Scrivere favole basate sulla Storia

MARGINALIA #3

di Giulia De Vincenzo

Vaghe suggestioni lynchiane legate a uno dei miei film preferiti di sempre mi hanno sospinto qualche tempo fa verso I Santi Mostri (Bollati Boringhieri, 2024), un romanzo che narra di un gruppo di disgraziati deformi che vivono di spettacoli itineranti nella Germania nazista. Le aspettative sulla tematica – la purezza di sentimenti insista nello storpio che disvela il mostruoso nella presunta normalità – sono state confermate dalla scrittura scorrevole di Ade Zeno, che sfrutta le potenzialità narrative della Storia per fabbricare una favola dal retrogusto amaro della solitudine.

Scrivere favole basate sulla Storia è un’operazione infida perché pretende di estrapolare una morale da un materiale viscoso che è morto ma non vuole restare sepolto, che si nutre occultamente di sangue, fatti e pregiudizi come un combustibile fossile che attende, paziente e diabolico, di affiorare in superficie. E la gente, abituata ormai a una Storia come autoconoscenza punteggiata di exempla e vaghe indicazioni su come comportarsi in futuro, non è sempre disposta a barattare questa labile speranza di controllo con una morale velenosa che le diagnostica una malattia per la quale non c’è speranza di guarigione, ossia quella di appartenere alla razza umana.

La più grande pecca dell’uomo è credere che il Male sia altrove, in qualcuno o qualcosa da debellare per poi sentirsi al sicuro. Ma la stessa fascinazione che l’Errante compagnia dei Santi Mostri esercita sugli spettatori e sui lettori, agisce come richiamo metafisico verso qualcosa che è complementare alla nostra natura. Una favola basata sulla Storia è più efficace quando resta circoscritta, ma soprattutto quando organizza i propri simboli in apparati arguti, divertenti o almeno coinvolgenti. Il sistema dei personaggi congegnato da Ade Zeno, tra l’uomo-scimmia, Polifemo e la donna con due facce, assolve al compito di indorare la pillola, tra spade magicamente inghiottite e oscuri versi declamati, salvo poi, nei momenti di raccoglimento lontano dalle scene, adombrare assunti di un certo, pessimistico, rilevo: Ieri mattina, al suo risveglio, le ho domandato se fosse religiosa. Hilla ha risposto che nessuno di noi esiste per davvero. Siamo solo gli abitanti di un sogno, e a sognarci è un minuscolo insetto addormentato in qualche posto lontano, fra le stelle. Quell’esserino nascosto – sostiene – è l’unico dio in cui abbia mai creduto.

Eppure, il passaggio più significativo del romanzo è riposto, letteralmente, nelle mani di un normalissimo, quasi anonimo personaggio secondario, un vecchio professore che ha perso moglie e figli a causa della guerra e vive tra libri e ricordi ammuffiti dal dolore: Vedi, caro Jörg, concluse a un certo punto fissandosi le mani giunte in un gesto che poteva essere di preghiera, oppure di rassegnazione. Io credo che gli errori del popolo tedesco non siano frutto del caso, peggio ancora della distrazione. I pazzi che ora additiamo come responsabili di questo incubo si sono nutriti con il veleno dei nostri desideri. Cerchiamo una bestia rintanata lì fuori, in chissà quale antro. In verità l’abbiamo sempre covata dentro. È proprio lì, nella vuota preghiera che si innalza con stupore a un cielo senza Dio, e in un ritorno allo stato di natura senza la zavorra del consorzio sociale, l’unico palliativo per la malattia dell’umanità, così sovralimentata di orrori da non distinguere più il meraviglioso, il “santo” nel mostruoso, pur nell’imperitura, fisiologica attrazione.

La favola di Ade Zeno si sfoglia come un album di foto nitide e poetiche nella loro verità. Verso alcune si prova un’insperata tenerezza, da altre ci si vorrebbe distanziare come da una memoria tormentosa o da un dubbio irrisolto. Non so e non voglio chiedermi se sia un esperimento riuscito. Forse le cose non dette e i vuoti non colmati, oggi, funzionano meglio.


Ade Zeno, I Santi Mostri, Bollati Boringhieri (2024).

Ade Zeno è nato a Torino nel 1979. Ha esordito nel 2009 con il romanzo Argomenti per l’inferno, finalista al Premio Tondelli, cui è seguito, nel 2015, L’angelo esposto. Con L’incanto del pesce luna ha ottenuto il Premio Selezione Campiello 2020.


Giulia De Vincenzo è laureata in Filologia Moderna, insegna materie umanistiche in una scuola secondaria di primo grado e scrive note sui margini dei libri per sgravarsi di un pensiero (come direbbe Edgar Allan Poe). Non ha ancora capito se la “d” del suo cognome sia maiuscola. Nel dubbio, ha deciso di rendere minuscola la “g” del suo nome. @giminuscola



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