di Lucia Maddalena Tissi
«Mi raccomando, tienilo acceso. Ora ti faccio vedere come funziona, ok? E voi, bambini, ancora dieci minuti e poi andiamo, va bene?» I bambini annuiscono con la testa ciondolante e continuano a giocare alla morra cinese, accovacciati sulla graniglia pezzata come pelle di giaguaro. La donna inizia a scartare il cartone con le mani, si spezza un’unghia, impreca, va in cucina, prende delle forbici, torna in salotto, taglia lungo i bordi, finalmente apre il cartone ed estrae il ventilatore, ancora avvolto in una pellicola trasparente. Sfila la pellicola, snoda il fil di ferro attorcigliato attorno al cavo in spire serpentine, attacca la spina alla presa della corrente e mostra al nonno, seduto su una poltrona, come funzionano la ghiera per la velocità e la levetta, da tirare in basso per fare muovere il ventilatore, in alto per lasciarlo fisso. «Hai capito?» chiede con una voce strozzata dall’apprensione. Ha mille cose da fare prima della partenza: sistemare l’appartamento, controllare le valigie, chiamare la trattoria per prenotare la cena e l’avvocato per sapere la data della prossima udienza. Il nonno annuisce e socchiude gli occhi che si assottigliano in minuscole fessure. «Bambini, alzatevi, salutate nonno Antonio ché andiamo» dice la donna. I bambini rispondono di sì all’unisono. L’ultima partita l’ha vinta la bambina: carta avvolge sasso. La sua mano è ancora aperta sul pugno chiuso del fratello. All’ordine della madre i bambini si staccano, si alzano, danno un bacio al nonno, il bambino sulla guancia destra, la bambina su quella sinistra. «Ciao, nonno, ci vediamo a settembre» dicono con voci allegre.
Nonno Antonio sorride con gli occhi che ora formano due cerchi tondi e rilucenti; le labbra, tirate all’insù, si frastagliano in increspature accavallate ai solchi delle rughe. La donna gli raccomanda di starsene a casa, di tenere gli avvolgibili abbassati, di chiamarla in caso di necessità, di ricaricare il telefonino – il nonno porta intorno al collo, a mo’ di ciondolo, un telefonino legato a una corda di stoffa – e, soprattutto, di lasciare sempre il ventilatore acceso, perché quell’estate è previsto un caldo tropicale, è in arrivo Caronte, l’anticiclone africano, ne hanno parlato tutti i telegiornali. La donna gli imprime un bacio sulla fronte e una carezza leggera sulla nuca. I bambini salutano con le mani che si agitano di qua e di là, saltellano chiassosi verso la porta mentre la madre dice di smetterla con tutto quel baccano, e chiude la porta dietro di sé. Per le scale la voce esausta della donna si sovrappone ai trilli dei bambini. Poi le voci si affievoliscono e si disperdono.
Nonno Antonio resta seduto sulla poltrona. È di nuovo solo, nel buio della casa, le tapparelle abbassate, le luci spente, soltanto il ventilatore sibila muovendo la sua testa rotonda da una parte all’altra. Dopo qualche minuto, nonno Antonio si alza facendo leva sulle maniglie in alluminio del deambulatore. Dieci piccoli e faticosi passi ad andare e dieci a tornare, e un’abbondante sudata. Una mandata di chiavi, in senso antiorario, e torna alla sua postazione. Il sudore da vecchio, un sudore che sa di rancido e stantio, viene essiccato dall’aria mossa dal ventilatore.
Le giornate volano veloci come i colombi che si appoggiano sulla ringhiera del balcone. Sente il loro frullio d’ali e li spia dagli spiragli tra le stecche della tapparella. Ogni due giorni passa Celeste, la donna delle pulizie, rassetta velocemente la casa, prepara delle pietanze per i giorni successivi, che ripone in frigorifero in tupperware di plastica segnando su un’etichetta adesiva data e contenuto, e scompare. Anche lei è veloce come i colombi.
Antonio dorme poco, come tutti i vecchi. Si gira nel letto più volte e poi si abbandona a un sonno leggero e tormentato. La mattina si alza presto, va in cucina a scaldare in un bricco un po’ di latte, lo versa in una tazza bassa e larga e ci inzuppa una fetta biscottata spalmata di marmellata di fichi. Ha poca fame, come tutti i vecchi. Passa la giornata sulla poltrona, il ventilatore acceso sulla destra e il televisore davanti. Mangia quello che ha preparato Celeste, delle fettine di carne magra, dei brodini vegetali, delle verdure lesse, della frutta già lavata. Da quando si sono accorti che ha i valori del colesterolo alti, gli sono stati interdetti dolci e pietanze grasse. Ogni tanto, però, corrompe Celeste e si fa comprare una coppa Malù. La figlia lo chiama una volta al giorno, ma sono telefonate concitate con in sottofondo le voci dei bambini che giocano e schiamazzano. “Come stai? Tutto bene?”. Si accerta che sia ancora in vita. Tutto qui. Non si può biasimare. Ha una vita frenetica, tra lavoro, bambini e il divorzio in corso. Le cose vanno così tra figli e genitori.
Nonno Antonio era più vivace quando accanto c’era la moglie. Parlavano lo stesso linguaggio da vecchi, e potevano lamentarsi dei propri dolori senza essere di peso per nessuno. Il nonno rincorre con lo sguardo le pale del ventilatore che muove la testa come una telecamera. Con le pale volteggiano i ricordi. Lui e sua moglie al primo incontro, vicino al lago, una scampagnata tra amici, la casa comprata grazie ad anni di risparmi, la figlia nata quando ormai non ci speravano più. L’hanno battezzata Gioia perché è stata la loro fonte di felicità. Si è diplomata con il massimo dei voti, si è laureata per tempo in architettura (una lode con tanto di applauso e strette di mano dei membri della commissione), ha messo al mondo due bambini magnifici. Peccato per il divorzio, ma è una donna forte e lo supererà.
Nonno Antonio vaga tra pensieri e ricordi sollevati dalla brezza del ventilatore. I ricordi si librano, piroettano, caracollano in manovre a spirale, sono vortici che lo risucchiano come gorghi di lago. La testa rotonda del ventilato-re a volte assume le sembianze della moglie: un sorriso dolce e gli occhi enormi e scuri come un pozzo.
Un giorno la corrente salta e il ventilatore si blocca. Nonno Antonio rimane incantato per un tempo indeterminato e fissa la testa immobile di sua moglie. Si assopisce, riapre gli occhi, controlla che sia sempre lì, la moglie con il sorriso e i suoi occhi neri, si addormenta di nuovo. Il cellulare squilla un paio di volte, ma si confonde con i suoni ovattati dei sogni: una cascata, il pianto di un neonato, la risata della moglie, che riecheggia per le stanze rimbalzando da parete a parete, lo sguardo accusatorio del fratello.
Ogni tanto nonno Antonio si riscuote. Quanti giorni sono trascorsi, quando tornerà l’elettricità, si chiede. Il tempo si riduce o dilata per i vecchi, senza una regola logica. Il tempo è una molla che a forza di tenderla si spezza. Celeste è andata in ferie, questo se lo ricorda, e tornerà dopo il ponte di Ferragosto. Questi lampi di lucidità durano un bagliore e poi vengono dilavati dal mulinello della memoria.
Sente soprattutto una grande sete, la gola riarsa, il corpo sudato e poi prosciugato. Si trova in un deserto di sabbia rossa con torri di guardia infuocate. Il viso della moglie è immobile, sorridente, in attesa. Il corpo è lasciato a seccare come i pomodori d’estate quando Antonio e la moglie tornavano al paese e alle loro radici. Ma restavano sempre poco al paese perché le radici a volte sono dei lacci che ci strozzano, e loro due lo sapevano che gli impiccati non sono sempre dei suicidi. Antonio vuole dimenticare quel corpo che oscilla come un pendolo, nel giardino. Non lo ha ucciso lui, suo fratello. È stato un incidente, come tanti nella vita.
Una sera qualcuno suona il campanello. Celeste ha le chiavi e si annuncia con un tintinnio allegro e vibrante, non questo suono cupo e greve. Nonno Antonio prova ad alzarsi e a camminare verso la testa immobile della moglie, ma i piedi sono conficcati nelle mattonelle, le natiche incollate alla poltrona, la schiena rigida contro lo schienale. Suonano di nuovo. Con fatica, scollandosi dalla poltrona e staccando lentamente i piedi dal pavimento per non lasciare lacerti di pelle, si alza, si appoggia al deambulatore e spinge le gambe in avanti. Dieci piccoli passi. Dallo spioncino intravede una figura sfumata. Gli occhi ormai si sono disabituati alla luce e l’età non aiuta. Una mandata di chiavi, in senso orario, e la porta è aperta. Davanti a lui appare un vecchio, ingobbito, appoggiato a un bastone dalla punta appiattita come una pala. Rispetto a quel vecchio, nonno Antonio si sente giovane. Il vecchio entra senza dire una parola, scruta il salotto mentre Antonio indietreggia. In casa il buio è arroventato da lampi corruschi. Nonno Antonio spinge il deambulatore e cammina dietro al vecchio che si siede sulla poltrona.
«Non mi riconosci?» chiede il vecchio dopo un lungo sospiro. Un sospiro strascicato e pesante che intorpidisce i pensieri. Antonio stringe gli occhi per metterlo a fuoco. Gli occhi del vecchio scintillano come lapilli, sono cerchiati da aureole di fuoco, la pelle è raggrinzita come la buccia di un dattero secco, il corpo sprigiona nuvole di vapore, la barba sbrilluccica per la sua bianchezza. Il vecchio ha alzato il bastone e lo usa come remo, vogando a destra e a sinistra. La poltrona oscilla su un fiume livido, la casa è una palude tetra, e il vecchio ripete la domanda: «Non mi riconosci?»
La voce è imperiosa, profonda, come prima il suono del campanello, una voce ipogea. Nonno Antonio volge lo sguardo al volto della moglie ma trova solo la testa muta e fissa del ventilatore. La pala del remo è sempre più vicina a nonno Antonio che per poco non cade riverso sul pavimento. Quando le rughe sul volto del vecchio sono ormai una ragnatela che si mescola alla sua, nonno Antonio lo riconosce. Tutti i telegiornali lo avevano annunciato. Antonio si aggrappa al braccio avvizzito del vecchio e si imbarca. È ora di salpare.
Il ventilatore è apparso in anteprima il 3 marzo 2025 su L’Appeso Numero 6.

Lucia Maddalena Tissi, nata a Milano, vive e lavora in Toscana. Insegna greco, latino e letteratura italiana in un liceo classico. Ha pubblicato l’opera in prosa “Statue di cenere” (2022) e la raccolta poetica “Collane spezzate” (2023). È convinta di essere stata un delfino nella vita precedente; in questa vita, nuota, si immerge nei libri e si tuffa nell’immaginazione.
Orsola Damiani, diplomata all’Accademia di Illustrazione di Roma, segue un Master in Incisione e poi… vola a Parigi per uno stage. Tornata in Italia, tra una china e un pennello approfondisce il fantomatico mondo dei computer. Crea il suo logo – un piccolo pesce rosso che nuota tra illustrazioni a mano e grafica editoriale – affiancando al lavoro di Illustratrice quello di Graphic Designer per la comunicazione e promozione di festival, mostre d’arte, stagioni e spettacoli teatrali, rassegne musicali ed eventi. Pubblica libri per ragazzi, crea illustrazioni per magazine online, riviste di moda, etichette di vini e birre.
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