di Nicola Esposito
«È da un po’ che a un certo punto, nel sogno… Il solito, intendo…»
«Il solito sogno? Non credo me ne abbia mai parlato».
«Ah. Pensavo…»
«Ma se vuole…»
«Sì, dunque… Nel sogno, sgombro una stanza con le pareti bianche, e nude, da mobili, scartoffie, prosaici. Lo faccio con trepidazione, per poi porvi una grande tela vergine, al centro. Allora mi denudo, e inizio a dipingere. Ogni pennellata è palpitante, vitale. Dipingo una donna, i capelli biondi, i frutti pregni, affamati di vita, voluttuosamente adagiati su un’abbondanza, mi sembra, di latte, e circondata dall’erba, dai fiori incantevoli di quello che mi pare un giardino, di cui scorgo solo i margini… E mentre dipingo, a poco a poco, qua e là, le pareti fioriscono dei riflessi delle mie pennellate. E poi… è da un po’ che, a questo punto, nel sogno, avverto un rumore… di zoccoli… S’avvicina… È poderoso… e lento, pieno di una malizia virile, risuona di un’intenzione di scherno… di sfida… E poi un forte odore, come di crisantemi… E subito un’ombra mi si appressa, alle mie spalle… Sembra quella di un centauro, sommerge il dipinto, ne spegne la vivacità, si estende sulla parete alla mia sinistra, prima di impennarsi ed ergersi in una sorda imponenza, coprendo il soffitto, e snudando un grosso… moncone di pene…»
Schiudo gli occhi.
«Mi scusi» dico, tirandomi su a sedere sulla poltrona, e sospiro, scuotendo il capo.
Mi sento irrequieto, preda di una torbida apprensione. Dietro la scrivania, fermo in una penombra fumosa, l’analista sembra fissarmi.
«Ma che bravo pittore è lei» dice, in un modo che m’è parso un po’ blasé, un po’ canzonatorio, e la sensazione è assai sgradevole. «Perché si è fermato?»
«Dovrei…» La mia voce trema. Titubante, mi alzo, facendo cadere il cuscino della poltrona a terra. E subito mi abbasso a raccoglierlo e cerco di riporlo nella posizione che mi sembra quella giusta, tra il sedile e lo schienale, in una liscia dirittezza, e il cuscino scivola, e subito lo pizzico a rizzarlo, e quello si piega su un lato, aggrinzendosi, e con rapidi manrovesci m’affretto a spianarne via le resistenti rughe mutevoli, che, non so perché, m’inquietano.
«Non è facile, vero?» domanda l’analista.
«Come?»
«Tenere le cose in ordine».
«Sì, ha ragione».
«È che hanno il brutto vizio… di sfuggirci di mano. Ora si rimetta a posto».
Il suo tono è perentorio. M’intimorisce, lo detesto, lo invidio.
Oso un no…
«No?»
«No, mi scusi, ho la sensazione di dover fare qualcosa… Al momento mi sfugge…»
Dà un risolino a fior di labbra. «Ma certo!»
«Va bene… Allora… Alla prossima».
«Eccome».
Nella sala d’attesa non v’è che la segretaria. Una donna sulla quarantina, dai corti capelli biondo platino. Dietro il bancone, si smalta le unghie, parla al cellulare ficcato tra la spalla alzata e la guancia inclinata, rumina una gomma. E inizia a osservarmi, mentre attraverso la sala, diretto all’uscita.
«A stanotte, amore» dice, mi pare, al cellulare, senza distogliere gli occhi dai miei, e dà una risata che sembra ubriaca di lascivia.
«Buona giornata» le faccio, passandole davanti, con un sorriso tirato.
«Se lo dici tu» risponde con un’alzata di ciglia.
«Cosa?» mi dico a mezza voce. «Era a me? Sono tutti così… scortesi. Dei figli di puttana».
Appena ho messo un piede fuori dall’edificio, m’investe un vento nevoso, vigoroso e gelido. Tiro su il bavero del pastrano e m’insacco. Avanzo sul marciapiede opponendomi all’impeto del vento, e la mano scatta a calcare il cappello al posto del quale non v’è che il tenue sconvolgimento dei radi capelli. Il cappello devo averlo lasciato nella stanza dello psicanalista. Seppur trattenuto da una certa titubanza, decido di tornarvi.
La sala d’attesa è deserta. Mi avvicino al banco della segretaria.
«C’è qualcuno?»
Le lancette dell’orologio affisso alla parete di fronte sono ferme. Incerto, cammino verso la stanza dello psicanalista e mi arresto davanti all’uscio socchiuso: ho percepito un gemito smorzato. Uno strano turbamento mi assale. Schiudo leggermente la porta, sporgendomi piano sulla soglia: steso sulla poltrona per i pazienti, l’analista stringe con le mani i capelli della segretaria prostrata, a soffocarla sul proprio ventre. E come ha dato una sorta di nitrito, mi ritraggo piano e a passi rapidi mi allontano.
«Sono tutti una razza…» dico, basso, camminando svelto sul marciapiede, per quanto la violenza del vento non lo renda facile. «Maniaci… Bestie…»
Un urlo, affievolito dal vento; lì, sull’altro lato della strada: un uomo afferra una giovane donna per la chioma bionda e la strattona all’interno di un vicolo scuro. La donna dà un altro urlo, più fioco, e a forti strappi l’uomo la trascina svanendo nell’ombra che fisso. Un sentimento di angoscia mi paralizza. Mi guardo attorno e non vedo che l’agitato, sbrindellato manto del vento e, subito dopo, un taxi che si avvicina, e di slancio gli faccio un cenno con la mano e gli vado incontro, e vi entro al volo, dopo aver dato un’altra occhiata al vicolo oscuro.
«Mi porti a casa, per favore».
Il tassista ridacchia e fa: «A casa…» È intabarrato: il colletto del cappotto scuro sollevato, un cappello dalla larga tesa sulle ventitré, anch’esso scuro, come i grandi occhiali che accentuano la durezza del mento teso. «E dove sarebbe, questa casa?»
«Ah…» Non ricordo l’indirizzo. «Scusi, è che oggi…»
Ho il respiro affannato. Mi si condensa davanti agli occhi, in uno sfacelo di vapore, lo stesso in cui sembrano dissolti i miei ricordi. Vi brancolo.
«Allora?» incalza l’autista. «Lei ha una faccia da periferia» aggiunge subito dopo, di rimbecco al mio silenzio.
«Sì… Dev’essere…»
«Io la porto da quelle parti. Magari nel frattempo le torna la memoria».
«Va bene».
Il gelo del sedile trapela dal feltro dei pantaloni. Le mani sono intirizzite, ossute di freddo, e le sfrego a ravvivarne la sensibilità e le infilo tra le cosce strette, a imbeverle di un calore di cui non vi trovo che la mancanza. Mi volto verso il vicolo buio, già lontano, in fondo alla lunga strada.
«Mi sa…» faccio all’autista, con un tremolio nella voce che mi disgusta, e quello rivolge la testa verso lo specchietto retrovisore, le ciglia corrugate. «Che…» riprendo, cercando di imprimere nella voce un tono più sicuro. «C’era un uomo… Poco distante da… Di fronte al punto in cui sono salito…»
«Beh?»
«Un motociclista, qualcosa del genere. Mi sa che stava aggredendo una ragazza».
«Mi sa?» fa l’autista, dopo un breve silenzio. E si gira e mi lancia uno sguardo accigliato, prima di tornare a guardare la strada. «O l’ha vista? L’aggressione, dico. Che vuol dire mi sa?» Parla con una tale fermezza, così maschia.
«No, lui l’ha afferrata, per i capelli, e l’ha… trascinata…»
L’autista si volge di scatto, dopo essersi fermato al semaforo. Mi fissa, le labbra schiuse e la fronte aggrottata. E scuote la testa, tornando a guardare davanti a sé.
«Mi sa. È un’aggressione, no? Cosa c’è da fraintendere. La polizia, l’ha chiamata?»
«No, volevo farlo ora…»
«Eh, ora…»
Nel petto, palpitando, s’aggrumano sensazioni amare. Traggo il cellulare dalla tasca. Premo il tasto d’accensione. Lo schermo si accende solo per sputarmi in faccia l’ultimo sprazzo di energia. Il pollice trema.
«È scarico» dico esitante.
L’autista inizia a farfugliare, cupo, e tira il cellulare fuori dal cappotto. Vi mormora a lungo. Non capisco molto, a parte il fatto che si sta rivolgendo alla polizia. Una sensazione di ambascia mi serpeggia nel petto. Conclusa la chiamata, l’autista emette un breve borbottio, di seccata riprovazione, mi sembra, e mi grazia di un silenzio tetro che mi tiene sospeso sulle spine di un’altra, dolorosa reprimenda fino a quando non riconosco, fuori dal finestrino, in fondo a un vasto campo innevato, la mia casa.
«Eccola. Si fermi, per favore».
L’autista dà una secca frenata. E prende a battere un pollice sul manubrio e, fissando davanti a sé, i soldi che gli porgo li afferra con una beccata della mano, mossa, mi pare, da repulsione. Non risponde al mio tremolante la ringrazio, buona giornata, e… Una stilettata al cuore: «Si vergogni» ha detto, mentre chiudevo lo sportello, prima di accelerare con uno stronfio di ruote.
«Come si permette!» grido, non senza un’incrinatura nella voce e il timore che l’auto si fermi e torni indietro. E m’affretto, verso casa.
I passi affondando nella neve. Ha smesso di cadere. Ha sepolto ogni cosa, attorno. Il cielo è un velo opaco, e il sole, un pallido fosfene. Davanti a casa sta un grande albero incanutito, dal quale pende ciò che sembra un fantoccio.
Il salotto di casa è immerso in una mesta penombra. Il lampadario manda una luce intermittente. L’aria sa di muffa. Dalla cucina proviene un acciottolio di stoviglie.
«Amore…»
La mia donna. Indugio sulla soglia della cucina, a osservarla. Di spalle a me, è occupata a cucinare. È molto magra. Indossa una stinta, sciupata veste da notte. Ha la schiena incurvata e i biondi capelli sfatti, come da una lotta recente.
«Amore…»
Si affaccenda sui fornelli. Sembra stanca.
«Amore!»
Sobbalza, si volta.
«Maledetto» sibila, e torna a cucinare.
Apro l’anta del frigorifero: «E il latte?»
Lei sospira. «Lo vuoi capire che sei allergico?» La sua voce è snervata.
Chiudo l’anta sbattendola. «Ho capito che devo prenderlo io. Dove sei stata?»
«Ancora con questa domanda».
«Cos’è, non posso fartela?»
«Non ogni giorno. Piuttosto, vedi di rispondere alla lettera». Si gira e tende un indice verso il tavolo in soggiorno. Il pensiero della lettera mi suscita un moto di inquietudine.
Mi sfilo il cappotto, lo poggio sullo schienale della sedia davanti alla quale, posata sul tavolo, sta la lettera, la cui visione mi dà una dolorosa stretta al cuore. Mi rivolgo altrove. Sfrego le mani freddissime. Le sento tutt’ossa. Ne faccio una ciotola, ad accogliere l’ansima che non riscalda.
«Che devo fare? Ho la sensazione di dover fare qualcosa…»
«A parte rispondere a quella lettera».
Sbatto un pugno sul tavolo, e lei trasalisce e resta immobile, le mani ferme nell’acqua che scorre dal rubinetto.
«Il fuoco, almeno…» dice, la voce cupa, incrinata, riprendendo ad affaccendarsi. «Ravvivalo. È da un po’ che è in quello stato pietoso, non lo vedi? Non lo senti questo freddo?»
È così magra. Sembra così stanca. Emetto un profondo respiro e mi appresso al camino. Sugli ultimi tizzi nel focolare, una fiamma langue. Afferrato l’attizzatoio, la rinfocolo, e quella dà un guizzo d’intensità che presto si riabbandona all’agonia. Insisto col pungolo vivificante, che in realtà non fa che infiammare la mia frustrazione: la fiamma, appena è rinverdita, torna ad affiochirsi.
«È pronto» dice la mia donna, con la voce sfibrata e tesa, come i movimenti con cui apparecchia.
Ci sediamo, io a un capo della lunga tavola e lei all’altro. La luce del lampadario vacilla, pare sempre sul punto di cedere all’ombra.
«Sai, c’era… un fantoccio… appeso… all’albero fuori casa. Impiccato, voglio dire. Era vestito come me. L’ho tirato giù. C’è gente malata, in giro. Se prendo chi l’ha fatto…»
«Ancora? Sono i figli dei vicini».
Non ricordo niente né di vicini né di loro figli, e le parole di lei mi hanno stranito.
«I figli dei vicini?»
Lei sospira e scuote il capo.
«Tu come stai?» dice.
La domanda mi irrita fortemente. «Bene! Come dovrei stare?»
Lei dà un altro sospiro e s’abbuia, chinando la testa sul piatto.
Adesso, su di noi pesa un silenzio funereo, inquieto. Di tratto in tratto il legno della casa scricchiola al vento, al suo insistente insinuarsi.
«Cos’è?»
M’è parso di sentire un canto d’uccello, note malinconiche e vispe insieme, e mi guardo intorno e noto, zampettante sulla mensola del camino, una piccola upupa.
«Hup-hup-hup!» faccio all’uccello, muovendomi verso di lui e tendendogli una briciola di pane, con una discreta sollecitudine.
«Che fai… è orribile…» dice la mia donna. «Ma da dove è entrato?»
«Che bell’uccellino! Tieni…»
«Caccialo via!» grida lei, facendo svolazzare via l’uccello. «Anzi, brucialo! Alimenta un po’ il fuoco!»
«Ma tu stai impazzendo…»
«No, tu stai impazzendo!»
«Ecco, alimentiamo un po’ questo fuoco…»
D’impeto afferro la lettera dal tavolo e la butto nel focolare, e subito la mia donna si lancia a sprigionarla con rozzi colpi d’attizzatoio e la getta sul pavimento e vi si piega sopra e vi soffia forte e la scuote energicamente. E mi guarda, affannata, gli occhi vitrei, allucinati. Si infila la lettera nella scollatura della veste e se ne va rapida in cucina, dove inizia a lavare le stoviglie, con accanimento.
«Va bene» le dico, «non dovevo farlo».
Lei strofina le stoviglie, le spalle magre scosse dallo stridente sfregamento.
«Ravvivo un po’ il fuoco».
Lei continua a sfregare.
Avvilito, riprendo ad attizzare il fuoco, ma il proposito non resiste per molto al languore della fiamma, dileguando in un profondo sconforto. Nello specchio sopra il camino, una ragnatela di incrinature si irradia dal centro, e il cuore mi si stringe, subito prende a scalpitare: in un frammento scorgo la mia donna che, di spalle a me, sfrega il pube. Contro lo spigolo del fornello. Le gambe divaricate, la veste tirata sulle cosce. Con una fame talmente indecente, abbrutita, di cagna. Lo sbigottimento che mi trattiene viene subito increspato da una crescente bramosia. Raggiungo la mia donna a passi rapidi e l’afferro per i gomiti. Ho un principio di erezione, che prendo a ingrassare spingendola con foga contro la carne di lei. Ne palpo l’evanescenza della pelle, l’inscalfibile durezza delle ossa, la spinosa freddezza. Brusco, la giro verso di me. Il suo volto è pallido e ombroso, come per delusione, per una riluttante compiacenza. La faccio stendere sul pavimento. Mi sforzo di penetrarla, ma l’erezione pare indebolirsi con l’aumentare della veemenza e dell’affanno. Allora comincio a strusciarla tra le cosce di lei, incalzando un orgasmo che sembra sempre sul punto di erompere, ora, ora di serrarsi dietro una cortina di anedonia, mentre osservo il volto di lei: inespressivo, non fosse per quell’ombra di non so cosa. Amarezza, forse, forse biasimo. E mentre inseguo, smaniosamente, penosamente inseguo l’orgasmo che sfugge, un senso di afflizione mi si addensa dentro. E sobbalzo, volgendomi verso le scale che portano al piano superiore.
«Erano… zoccoli?» mormoro fra me, ansimante. «Non può essere…»
Mi sollevo strappandomi dal collo la mano della mia donna, che sembra voglia trattenermi, e che, subita la mia stratta, volge il viso sofferente su una spalla e inizia a piangere debole. E d’un tratto prende a schiaffeggiarmi, irruenta, gemendo rabbiosa, e mi spinge sollevandosi e a passi svelti sale le scale, e subito dopo una porta sbatte.
Tra i pantaloni sbottonati, sta il sesso afflosciato. Incalzando smanioso i palpiti radi di una fievole voluttà, inizio a sfregarne via la moscezza, la detestabile moscezza, che dura. Sussulto. Di sopra, il fragile legno scricchia aspro all’incedere degli zoccoli. Un incedere ferreo e, mi pare, venato di un odioso compiacimento; un incedere la cui gagliardia e imponenza hanno l’amaro sapore dell’ineluttabilità. Il cuore ch’è un tumulto, tentennando, salgo le scale. Lo zoccolare si fa più netto, più potente a mano a mano che mi avvicino. Ora mi sembra che stia proprio dietro l’angolo a un passo da me. Ho il respiro affannato, un senso di oppressione al petto. Attirato da uno stimolo oscuro, mi sporgo oltre l’angolo, e la vista si perde nel denso, freddo buio del corridoio. Un gemito ovattato: è la mia donna? Orrore e smania mi pervadono, mi immergo nel buio raggelante e spalanco la porta della stanza da letto. Seduta sul bordo del letto, la mia donna piange. Vederla così mi riempie d’amarezza. Mi inginocchio davanti a lei e le prendo una mano umida di pianto tra le mie.
«Così non va» dice, un tremolio nella voce esile, volgendo altrove il viso stanco, gli occhi arrossati e lacrimosi. «Non va…» ripete, e dà un singulto.
«Shhh, hai le mani così fredde…»
Sorrido, e il sorriso trema, e prendo a baciarle la mano, che resta fredda.
«Forse i miei baci non sono abbastanza caldi… eh? Non sono abbastanza caldi?»
Le bacio forte la mano, con molti baci, stringendola tra le mie. Lei la irrigidisce, mi pare che voglia ritrarla, io la stringo e la bacio più forte. «Senti che calore… Non è vero?»
Lei chiude la mano e deglutisce. Le faccio un sorriso tremulo.
«Va tutto bene…»
Mi siedo lentamente accanto a lei. Le poggio una mano sulla schiena.
«Su questa schiena… Sai che c’è? Ora ce ne andiamo in soggiorno e ti preparo una bella tisana. E ci rilassiamo. Va bene?
Lei guarda altrove, gli occhi lustri.
«Vieni…» La tiro su da letto. «Andiamo» .
La prendo a braccetto. Mostra una remissività che trasuda irrequietezza. Iniziamo a dirigerci verso il salotto.
«Su quella schiena!» le faccio, con un colpetto di gomito, invitandola a conformarsi al mio contegno nuziale, al passo con cui procedo, solenne e impettito.
«Ma porca…» farfuglio qualche passo dopo, ingobbendomi ad abbottonare i calzoni, frettoloso.
Faccio accomodare la mia donna sul divano in soggiorno e le porto una tazza e un piattino, che lei prende con esitazione.
«Un certo contegno, su! Adatto alla nostra famiglia!» le dico, sollevandole le mani all’altezza del petto. E mi siedo accanto a lei, che dice, fragile: «E la tisana?»
«Ah, sì. È che oggi…»
Ha ancora un volto di malata, gli occhi feriti.
«E fallo, un sorriso! Guardaci, lì».
Le indico una fotografia appassita in una cornice sbiadita sul tavolino davanti.
«Eravamo… felici».
Reclina gli occhi. Ha la schiena tesa in uno sforzo di rettitudine, che non sa vincere l’invecchiata piega di abbattimento. Il legno della casa crepita al vento inesausto.
«Li senti, tutti questi scricchiolii?» dico, e la testa mi gira, e le mani scattano in avanti, come ad afferrare l’equilibrio sfuggente. «Sembra di essere in alto mare, su una barchetta! Sentila, come oscilla questa barchetta!»
Rido incerto.
La mia donna se ne sta rigida. Ha gli occhi chini. Le sue mani tremano, la tazza e il piattino che sostengono danno un tintinnio gracile.
«Ehi, rilassati. Che c’è che non va? Guardati, lì, quanto eri serena. Ecco, aspetta…»
Mi avvicino al giradischi. Manda un tenue ronzio. Un disco gira sul piatto. Vi do una soffiata, sollevando un polverone che mi fa tossire, e ne abbasso il braccio, che subito inizia a dipanare un canto: un canto trasognato e malinconico, un canto vago, evanescente, che sembra perdersi in lontananza, giungere dalla lontananza; un canto smorzato da un freddo rumore continuo, come di vento sordo, che di tratto in tratto ne stacca via una foglia secca: You’re mi-… and we belo- together…
Torno a sedermi accanto a lei.
Yes, we belong to-
«Non è vero che eravamo felici?»
I suoi occhi che, inclinati, continuano a fissare non so cosa, distante, sono velati di lacrime, d’una tristezza che mi affligge.
«Mh? Sì, lo eravamo. Certo più di quanto lo siamo ora…»
Your lips belong to –
Le osservo le labbra, che adesso mi sembrano avvizzite.
«No!» grido, facendola sussultare. «Così non va! Guardati, lì!»
L’afferro per il mento e le addito la grigia fotografia.
«Guardati, non essere così triste!»
Deglutisce, serra le labbra tremanti, una lacrima le scivola sulla guancia. Trepido, raggiungo la sua toeletta, di sopra, vi frugo un po’, artiglio un rossetto, torno dabbasso. L’affanno e il senso di oppressione al petto mi sembrano accresciuti. Respiro a fondo, una e due e tre volte, cercando di lenire la febbre del cuore, prima di chinarmi sulla mia donna, che se ne sta ferma com’era. Le afferro il mento e inizio a dipingerle le labbra col rossetto, cercando d’imprimervi, d’incidervi la florida serenità che mostrano nella foto, con tratti che, spenti dall’ombra funerea che le permane sul volto, nello sforzo, vano, di scacciarla, presto divengono più insistenti, più insistenti ed energici a ogni colpo, deformandole le labbra in una smorfia penosa.
«Smettila!» grida lei d’improvviso, ritraendo la testa. «Smettila, per favore».
«Perché?» Torno a sedermi accanto a lei. «Che c’è che non va? Eh?»
Osservo lo sfregio sanguigno sulle sue labbra, le mille sbavature dell’inquietudine che mi attanaglia, e do un’occhiata comparativa alla stinta fotografia: «Ecco…» sospiro alla mia donna. «Così va meglio. E ora, su, chiama i bambini…»
Lei prende a fissare davanti a sé.
«Chiama i bambini, forza».
«I bambini…» dice, e dà una risata fievole, instabile, scuotendo il capo.
Sorrido pallido, tremulo.
Yes we belong together…
«Sì, i nostri figli» sussurro, fissando il profilo di lei, smunto, schivo, sofferente.
For etern-
«Quali figli?» dice, tetra.
Mi coglie una profonda vertigine. Lei riprende a piangere sommessamente, e io mi alzo di scatto, facendo cadere la tazza a terra, che si frantuma.
«Shhh».
Lei ha gli occhi piangenti fermi sui cocci, le mani tremanti sospese a mezz’aria. Il cuore mi scalpita nel petto. Un rumore di zoccoli. Lento e massiccio ed echeggiante.
«Shhh» sibilo, tendendomi verso il rumore, che sembra provenire dalla cantina.
Lei continua a piagnucolare.
«Zitta…»
Lei continua a piagnucolare.
«Vuoi stare zitta?!» dico tra i denti stretti.
«Perché insisti?» dice lei con un tono d’insofferenza, di supplica. «Perché?»
Le chiudo la bocca con una mano e lei scuote la testa, continuando a lamentarsi, e mi volgo con impeto verso la porta della cantina, do uno strappo alla maniglia e mi arresto di fronte agli scalini che sprofondano nel buio. E mi vi addentro spinto da un urlo interiore, uno sbotto di sofferenza che assomiglia all’ardore. L’aria si è riempita di un lezzo animalesco. Tendo la mano al muro, cercando a tentoni l’interruttore della luce, e non trovo che la spigolosa freddezza di ciò che pare una sbarra. Uno sbuffo, poderoso, lì davanti, da qualche parte nell’ombra: rabbrividisco, freno l’impulso di fuggire, impugno la sbarra e m’avvento in un cieco fendente contro il buio.
Risa chiare. Una tempia mi brucia pulsando. A stento, mi alzo dal pavimento su cui sono steso bocconi. Risa gioiose. Sembrano giungere dall’esterno della casa. Ho una gamba intormentita. Claudico verso la pallida luce che proviene dalla porta aperta in cima alle scale.
La mia donna se ne sta seduta su una panchina, davanti al vecchio albero ora quasi del tutto spoglio. Gioiosamente, gioca a battimani con un ragazzino, mentre un altro discende dal tronco dell’albero, da cui pende un rozzo fantoccio.
«Maledetti!» grido, slanciandomi verso di loro, e una trafittura alla tempia mi piega sulle ginocchia.
I ragazzini fuggono via, come il bel sorriso della mia donna, che svanisce nella solita smorta mutria. Fatico a respirare. Ansimante, mi avvicino al fantoccio e lo afferro per i pantaloni e lo tiro a sprigionarlo, e quello pare opporsi.
«Perché continuano, quei maledetti!»
«Perché tu continui a cacciarli via» dice la mia donna. «Richiamali».
Tiro il fantoccio, che sembra apprendersi al nodo.
«Corri a chiamarli…»
«Sta’ zitta».
Tiro il fantoccio, e più lo tiro, più si tende al cappio e s’irrigidisce.
Uno scotimento di vertigine, nauseante; cado sulle ginocchia, ai piedi del fantoccio, che prende a gorgogliare e scalpitare.
Con un grave affanno, mi tiro su e vacillando mi avvicino alla mia donna e mi lascio cadere sulla panchina, accanto a lei. Le guardo il viso dolente.
«Guardati» dice, flebile, contemplando il fantoccio che, appeso all’albero stecchito, si agita.
«Io?»
Gli do un’occhiata, che mi ripugna, e torno a guardare lei, e con una mano tremante le volgo piano il mento verso di me.
«Tranquilla». Cerco di accomodarmi sulla dura panchina e alleviare l’affanno crescente, invano. «Tra un po’… ti porto a ballare…»
«Smettila!» grida lei.
«E poi facciamo l’amore…»
«Smettila. Corri a chiamare quei bambini, che ti diano una mano a liberarti…»
«Maledetta tu e quei bastardi! A darmi una mano saranno i figli che mi darai… dal tuo grembo… col mio seme… Il mio seme!»
Scuote la testa debolmente, il suo volto è una voce di pena, la stessa che sento montarmi dentro, intridermi, sgorgarmi dalla gola, dagli occhi.
«Che vuoi dire?»
Sfila fuori dalla scollatura della veste la lettera, quella lettera la cui vista mi stringe il cuore. L’apre nervosa e tremante e me la tende in faccia. La lettera è gualcita e bruciacchiata. Penosamente, mi sforzo di leggerla. Alcune parole sono diluite come lacrime, altre smembrate: «Azoo…»
Ho una fitta al cuore. Un nitrito echeggia tutt’attorno. Imponente, tremendo, un verso di scherno, di sfida. A fatica, mi sollevo e prendo a volgermi e rivolgermi verso il nitrito, il disordine dei suoi echi.
«Quando ti deciderai a rispondere come si deve…»
«Sta’ zitta!»
Lei accartoccia e getta via la lettera e prende a seguire le orme dei ragazzini.
«Dove vai?» La inseguo, a passi stenti, e mi slancio e le afferro un polso, e lei si oppone, e la strattono verso di me e le abbranco le spalle. «Al tuo bel puledro?» La scuoto. «Eh? Che ti porterà via al galoppo!» E le stringo il collo con tutt’e due le mani.
Dopo una strenua resistenza, lei si abbandona.
Un altro nitrito; laggiù: sul sentiero che attraversa il campo, un carro avanza. Un vecchio carretto, trainato da un nero cavallo macilento e guidato da un cocchiere avvolto in panni neri.
«È mica lui, il tuo puledro?» dice la mia donna, fioca, e ride, languida e amara, e allento la stretta e ritraggo di scatto le mani, facendola crollare a terra.
Il carro si ferma vicino all’albero, appeso al quale continuo ad agitarmi.
La mia donna se ne sta lì, stesa supina sulla coltre di neve. Ferma, in una compostezza di salma. Indietreggio d’un passo. Ha gli occhi rivolti al cielo, fissi e smorti, e un colorito cereo. Un sentimento d’orrore m’invade, e m’accascio e mi chino su di lei.
«Amore…» le sussurro. «Cosa ho fatto?»
«Un po’ differente dal quadretto che avevi in mente».
Orrore, collera.
«Non è possibile…» le dico. «Come può essere?»
«Come non potrebbe? Intendo volere, e volere, e non potere…»
«Non capisco».
«Esatto. O, meglio: ho il dubbio che nessuno ci capisca niente».
«No… No, no… Amore… Io ti amo… Io sono… questo amore… Io… Ascolta, ricordi quei giardini… Dov’era… Kanazawa? Sì, il viaggio di nozze che hai sempre desiderato… Io volevo… Io voglio portarti in quei giardini incantevoli».
Lei dà una risata bassa, malferma. «Davvero? E come credi di arrivarci? Nemmeno adesso, lo vedi, quanto le nostre gambe sono inferme».
«No, ascolta…»
«Guardati: legato a uno fra la miriade di una fuga di rizomi. Un bozzolo deforme, che si dimena, e si dimena… Guardati. È così insensato, il tuo dimenio, ch’è lì lì per disperdersi, d’un tratto, in una inerzia assoluta».
«Ma io voglio…»
Lei ride ancora. «Proprio non sai startene quieto. Sei veramente un dannato…»
Orrore, collera, disperazione.
Un tremito mi percorre, e un attimo dopo il mio corpo piomba nell’immobilità.
Il cocchiere mi afferra per la collottola, inizia a trascinarmi. Sotto il suo cappuccio non scorgo che una profondità d’ombra.
Che fa? Io, insieme col mio amore, devo raggiungere… un vago giardino… Forse potrebbe accompagnarmi?
Mi solleva e mi getta sul carro.
Fermo. Mi sente? Dove mi sta portando?
Mi tende una mano sul volto e mi chiude gli occhi.

Nicola Esposito nasce e vive Bari, dove si laurea in Lettere. Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste.
Sergio Kalisiak è nato a San Benedetto del Tronto. Grafico di giorno e illustratore la sera, ama dormire e di tanto in tanto pubblica qualche libro illustrato. Su Instagram: sergio_kalisiak.
Vuoi sostenere L’Appeso?

Lascia un commento