Si chiama via Odissea
la strada che porta a casa
e mi sa davvero che qualcuno
si sia sperduto alla ricerca
di non so cosa.
Può darsi sia io.
Ci sono macerie e labirinti
cataste di rifiuti e ogni specie di rampicanti.
In lontananza, pure gli organi
di quella che una volta lui chiamava casa
ma la mia casa non trovo.
***
prima che tu dica che non mi ami
o ripeta per farti forza il mio nome,
sono due i destini ad attenderci: se tu ora,
fermo, più sicuro mi abbracciassi ed io,
un po’ più piccola, decidessi di non pensare,
ecco, potrei credere in una terrazza per un giorno
in festa e qualche figlio a generare l’unione
ma se tu poi dessi spazio fra noi ed io,
un po’ più grande, mi accorgessi di ogni angolo buio
e delle cose dimenticate in una stanza, lì dove i baci
finiscono e incontrano la vergogna, se non basta
***
metti un giorno di sfratti quando
sottraendo la casa dividendo le cose
che hanno svenduto la loro storia,
fatti i giusti calcoli parteciperemo
alla nostra assenza ed io finalmente
nel ruolo di me, raccoglierò tutte le bugie
in una scatola da portare in spalla, magari
ballando da sola quella nostra canzone.
***

mi riavvolgi se ti precedo − ecco la necessità di tatuarmi
la forza sulla pelle, se fossi stata più normale o più profana
donna di casa, in carriera, se fossi stata più intransigente
o meno compassionevole, più cane vicino all’oggetto
se mi fossi seduta, scegliendo di fatto quella panchina
accanto all’ordinario, magari decisa, sì, meno io
più la precisione di Paolo, per la presunzione di Antonia
diviso il coraggio di Lorenzo, forse ti sarei rimasta a fianco,
a terra come calvario pronto a farsi storia rielaborata dai fedeli
ma sono Maddalena più Giovanna con un po’ di Elisabetta.
Troppo da definire nell’ammucchiata dei ritorni.
***
se ti fossi nata dentro
e non di lato mentre distanziavi aquiloni
avremmo sorpreso attitudini vendendo respiri
tu e le coltri per coprire i misteri
e non soffocarmi di tutto il mio niente

***
e per una volta non bastarsi, sentirsi ardere al vento
cadere, non rialzarsi, lasciare in sospeso le vertigini
annullare le notti, darsi in pasto a qualcuno
per poi ricomporsi
si asciugano più sogni con il palmo della mano
che capelli all’ora dello shampoo perché il guscio non si sceglie
di certo da qualche altra parte la felicità ascolta e muta
si aggira con sospetto e sbagliando si sbaglia, ma
con tutti i ruoli da inventare non mi sarei attesa più di tanto:
nei vuoti che mi hanno riempita ho imparato a respirare piano
per non soffrire la mia presenza
***
le città di agosto hanno un silenzio magico
nel non incontrare i visi amici e viversi
per così dire da lontano
cambiare il panettiere e pure l’ultima
traversa prima di fare le vacanze a casa
nella piccola tragedia consumata
in ogni angolo di strada dove mi abbraccio
e alla fine resto, per non andare

In copertina: Smembrato.
Francesca Coppola, 1982, napoletana di Portici. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Non togliermi il vestito (LietoColle, 2017) e Ultimatum dall’inverno (Ensemble, 2019). Suoi racconti sono o saranno pubblicati su «Salmace», «Grande Kalma», «Lo Scisma», «multiperso», «Nido di Gazza», «Tremila battute», «Enne2», «Quaerere», «Malgrado le mosche», «Super Tramps Club», «Nabustorie», «E(i)sordi», «Birò con l’accento», «Racconticon»; su «L’Appeso» ha pubblicato il racconto La bara bianca. Ogni giorno si reinventa e ogni volta ne è insoddisfatta.
Valentina Cascio è illustratrice e grafica freelance. Ha pubblicato gli albi illustrati L’erbario di Frida Kahlo (2022), Il misterioso uovo viola (2022) e Nina dove sei? (2023) per Saremo Alberi Editore. Collabora con riviste, case editrici e brand. Ha ricevuto una menzione speciale al concorso di illustrazione Tarantasio per l’edizione 2021, e il suo progetto “Tina Modotti – un diario illustrato” è stato finalista nella sezione Grafica ed Illustrazione alla biennale MarteLive del Lazio 2022. Ha partecipato al progetto di editoria indipendente “24Ore” edito da Romanzi.it e presentato al Salone del libro di Torino 2023.
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