di Nicola Esposito
ยซร da un poโ che a un certo punto, nel sognoโฆ Il solito, intendoโฆยป
ยซIl solito sogno? Non credo me ne abbia mai parlatoยป.
ยซAh. Pensavoโฆยป
ยซMa se vuoleโฆยป
ยซSรฌ, dunqueโฆ Nel sogno, sgombro una stanza con le pareti bianche, e nude, da mobili, scartoffie, prosaici. Lo faccio con trepidazione, per poi porvi una grande tela vergine, al centro. Allora mi denudo, e inizio a dipingere. Ogni pennellata รจ palpitante, vitale. Dipingo una donna, i capelli biondi, i frutti pregni, affamati di vita, voluttuosamente adagiati su unโabbondanza, mi sembra, di latte, e circondata dallโerba, dai fiori incantevoli di quello che mi pare un giardino, di cui scorgo solo i marginiโฆ E mentre dipingo, a poco a poco, qua e lร , le pareti fioriscono dei riflessi delle mie pennellate. E poiโฆ รจ da un poโ che, a questo punto, nel sogno, avverto un rumoreโฆ di zoccoliโฆ Sโavvicinaโฆ ร poderosoโฆ e lento, pieno di una malizia virile, risuona di unโintenzione di schernoโฆ di sfidaโฆ E poi un forte odore, come di crisantemiโฆ E subito unโombra mi si appressa, alle mie spalleโฆ Sembra quella di un centauro, sommerge il dipinto, ne spegne la vivacitร , si estende sulla parete alla mia sinistra, prima di impennarsi ed ergersi in una sorda imponenza, coprendo il soffitto, e snudando un grossoโฆ moncone di peneโฆยป
Schiudo gli occhi.
ยซMi scusiยป dico, tirandomi su a sedere sulla poltrona, e sospiro, scuotendo il capo.
Mi sento irrequieto, preda di una torbida apprensione. Dietro la scrivania, fermo in una penombra fumosa, lโanalista sembra fissarmi.
ยซMa che bravo pittore รจ leiยป dice, in un modo che mโรจ parso un poโ blasรฉ, un poโ canzonatorio, e la sensazione รจ assai sgradevole. ยซPerchรฉ si รจ fermato?ยป
ยซDovreiโฆยป La mia voce trema. Titubante, mi alzo, facendo cadere il cuscino della poltrona a terra. E subito mi abbasso a raccoglierlo e cerco di riporlo nella posizione che mi sembra quella giusta, tra il sedile e lo schienale, in una liscia dirittezza, e il cuscino scivola, e subito lo pizzico a rizzarlo, e quello si piega su un lato, aggrinzendosi, e con rapidi manrovesci mโaffretto a spianarne via le resistenti rughe mutevoli, che, non so perchรฉ, mโinquietano.
ยซNon รจ facile, vero?ยป domanda lโanalista.
ยซCome?ยป
ยซTenere le cose in ordineยป.
ยซSรฌ, ha ragioneยป.
ยซร che hanno il brutto vizioโฆ di sfuggirci di mano. Ora si rimetta a postoยป.
Il suo tono รจ perentorio. Mโintimorisce, lo detesto, lo invidio.
Oso un noโฆ
ยซNo?ยป
ยซNo, mi scusi, ho la sensazione di dover fare qualcosaโฆ Al momento mi sfuggeโฆยป
Dร un risolino a fior di labbra. ยซMa certo!ยป
ยซVa beneโฆ Alloraโฆ Alla prossimaยป.
ยซEccomeยป.
Nella sala dโattesa non vโรจ che la segretaria. Una donna sulla quarantina, dai corti capelli biondo platino. Dietro il bancone, si smalta le unghie, parla al cellulare ficcato tra la spalla alzata e la guancia inclinata, rumina una gomma. E inizia a osservarmi, mentre attraverso la sala, diretto allโuscita.
ยซA stanotte, amoreยป dice, mi pare, al cellulare, senza distogliere gli occhi dai miei, e dร una risata che sembra ubriaca di lascivia.
ยซBuona giornataยป le faccio, passandole davanti, con un sorriso tirato.
ยซSe lo dici tuยป risponde con unโalzata di ciglia.
ยซCosa?ยป mi dico a mezza voce. ยซEra a me? Sono tutti cosรฌโฆ scortesi. Dei figli di puttanaยป.
Appena ho messo un piede fuori dallโedificio, mโinveste un vento nevoso, vigoroso e gelido. Tiro su il bavero del pastrano e mโinsacco. Avanzo sul marciapiede opponendomi allโimpeto del vento, e la mano scatta a calcare il cappello al posto del quale non vโรจ che il tenue sconvolgimento dei radi capelli. Il cappello devo averlo lasciato nella stanza dello psicanalista. Seppur trattenuto da una certa titubanza, decido di tornarvi.
La sala dโattesa รจ deserta. Mi avvicino al banco della segretaria.
ยซCโรจ qualcuno?ยป
Le lancette dellโorologio affisso alla parete di fronte sono ferme. Incerto, cammino verso la stanza dello psicanalista e mi arresto davanti allโuscio socchiuso: ho percepito un gemito smorzato. Uno strano turbamento mi assale. Schiudo leggermente la porta, sporgendomi piano sulla soglia: steso sulla poltrona per i pazienti, lโanalista stringe con le mani i capelli della segretaria prostrata, a soffocarla sul proprio ventre. E come ha dato una sorta di nitrito, mi ritraggo piano e a passi rapidi mi allontano.
ยซSono tutti una razzaโฆยป dico, basso, camminando svelto sul marciapiede, per quanto la violenza del vento non lo renda facile. ยซManiaciโฆ Bestieโฆยป
Un urlo, affievolito dal vento; lรฌ, sullโaltro lato della strada: un uomo afferra una giovane donna per la chioma bionda e la strattona allโinterno di un vicolo scuro. La donna dร un altro urlo, piรน fioco, e a forti strappi lโuomo la trascina svanendo nellโombra che fisso. Un sentimento di angoscia mi paralizza. Mi guardo attorno e non vedo che lโagitato, sbrindellato manto del vento e, subito dopo, un taxi che si avvicina, e di slancio gli faccio un cenno con la mano e gli vado incontro, e vi entro al volo, dopo aver dato unโaltra occhiata al vicolo oscuro.
ยซMi porti a casa, per favoreยป.
Il tassista ridacchia e fa: ยซA casaโฆยป ร intabarrato: il colletto del cappotto scuro sollevato, un cappello dalla larga tesa sulle ventitrรฉ, anchโesso scuro, come i grandi occhiali che accentuano la durezza del mento teso. ยซE dove sarebbe, questa casa?ยป
ยซAhโฆยป Non ricordo lโindirizzo. ยซScusi, รจ che oggiโฆยป
Ho il respiro affannato. Mi si condensa davanti agli occhi, in uno sfacelo di vapore, lo stesso in cui sembrano dissolti i miei ricordi. Vi brancolo.
ยซAllora?ยป incalza lโautista. ยซLei ha una faccia da periferiaยป aggiunge subito dopo, di rimbecco al mio silenzio.
ยซSรฌโฆ Devโessereโฆยป
ยซIo la porto da quelle parti. Magari nel frattempo le torna la memoriaยป.
ยซVa beneยป.
Il gelo del sedile trapela dal feltro dei pantaloni. Le mani sono intirizzite, ossute di freddo, e le sfrego a ravvivarne la sensibilitร e le infilo tra le cosce strette, a imbeverle di un calore di cui non vi trovo che la mancanza. Mi volto verso il vicolo buio, giร lontano, in fondo alla lunga strada.
ยซMi saโฆยป faccio allโautista, con un tremolio nella voce che mi disgusta, e quello rivolge la testa verso lo specchietto retrovisore, le ciglia corrugate. ยซCheโฆยป riprendo, cercando di imprimere nella voce un tono piรน sicuro. ยซCโera un uomoโฆ Poco distante daโฆ Di fronte al punto in cui sono salitoโฆยป
ยซBeh?ยป
ยซUn motociclista, qualcosa del genere. Mi sa che stava aggredendo una ragazzaยป.
ยซMi sa?ยป fa lโautista, dopo un breve silenzio. E si gira e mi lancia uno sguardo accigliato, prima di tornare a guardare la strada. ยซO lโha vista? Lโaggressione, dico. Che vuol dire mi sa?ยป Parla con una tale fermezza, cosรฌ maschia.
ยซNo, lui lโha afferrata, per i capelli, e lโhaโฆ trascinataโฆยป
Lโautista si volge di scatto, dopo essersi fermato al semaforo. Mi fissa, le labbra schiuse e la fronte aggrottata. E scuote la testa, tornando a guardare davanti a sรฉ.
ยซMi sa. ร unโaggressione, no? Cosa cโรจ da fraintendere. La polizia, lโha chiamata?ยป
ยซNo, volevo farlo oraโฆยป
ยซEh, oraโฆยป
Nel petto, palpitando, sโaggrumano sensazioni amare. Traggo il cellulare dalla tasca. Premo il tasto dโaccensione. Lo schermo si accende solo per sputarmi in faccia lโultimo sprazzo di energia. Il pollice trema.
ยซร scaricoยป dico esitante.
Lโautista inizia a farfugliare, cupo, e tira il cellulare fuori dal cappotto. Vi mormora a lungo. Non capisco molto, a parte il fatto che si sta rivolgendo alla polizia. Una sensazione di ambascia mi serpeggia nel petto. Conclusa la chiamata, lโautista emette un breve borbottio, di seccata riprovazione, mi sembra, e mi grazia di un silenzio tetro che mi tiene sospeso sulle spine di unโaltra, dolorosa reprimenda fino a quando non riconosco, fuori dal finestrino, in fondo a un vasto campo innevato, la mia casa.
ยซEccola. Si fermi, per favoreยป.
Lโautista dร una secca frenata. E prende a battere un pollice sul manubrio e, fissando davanti a sรฉ, i soldi che gli porgo li afferra con una beccata della mano, mossa, mi pare, da repulsione. Non risponde al mio tremolante la ringrazio, buona giornata, eโฆ Una stilettata al cuore: ยซSi vergogniยป ha detto, mentre chiudevo lo sportello, prima di accelerare con uno stronfio di ruote.
ยซCome si permette!ยป grido, non senza unโincrinatura nella voce e il timore che lโauto si fermi e torni indietro. E mโaffretto, verso casa.
I passi affondando nella neve. Ha smesso di cadere. Ha sepolto ogni cosa, attorno. Il cielo รจ un velo opaco, e il sole, un pallido fosfene. Davanti a casa sta un grande albero incanutito, dal quale pende ciรฒ che sembra un fantoccio.
Il salotto di casa รจ immerso in una mesta penombra. Il lampadario manda una luce intermittente. Lโaria sa di muffa. Dalla cucina proviene un acciottolio di stoviglie.
ยซAmoreโฆยป
La mia donna. Indugio sulla soglia della cucina, a osservarla. Di spalle a me, รจ occupata a cucinare. ร molto magra. Indossa una stinta, sciupata veste da notte. Ha la schiena incurvata e i biondi capelli sfatti, come da una lotta recente.
ยซAmoreโฆยป
Si affaccenda sui fornelli. Sembra stanca.
ยซAmore!ยป
Sobbalza, si volta.
ยซMaledettoยป sibila, e torna a cucinare.
Apro lโanta del frigorifero: ยซE il latte?ยป
Lei sospira. ยซLo vuoi capire che sei allergico?ยป La sua voce รจ snervata.
Chiudo lโanta sbattendola. ยซHo capito che devo prenderlo io. Dove sei stata?ยป
ยซAncora con questa domandaยป.
ยซCosโรจ, non posso fartela?ยป
ยซNon ogni giorno. Piuttosto, vedi di rispondere alla letteraยป. Si gira e tende un indice verso il tavolo in soggiorno. Il pensiero della lettera mi suscita un moto di inquietudine.
Mi sfilo il cappotto, lo poggio sullo schienale della sedia davanti alla quale, posata sul tavolo, sta la lettera, la cui visione mi dร una dolorosa stretta al cuore. Mi rivolgo altrove. Sfrego le mani freddissime. Le sento tuttโossa. Ne faccio una ciotola, ad accogliere lโansima che non riscalda.
ยซChe devo fare? Ho la sensazione di dover fare qualcosaโฆยป
ยซA parte rispondere a quella letteraยป.
Sbatto un pugno sul tavolo, e lei trasalisce e resta immobile, le mani ferme nellโacqua che scorre dal rubinetto.
ยซIl fuoco, almenoโฆยป dice, la voce cupa, incrinata, riprendendo ad affaccendarsi. ยซRavvivalo. ร da un poโ che รจ in quello stato pietoso, non lo vedi? Non lo senti questo freddo?ยป
ร cosรฌ magra. Sembra cosรฌ stanca. Emetto un profondo respiro e mi appresso al camino. Sugli ultimi tizzi nel focolare, una fiamma langue. Afferrato lโattizzatoio, la rinfocolo, e quella dร un guizzo dโintensitร che presto si riabbandona allโagonia. Insisto col pungolo vivificante, che in realtร non fa che infiammare la mia frustrazione: la fiamma, appena รจ rinverdita, torna ad affiochirsi.
ยซร prontoยป dice la mia donna, con la voce sfibrata e tesa, come i movimenti con cui apparecchia.
Ci sediamo, io a un capo della lunga tavola e lei allโaltro. La luce del lampadario vacilla, pare sempre sul punto di cedere allโombra.
ยซSai, cโeraโฆ un fantoccioโฆ appesoโฆ allโalbero fuori casa. Impiccato, voglio dire. Era vestito come me. Lโho tirato giรน. Cโรจ gente malata, in giro. Se prendo chi lโha fattoโฆยป
ยซAncora? Sono i figli dei viciniยป.
Non ricordo niente nรฉ di vicini nรฉ di loro figli, e le parole di lei mi hanno stranito.
ยซI figli dei vicini?ยป
Lei sospira e scuote il capo.
ยซTu come stai?ยป dice.
La domanda mi irrita fortemente. ยซBene! Come dovrei stare?ยป
Lei dร un altro sospiro e sโabbuia, chinando la testa sul piatto.
Adesso, su di noi pesa un silenzio funereo, inquieto. Di tratto in tratto il legno della casa scricchiola al vento, al suo insistente insinuarsi.
ยซCosโรจ?ยป
Mโรจ parso di sentire un canto dโuccello, note malinconiche e vispe insieme, e mi guardo intorno e noto, zampettante sulla mensola del camino, una piccola upupa.
ยซHup-hup-hup!ยป faccio allโuccello, muovendomi verso di lui e tendendogli una briciola di pane, con una discreta sollecitudine.
ยซChe faiโฆ รจ orribileโฆยป dice la mia donna. ยซMa da dove รจ entrato?ยป
ยซChe bellโuccellino! Tieniโฆยป
ยซCaccialo via!ยป grida lei, facendo svolazzare via lโuccello. ยซAnzi, brucialo! Alimenta un poโ il fuoco!ยป
ยซMa tu stai impazzendoโฆยป
ยซNo, tu stai impazzendo!ยป
ยซEcco, alimentiamo un poโ questo fuocoโฆยป
Dโimpeto afferro la lettera dal tavolo e la butto nel focolare, e subito la mia donna si lancia a sprigionarla con rozzi colpi dโattizzatoio e la getta sul pavimento e vi si piega sopra e vi soffia forte e la scuote energicamente. E mi guarda, affannata, gli occhi vitrei, allucinati. Si infila la lettera nella scollatura della veste e se ne va rapida in cucina, dove inizia a lavare le stoviglie, con accanimento.
ยซVa beneยป le dico, ยซnon dovevo farloยป.
Lei strofina le stoviglie, le spalle magre scosse dallo stridente sfregamento.
ยซRavvivo un poโ il fuocoยป.
Lei continua a sfregare.
Avvilito, riprendo ad attizzare il fuoco, ma il proposito non resiste per molto al languore della fiamma, dileguando in un profondo sconforto. Nello specchio sopra il camino, una ragnatela di incrinature si irradia dal centro, e il cuore mi si stringe, subito prende a scalpitare: in un frammento scorgo la mia donna che, di spalle a me, sfrega il pube. Contro lo spigolo del fornello. Le gambe divaricate, la veste tirata sulle cosce. Con una fame talmente indecente, abbrutita, di cagna. Lo sbigottimento che mi trattiene viene subito increspato da una crescente bramosia. Raggiungo la mia donna a passi rapidi e lโafferro per i gomiti. Ho un principio di erezione, che prendo a ingrassare spingendola con foga contro la carne di lei. Ne palpo lโevanescenza della pelle, lโinscalfibile durezza delle ossa, la spinosa freddezza. Brusco, la giro verso di me. Il suo volto รจ pallido e ombroso, come per delusione, per una riluttante compiacenza. La faccio stendere sul pavimento. Mi sforzo di penetrarla, ma lโerezione pare indebolirsi con lโaumentare della veemenza e dellโaffanno. Allora comincio a strusciarla tra le cosce di lei, incalzando un orgasmo che sembra sempre sul punto di erompere, ora, ora di serrarsi dietro una cortina di anedonia, mentre osservo il volto di lei: inespressivo, non fosse per quellโombra di non so cosa. Amarezza, forse, forse biasimo. E mentre inseguo, smaniosamente, penosamente inseguo lโorgasmo che sfugge, un senso di afflizione mi si addensa dentro. E sobbalzo, volgendomi verso le scale che portano al piano superiore.
ยซEranoโฆ zoccoli?ยป mormoro fra me, ansimante. ยซNon puรฒ essereโฆยป
Mi sollevo strappandomi dal collo la mano della mia donna, che sembra voglia trattenermi, e che, subita la mia stratta, volge il viso sofferente su una spalla e inizia a piangere debole. E dโun tratto prende a schiaffeggiarmi, irruenta, gemendo rabbiosa, e mi spinge sollevandosi e a passi svelti sale le scale, e subito dopo una porta sbatte.
Tra i pantaloni sbottonati, sta il sesso afflosciato. Incalzando smanioso i palpiti radi di una fievole voluttร , inizio a sfregarne via la moscezza, la detestabile moscezza, che dura. Sussulto. Di sopra, il fragile legno scricchia aspro allโincedere degli zoccoli. Un incedere ferreo e, mi pare, venato di un odioso compiacimento; un incedere la cui gagliardia e imponenza hanno lโamaro sapore dellโineluttabilitร . Il cuore chโรจ un tumulto, tentennando, salgo le scale. Lo zoccolare si fa piรน netto, piรน potente a mano a mano che mi avvicino. Ora mi sembra che stia proprio dietro lโangolo a un passo da me. Ho il respiro affannato, un senso di oppressione al petto. Attirato da uno stimolo oscuro, mi sporgo oltre lโangolo, e la vista si perde nel denso, freddo buio del corridoio. Un gemito ovattato: รจ la mia donna? Orrore e smania mi pervadono, mi immergo nel buio raggelante e spalanco la porta della stanza da letto. Seduta sul bordo del letto, la mia donna piange. Vederla cosรฌ mi riempie dโamarezza. Mi inginocchio davanti a lei e le prendo una mano umida di pianto tra le mie.
ยซCosรฌ non vaยป dice, un tremolio nella voce esile, volgendo altrove il viso stanco, gli occhi arrossati e lacrimosi. ยซNon vaโฆยป ripete, e dร un singulto.
ยซShhh, hai le mani cosรฌ freddeโฆยป
Sorrido, e il sorriso trema, e prendo a baciarle la mano, che resta fredda.
ยซForse i miei baci non sono abbastanza caldiโฆ eh? Non sono abbastanza caldi?ยป
Le bacio forte la mano, con molti baci, stringendola tra le mie. Lei la irrigidisce, mi pare che voglia ritrarla, io la stringo e la bacio piรน forte. ยซSenti che caloreโฆ Non รจ vero?ยป
Lei chiude la mano e deglutisce. Le faccio un sorriso tremulo.
ยซVa tutto beneโฆยป
Mi siedo lentamente accanto a lei. Le poggio una mano sulla schiena.
ยซSu questa schienaโฆ Sai che cโรจ? Ora ce ne andiamo in soggiorno e ti preparo una bella tisana. E ci rilassiamo. Va bene?
Lei guarda altrove, gli occhi lustri.
ยซVieniโฆยป La tiro su da letto. ยซAndiamoยป .
La prendo a braccetto. Mostra una remissivitร che trasuda irrequietezza. Iniziamo a dirigerci verso il salotto.
ยซSu quella schiena!ยป le faccio, con un colpetto di gomito, invitandola a conformarsi al mio contegno nuziale, al passo con cui procedo, solenne e impettito.
ยซMa porcaโฆยป farfuglio qualche passo dopo, ingobbendomi ad abbottonare i calzoni, frettoloso.
Faccio accomodare la mia donna sul divano in soggiorno e le porto una tazza e un piattino, che lei prende con esitazione.
ยซUn certo contegno, su! Adatto alla nostra famiglia!ยป le dico, sollevandole le mani allโaltezza del petto. E mi siedo accanto a lei, che dice, fragile: ยซE la tisana?ยป
ยซAh, sรฌ. ร che oggiโฆยป
Ha ancora un volto di malata, gli occhi feriti.
ยซE fallo, un sorriso! Guardaci, lรฌยป.
Le indico una fotografia appassita in una cornice sbiadita sul tavolino davanti.
ยซEravamoโฆ feliciยป.
Reclina gli occhi. Ha la schiena tesa in uno sforzo di rettitudine, che non sa vincere lโinvecchiata piega di abbattimento. Il legno della casa crepita al vento inesausto.
ยซLi senti, tutti questi scricchiolii?ยป dico, e la testa mi gira, e le mani scattano in avanti, come ad afferrare lโequilibrio sfuggente. ยซSembra di essere in alto mare, su una barchetta! Sentila, come oscilla questa barchetta!ยป
Rido incerto.
La mia donna se ne sta rigida. Ha gli occhi chini. Le sue mani tremano, la tazza e il piattino che sostengono danno un tintinnio gracile.
ยซEhi, rilassati. Che cโรจ che non va? Guardati, lรฌ, quanto eri serena. Ecco, aspettaโฆยป
Mi avvicino al giradischi. Manda un tenue ronzio. Un disco gira sul piatto. Vi do una soffiata, sollevando un polverone che mi fa tossire, e ne abbasso il braccio, che subito inizia a dipanare un canto: un canto trasognato e malinconico, un canto vago, evanescente, che sembra perdersi in lontananza, giungere dalla lontananza; un canto smorzato da un freddo rumore continuo, come di vento sordo, che di tratto in tratto ne stacca via una foglia secca: Youโre mi-โฆ and we belo- togetherโฆ
Torno a sedermi accanto a lei.
Yes, we belong to-
ยซNon รจ vero che eravamo felici?ยป
I suoi occhi che, inclinati, continuano a fissare non so cosa, distante, sono velati di lacrime, dโuna tristezza che mi affligge.
ยซMh? Sรฌ, lo eravamo. Certo piรน di quanto lo siamo oraโฆยป
Your lips belong to –
Le osservo le labbra, che adesso mi sembrano avvizzite.
ยซNo!ยป grido, facendola sussultare. ยซCosรฌ non va! Guardati, lรฌ!ยป
Lโafferro per il mento e le addito la grigia fotografia.
ยซGuardati, non essere cosรฌ triste!ยป
Deglutisce, serra le labbra tremanti, una lacrima le scivola sulla guancia. Trepido, raggiungo la sua toeletta, di sopra, vi frugo un poโ, artiglio un rossetto, torno dabbasso. Lโaffanno e il senso di oppressione al petto mi sembrano accresciuti. Respiro a fondo, una e due e tre volte, cercando di lenire la febbre del cuore, prima di chinarmi sulla mia donna, che se ne sta ferma comโera. Le afferro il mento e inizio a dipingerle le labbra col rossetto, cercando dโimprimervi, dโincidervi la florida serenitร che mostrano nella foto, con tratti che, spenti dallโombra funerea che le permane sul volto, nello sforzo, vano, di scacciarla, presto divengono piรน insistenti, piรน insistenti ed energici a ogni colpo, deformandole le labbra in una smorfia penosa.
ยซSmettila!ยป grida lei dโimprovviso, ritraendo la testa. ยซSmettila, per favoreยป.
ยซPerchรฉ?ยป Torno a sedermi accanto a lei. ยซChe cโรจ che non va? Eh?ยป
Osservo lo sfregio sanguigno sulle sue labbra, le mille sbavature dellโinquietudine che mi attanaglia, e do unโocchiata comparativa alla stinta fotografia: ยซEccoโฆยป sospiro alla mia donna. ยซCosรฌ va meglio. E ora, su, chiama i bambiniโฆยป
Lei prende a fissare davanti a sรฉ.
ยซChiama i bambini, forzaยป.
ยซI bambiniโฆยป dice, e dร una risata fievole, instabile, scuotendo il capo.
Sorrido pallido, tremulo.
Yes we belong togetherโฆ
ยซSรฌ, i nostri figliยป sussurro, fissando il profilo di lei, smunto, schivo, sofferente.
For etern-
ยซQuali figli?ยป dice, tetra.
Mi coglie una profonda vertigine. Lei riprende a piangere sommessamente, e io mi alzo di scatto, facendo cadere la tazza a terra, che si frantuma.
ยซShhhยป.
Lei ha gli occhi piangenti fermi sui cocci, le mani tremanti sospese a mezzโaria. Il cuore mi scalpita nel petto. Un rumore di zoccoli. Lento e massiccio ed echeggiante.
ยซShhhยป sibilo, tendendomi verso il rumore, che sembra provenire dalla cantina.
Lei continua a piagnucolare.
ยซZittaโฆยป
Lei continua a piagnucolare.
ยซVuoi stare zitta?!ยป dico tra i denti stretti.
ยซPerchรฉ insisti?ยป dice lei con un tono dโinsofferenza, di supplica. ยซPerchรฉ?ยป
Le chiudo la bocca con una mano e lei scuote la testa, continuando a lamentarsi, e mi volgo con impeto verso la porta della cantina, do uno strappo alla maniglia e mi arresto di fronte agli scalini che sprofondano nel buio. E mi vi addentro spinto da un urlo interiore, uno sbotto di sofferenza che assomiglia allโardore. Lโaria si รจ riempita di un lezzo animalesco. Tendo la mano al muro, cercando a tentoni lโinterruttore della luce, e non trovo che la spigolosa freddezza di ciรฒ che pare una sbarra. Uno sbuffo, poderoso, lรฌ davanti, da qualche parte nellโombra: rabbrividisco, freno lโimpulso di fuggire, impugno la sbarra e mโavvento in un cieco fendente contro il buio.
Risa chiare. Una tempia mi brucia pulsando. A stento, mi alzo dal pavimento su cui sono steso bocconi. Risa gioiose. Sembrano giungere dallโesterno della casa. Ho una gamba intormentita. Claudico verso la pallida luce che proviene dalla porta aperta in cima alle scale.
La mia donna se ne sta seduta su una panchina, davanti al vecchio albero ora quasi del tutto spoglio. Gioiosamente, gioca a battimani con un ragazzino, mentre un altro discende dal tronco dellโalbero, da cui pende un rozzo fantoccio.
ยซMaledetti!ยป grido, slanciandomi verso di loro, e una trafittura alla tempia mi piega sulle ginocchia.
I ragazzini fuggono via, come il bel sorriso della mia donna, che svanisce nella solita smorta mutria. Fatico a respirare. Ansimante, mi avvicino al fantoccio e lo afferro per i pantaloni e lo tiro a sprigionarlo, e quello pare opporsi.
ยซPerchรฉ continuano, quei maledetti!ยป
ยซPerchรฉ tu continui a cacciarli viaยป dice la mia donna. ยซRichiamaliยป.
Tiro il fantoccio, che sembra apprendersi al nodo.
ยซCorri a chiamarliโฆยป
ยซStaโ zittaยป.
Tiro il fantoccio, e piรน lo tiro, piรน si tende al cappio e sโirrigidisce.
Uno scotimento di vertigine, nauseante; cado sulle ginocchia, ai piedi del fantoccio, che prende a gorgogliare e scalpitare.
Con un grave affanno, mi tiro su e vacillando mi avvicino alla mia donna e mi lascio cadere sulla panchina, accanto a lei. Le guardo il viso dolente.
ยซGuardatiยป dice, flebile, contemplando il fantoccio che, appeso allโalbero stecchito, si agita.
ยซIo?ยป
Gli do unโocchiata, che mi ripugna, e torno a guardare lei, e con una mano tremante le volgo piano il mento verso di me.
ยซTranquillaยป. Cerco di accomodarmi sulla dura panchina e alleviare lโaffanno crescente, invano. ยซTra un poโโฆ ti porto a ballareโฆยป
ยซSmettila!ยป grida lei.
ยซE poi facciamo lโamoreโฆยป
ยซSmettila. Corri a chiamare quei bambini, che ti diano una mano a liberartiโฆยป
ยซMaledetta tu e quei bastardi! A darmi una mano saranno i figli che mi daraiโฆ dal tuo gremboโฆ col mio semeโฆ Il mio seme!ยป
Scuote la testa debolmente, il suo volto รจ una voce di pena, la stessa che sento montarmi dentro, intridermi, sgorgarmi dalla gola, dagli occhi.
ยซChe vuoi dire?ยป
Sfila fuori dalla scollatura della veste la lettera, quella lettera la cui vista mi stringe il cuore. Lโapre nervosa e tremante e me la tende in faccia. La lettera รจ gualcita e bruciacchiata. Penosamente, mi sforzo di leggerla. Alcune parole sono diluite come lacrime, altre smembrate: ยซAzooโฆยป
Ho una fitta al cuore. Un nitrito echeggia tuttโattorno. Imponente, tremendo, un verso di scherno, di sfida. A fatica, mi sollevo e prendo a volgermi e rivolgermi verso il nitrito, il disordine dei suoi echi.
ยซQuando ti deciderai a rispondere come si deveโฆยป
ยซStaโ zitta!ยป
Lei accartoccia e getta via la lettera e prende a seguire le orme dei ragazzini.
ยซDove vai?ยป La inseguo, a passi stenti, e mi slancio e le afferro un polso, e lei si oppone, e la strattono verso di me e le abbranco le spalle. ยซAl tuo bel puledro?ยป La scuoto. ยซEh? Che ti porterร via al galoppo!ยป E le stringo il collo con tuttโe due le mani.
Dopo una strenua resistenza, lei si abbandona.
Un altro nitrito; laggiรน: sul sentiero che attraversa il campo, un carro avanza. Un vecchio carretto, trainato da un nero cavallo macilento e guidato da un cocchiere avvolto in panni neri.
ยซร mica lui, il tuo puledro?ยป dice la mia donna, fioca, e ride, languida e amara, e allento la stretta e ritraggo di scatto le mani, facendola crollare a terra.
Il carro si ferma vicino allโalbero, appeso al quale continuo ad agitarmi.
La mia donna se ne sta lรฌ, stesa supina sulla coltre di neve. Ferma, in una compostezza di salma. Indietreggio dโun passo. Ha gli occhi rivolti al cielo, fissi e smorti, e un colorito cereo. Un sentimento dโorrore mโinvade, e mโaccascio e mi chino su di lei.
ยซAmoreโฆยป le sussurro. ยซCosa ho fatto?ยป
ยซUn poโ differente dal quadretto che avevi in menteยป.
Orrore, collera.
ยซNon รจ possibileโฆยป le dico. ยซCome puรฒ essere?ยป
ยซCome non potrebbe? Intendo volere, e volere, e non potereโฆยป
ยซNon capiscoยป.
ยซEsatto. O, meglio: ho il dubbio che nessuno ci capisca nienteยป.
ยซNoโฆ No, noโฆ Amoreโฆ Io ti amoโฆ Io sonoโฆ questo amoreโฆ Ioโฆ Ascolta, ricordi quei giardiniโฆ Dovโeraโฆ Kanazawa? Sรฌ, il viaggio di nozze che hai sempre desideratoโฆ Io volevoโฆ Io voglio portarti in quei giardini incantevoliยป.
Lei dร una risata bassa, malferma. ยซDavvero? E come credi di arrivarci? Nemmeno adesso, lo vedi, quanto le nostre gambe sono infermeยป.
ยซNo, ascoltaโฆยป
ยซGuardati: legato a uno fra la miriade di una fuga di rizomi. Un bozzolo deforme, che si dimena, e si dimenaโฆ Guardati. ร cosรฌ insensato, il tuo dimenio, chโรจ lรฌ lรฌ per disperdersi, dโun tratto, in una inerzia assolutaยป.
ยซMa io voglioโฆยป
Lei ride ancora. ยซProprio non sai startene quieto. Sei veramente un dannatoโฆยป
Orrore, collera, disperazione.
Un tremito mi percorre, e un attimo dopo il mio corpo piomba nellโimmobilitร .
Il cocchiere mi afferra per la collottola, inizia a trascinarmi. Sotto il suo cappuccio non scorgo che una profonditร dโombra.
Che fa? Io, insieme col mio amore, devo raggiungereโฆ un vago giardinoโฆ Forse potrebbe accompagnarmi?
Mi solleva e mi getta sul carro.
Fermo. Mi sente? Dove mi sta portando?
Mi tende una mano sul volto e mi chiude gli occhi.

Nicola Esposito nasce e vive Bari, dove si laurea in Lettere. Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste.
Sergio Kalisiak รจ nato a San Benedetto del Tronto. Grafico di giorno e illustratore la sera, ama dormire e di tanto in tanto pubblica qualche libro illustrato. Su Instagram: sergio_kalisiak.
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