Il teorema dell’insufficienza di Dio

MARGINALIA #5

di Giulia De Vincenzo

Noi di tenebre avviluppati
Non abbiamo parole

GIOBBE, 37:19

Un moderno Giobbe, coi pugni alzati contro Dio, senza alcuna risoluzione finale. Così la dilogia formata da Il passeggero e Stella Maris (Einaudi, 2023) ci restituisce l’ultimo McCarthy. A sedici anni dalla pubblicazione del suo ultimo romanzo, La strada, l’addio del padre continua a configurarsi nell’immaginario dello scrittore come l’unica promessa che sia possibile mantenere. Si perpetua in ricordi indistinguibili dai sogni, nei quali al fuoco – simbolo di speranza – si è definitivamente sostituita l’eredità di una terribile colpa: un sole infausto, presago di morte, che a partire dalla pura polvere della terra è capace di ridurre il mondo conosciuto a una distesa di caucciù inabitabile. Il riferimento è alla bomba atomica, alla cui realizzazione ha contribuito il padre di Bobby e Alicia, protagonisti dei due romanzi. Ma se trascendiamo i limiti terreni, l’ombra del paterno nel viaggio che ci vede tutti passeggeri in quella vasta desolazione che è l’essere vivi, assume l’aura divina di Shaddai, l’immanenza mostruosa di un Ente che ha nel Leviatano il proprio orgoglio supremo, e dell’uomo quasi non si cura: “Per molti anni ha aspettato che Dio gli dicesse cosa ci si aspettava da lui. Cosa doveva fare con la sua vita. Ma Dio non gliel’ha mai detto” (Il passeggero). Eppure, i padri si perdonano sempre.

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.

GIOVANNI, 1:1

Nel Prologo al Vangelo di Giovanni, l’identificazione di Dio con il Λόγος (Lógos) va oltre l’allusione a una Parola auto-rivelatrice, identificando tutto il creato come esistente per mezzo di Dio. E all’analogia Dio-Mondo approda anche l’ultimo McCarthy, non riuscendo tuttavia a render conto delle tenebre e del mormorio notturno – che tanta parte occupano della realtà – col solo ricorso al Lógos. Pur restando il cordoglio la materia della vita, lo scrittore non è più convinto che il mondo sia un contenitore di storie tutte tra loro collegate e tutte necessarie, come sosteneva in Oltre il confine, ma porta alle estreme conseguenze il suo nichilismo, tanto ne Il passeggero (“Non saprai mai di cos’è fatto il mondo. L’unica cosa certa è che non è fatto di mondo. Quando ti accosti a certe descrizioni matematiche della realtà non puoi evitare di perdere quel che viene descritto. Qualunque indagine soppianta ciò che indaga. […] Il mondo si prenderà la tua vita. Ma soprattutto e in ultima istanza il mondo non sa che sei qui”), quanto in Stella Maris (“Il mondo non ha creato un solo essere vivente che non intenda distruggere”). Tale svolta concettuale riporta alla mente l’evoluzione del pensiero di Wittgenstein tra il Tractatus logico-philosophicus e le Ricerche filosofiche. Citarlo è inevitabile, dato che negli ultimi anni della sua vita Cormac McCarthy ha collaborato con il Santa Fe Institute – New Mexico, un istituto di ricerca scientifica multidisciplinare dove ha avuto modo di ragionare da un punto di vista filosofico e matematico (e sempre meno letterario) su quella materia sfuggente eppure fondante dell’essere che è il rapporto tra inconscio e linguaggio.
E quella di Wittgenstein è una delle voci più udibili tanto nel saggio The Kekulè Problem scritto per il Santa Fe Institute, quanto nella sua riproposizione narrativa attraverso le brillanti elucubrazioni di Alicia, sulle quali tornerò a breve. Nel Tractatus, Wittgenstein distingueva ciò che si può dire da ciò di cui bisogna tacere, ma ancora identificava il pensiero con il linguaggio, deputando quest’ultimo alla raffigurazione dei fatti e incanalando l’indicibile nel terreno del mistico. Nelle Ricerche, tuttavia, la sua filosofia del linguaggio si evolveva in senso antiessenzialista e anti-fondativo: il filosofo non ammetteva più un’essenza immutabile sottesa alle parole (il cui significato si riduceva al loro uso appropriato in situazione) e non riteneva più che sul linguaggio si basasse la conoscenza della realtà. Si profilava, altresì, nel secondo Wittgenstein, la funzione terapeutica della filosofia che, a differenza delle scienze come la matematica, che tentano di imporre un ordine numerico al caos del mondo, assurge al nobile compito di rilevare le contraddizioni in cui si impiglia il pensiero quando è tradito dal linguaggio.

Ecco i ribelli contro la Luce
Ignari della sua legge
Esclusi dai suoi selciati

GIOBBE, 24:13

Potrebbero ridursi a semplici portavoce, a questo punto, i fratelli Western, per quanto siano mirabilmente costruiti e incorporati in una narrazione tendenzialmente dialogica, quale smaccato omaggio “stilistico” alla tardiva predilezione per la teoresi filosofica, che non esclude tuttavia il ricordo della precedente gloria narrativa, sotto forma di cognome. E invero, uniti da un amore “di cui non si può dire”, Bobby, fisico mancato e sommozzatore con la fobia della profondità e Alicia, dottoranda in matematica con la passione per la musica affetta da schizofrenia, sono due facce della stessa moneta – quella dell’infelicità – destinate a non incontrarsi mai, tra le righe e oltre l’inchiostro. Sappiamo della morte di lei dal primo volume della dilogia, mentre nel secondo volume scopriamo le tappe che, come la dimostrazione di un teorema, hanno condotto al suo suicidio, maturato in forza di un’errata convinzione: quella della morte di suo fratello. Che si ritrova solo, quale un infausto Romeo sposato alla morte, a peregrinare in eterno con la fame inutile del perché di Dio.
Ma di quella moneta, Alicia è la faccia più luminosa, quella in cui riluce il testamento filosofico di McCarthy. Prende forma, quest’ultimo, nelle conversazioni tra la ragazza e lo psichiatra della Stella Maris, casa di cura aconfessionale (aggettivo da non sottovalutare) dove si è internata volontariamente, come estrema ratio per sfuggire ai demoni che la perseguitano e attingere la verità sul mondo, e informa di sé tutto il secondo volume. Ma ecco che, sospese le allucinazioni grazie al Thorazine, lasciato libero di fluire, il suo delirio diviene protezione contro una più grave infermità, messaggio di un Archatron inaccessibile al linguaggio, e il Kid e le sue coorti si mutano in demoni del dubbio che stanno di sentinella contro l’interrogare, la cui tradizione dev’essere vecchia quanto il linguaggio. Appurato, con tanto di riferimenti colti, che “le più grandi intuizioni spirituali sembrano derivare da testimonianze di gente che barcolla nel buio”, comincia l’apologia dell’inconscio, la materia oscura che sola merita la nostra devozione, che lavora incessantemente sui nostri sogni per convincerci della realtà di ciò che non ne ha, mentre ci dedichiamo alla contemplazione dell’orrore del mondo: “L’inconscio è stato ingaggiato per svolgere un lavoro ben preciso. Non dorme mai. È più affidabile di Dio”. E la nemesi per eccellenza dell’inconscio è il linguaggio, la cui diffusione, a partire dall’intuizione della sua utilità pratica, è descritta da Alicia come un’epidemia folgorante che ha ridotto il mondo a quello che se ne può dire: “L’inconscio dev’esser stato costretto a fare carte false per agevolare un sistema che si dimostrava del tutto inesorabile. Paragonabile non solo a un’invasione parassitica, paragonabile a nient’altro”.
Totalizzante, come Dio.
Resta solo l’immaginario, “il posto dove più di tutti vorresti essere. E mai sarai”, l’unico luogo dove rifugiarsi per sfuggire a quell’entità metafisica che opera in ogni dove affamata di anime terrene, e abbeverarsi all’acqua di un ruscello di montagna, che ha il sapore della musica.

Tra poco mi stenderò nella polvere
E tu bramoso mi cercherai
Ma io non sarò più.

GIOBBE, 7:21

Il teorema dell’insufficienza di Dio è il quinto e ultimo contributo di MARGINALIA del 2024, pubblicato in anteprima su L’APPESO NUMERO 5 (31 ottobre 2024).


In copertina: © Beowulf Sheehan, Cormac McCarthy, Home, New Mexico, August 12, 2014.


Cormac McCarthy, Il passeggero / Stella Maris,
traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi (2023).


Giulia De Vincenzo è laureata in Filologia Moderna, insegna materie umanistiche in una scuola secondaria di primo grado e scrive note sui margini dei libri per sgravarsi di un pensiero (come direbbe Edgar Allan Poe). Non ha ancora capito se la “d” del suo cognome sia maiuscola. Nel dubbio, ha deciso di rendere minuscola la “g” del suo nome. @giminuscola



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