’ho preso da te.

Piangere a volte fa bene. Da piccolǝ piangevo molto, i miei genitori mi lasciavano da solǝ in camera mia e di mio fratello e legavano la maniglia alla porta dall’altra parte del corridoio così non potevo uscire. Poi distruggevo la camera e ci mettevamo a ridere tutti insieme, di come piangevo.

Il mio amico intraprese il percorso di transizione quando avevamo quindici anni, una sera guardavamo Stand by Me – Ricordo di un’estate in camera sua e credo sia stato lì che ci siamo innamoratǝ, ma non me ne accorsi fino a tanto tempo dopo. Ora quando va a lavoro nessuno fa caso alla vecchia pelle sopra la nuova, la gente vede solo un uomo e va avanti.

Vivo in una bolla dentro al mondo, tu mi vedi e io mi volto: per te c’è un corpo ma per me non c’è nulla sotto, solo una voragine e una goccia che non so quando toccherà il fondo. Qualcosa si è rotto ma aggiustarlo non è così facile, perché scoppia un pianto e di solito è lì che rimango.

Penso che se fossi un uomo nessuno se ne andrebbe mai. Perché gli uomini non piangono perché non ne hanno motivo. E tutto avrebbe senso e la voragine sparirebbe e tu vedresti solo me invece che tutto ciò che dovrei avere ma non ho.

I have something that will make you cry – Ho qualcosa che ti farà piangere è apparso in anteprima il 3 marzo 2025 su L’Appeso Numero 6.


© Dario Licata, 2025.

Hunter Storm (1999) cresce a Enumclaw, una cittadina rurale non lontana da Seattle. Nel 2023 si laurea in biologia e lingua tedesca alla Portland State University (Oregon). Nello stesso anno si trasferisce in Germania per studiare biologia evolutiva all’Università Humboldt di Berlino. La sua ricerca si concentra sugli insetti, trovando ispirazione nella loro varietà di forme e nei comportamenti peculiari. Gli insetti si muovono nel nostro mondo alla periferia della vita; con i loro corpi e le loro strutture sociali insolite, gli insetti sono come sogni che mettono in comunicazione il mondo mostrandoci nuovi modi di vivere. Le opere di Hunter Storm sovrappongono caratteristiche scientifiche e filosofiche al corpo, connettendo il cambiamento genetico diacronico ai cambiamenti individuali inscritti nella nostra memoria. Nel 2024 «Florets Magazine for Young Poetics» pubblica per la prima volta i suoi lavori.

Sofia Cavazzoni (1993) è traduttrice e revisora dall’inglese e dallo spagnolo e vive tra Siena e Colonia, in Germania. Nel 2015 si laurea in Lingue e letterature straniere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e, due anni dopo, si specializza in Traduzione audiovisiva grazie al master erogato dall’Università di Cadice. Nel 2021 si iscrive al corso di Laurea magistrale in Competenze testuali per l’editoria presso l’Università per Stranieri di Siena, concludendo il percorso il 23 marzo 2023 con una tesi sul capolavoro del modernismo Ulisse di James Joyce e la sua tormentata storia editoriale a causa della censura in America, in Inghilterra e in Italia. Uno dei capitoli della sua tesi è stato pubblicato a maggio 2024 nel volume su Joyce e la censura a cura di Andrea Carloni (Eretica Edizioni). A luglio 2024 la rivista di critica letteraria «Allegoria» ha pubblicato la sua traduzione dei primi due capitoli del libro di Declan Kiberd, Ulysses and us.


Dario Licata, illustratore siciliano residente a Milano, è specializzato in illustrazione editoriale, collaborando con riviste e piattaforme online, e comunicazione corporate per aziende. Vincitore di diversi concorsi di illustrazione, sviluppa un linguaggio visivo basato sulle metafore, creando atmosfere oniriche e immagini sospese tra sogno e realtà. Predilige linee essenziali per conferire immediatezza ai suoi messaggi, utilizzando elementi figurativi e simbolici per esprimere concetti in modo evocativo e suggestivo. Le sue opere creano dimensioni oniriche che legano l’immaginario estetico dell’infanzia alle riflessioni dell’età adulta.



Vuoi sostenere L’Appeso?

Lascia un commento

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑