Guardare una mosca morire


Su “Scrivere. Una ragione di vita” di Marguerite Duras

di Deborah Guarnieri

Scrivere, una raccolta di cinque testi di Marguerite Duras, dopo essere stata introvabile per anni, è uscita il 12 settembre per NN Editore nella collana Perenni, dedicata alle scritture autobiografiche che resistono al tempo e alle circostanze.

L’ho letto di notte e di notte ne scrivo.
È come sempre difficile parlare di Duras, frammentaria, sibillina, a tratti folle, aggrovigliata in pensieri che insegue e non fa che ripetere con parole diverse, come se cambiandone la forma potesse arrivare a decifrarli. Conosceva la follia, una follia che non si vede, la follia della solitudine e della scrittura. Più sottile, meno tragica, di quella di altre scrittrici immortali ma suicide, di Anne Sexton che celebrò la sua fine sulla Mercury Cougar rossa, bevendo un Martini e indossando la pelliccia di sua madre mentre il monossido di carbonio riempiva il garage. In qualche modo, quella di cui parla Duras è una follia salvifica.
La scrittura è l’abisso che salva dall’abisso, è una ferita che va lasciata sanguinare perché è il sangue a dirci che siamo ancora vivi.
«Se non avessi scritto sarei diventata un’alcolista», dichiara.
La solitudine l’avrebbe sopraffatta, l’avrebbero sopraffatta il dolore e i misteri, le ferite sarebbero rimaste ferite e il sangue non avrebbe riempito le pagine.
È questo il testamento della Duras, lo scrisse e due anni dopo morì.

Era ossessionata dalla morte. Fino ad allora aveva risparmiato lei, ma non il figlio di due anni, né il fratello, né l’amante della Cina del nord.
Questo libro lo dedica a «W.J.Cliffe, morto a vent’anni, a Vauville, nel maggio del 1944, a un’ora imprecisata», di lui parla nel testo La morte del giovane aviatore inglese. In visita al cimitero di Vauville ne scopre la lapide e quella scoperta diventa l’inizio di una storia. Non sappiamo quale di preciso. Non sappiamo mai niente fino in fondo. Sappiamo che riguarda l’ultima vittima della Seconda Guerra Mondiale, un ragazzino su un Meteor monoposto, precipitato sull’albero della foresta, vegliato, estratto, sepolto dagli abitanti del paese. E riguarda il corpo di suo fratello, gettato in una fossa comune durante la Guerra del Pacifico. Sappiamo che l’incontro con la lapide apre uno spiraglio e in quello spiraglio nasce la scrittura. Per usare le parole di Montale è «l’anello che non tiene, il filo da disbrogliare» che ci avvicina al senso profondo delle cose.
È nei momenti più banali che ci appare.
Anche la morte di una mosca può diventare un’epifania.
Nel primo saggio, che dà il nome alla raccolta, Duras racconta del pomeriggio in cui aspettava l’amica e regista Michelle Porte nella dispensa comunicante con la casa. «Mi capita spesso di stare sola in posti del genere, tranquilli e vuoti. A lungo. E in quel silenzio, quel giorno, d’un tratto, rasente il muro, vicinissimo a me, ho visto e sentito gli ultimi istanti di vita di una mosca comune».
Si siede per terra e da lì non si muove, come al cimitero rimane in contemplazione. Guarda la mosca agonizzare, sbattere le ali e le zampe, la guarda provare a salvarsi, è la sola testimone della morte di una mosca che sa che sta per morire.
«Non ricordo com’è finita. Forse la mosca, allo stremo delle forze, è caduta. Forse le zampe si sono staccate dal muro. E forse è caduta dal muro. Non ricordo più niente, se non che me ne sono andata. Mi sono detta: Stai impazzendo. E me ne sono andata.
«Quando è arrivata Michelle Porte, le ho mostrato il punto esatto e le ho detto che lì era morta una mosca, alle tre e venti. Michelle Porte ha riso di gusto, è scoppiata a ridere».
Duras invece è convinta che il momento che lei e la mosca hanno condiviso non sia divertente. Ci sono momenti trascurabili che generano in noi una sorta di spavento rivelatore. Dopo quella rivelazione non siamo più la stessa persona che eravamo.

A me è successo alla piscina comunale.
Al liceo nelle ore di ginnastica ci mandavano a nuotare, il giorno prima mi ero infilata il costume blu intero, ero entrata in camera dei miei per vedermi nello specchio dell’armadio, avevo pianto. Avevo stilato un elenco di cibi concessi e di ognuno avevo memorizzato le calorie, ogni sera trascrivevo su un quadernino quello che avevo ingerito e facevo la somma, disegnavo una faccina: sorrideva più il numero era vicino allo zero. Inarcavo la schiena contro la sedia e misuravo la sporgenza delle costole. Se circondavo la vita con le mani, le dita dovevano toccarsi. Mi piaceva scomparire dentro felpe enormi perché nessuno se ne accorgesse e potesse fermarmi. Pativo un freddo a cui non c’era rimedio.
Eppure quel giorno faceva caldo e dopo la lezione non mi sono asciugata i capelli. Sono uscita dallo spogliatoio per prima e sono andata a sedermi sulle gradinate affacciate sulla piscina dove avevamo appena nuotato. Dopo qualche minuto è apparsa una donna incinta, poi un’altra, un’altra ancora. Sfilavano lungo il bordo. Il costume intero teso, prossimo allo strappo, raggiungevano l’istruttore di aquagym premaman. Ero terrorizzata dalle loro pance a mongolfiera. Sono rimasta immobile a fissarle.
Non so perché questo momento e non un altro mi è rimasto attaccato addosso per tanti anni, non so cos’è che ho capito. Forse l’ingombro del dare la vita. Forse la sterilità del mio corpo a confronto. Il dovere di nutrirne due al posto di uno.
Una compagna mi è venuta a chiamare, mi cercavano, stavano salendo sul pulmino per tornare in classe, io le ho indicato le donne, le ho detto, guarda che pance grosse che hanno. Lei ha fatto ah-ahn, ha annuito.

C’è chi avrebbe ignorato la mosca, chi si sarebbe limitato a guardarla, chi ne avrebbe riso, chi l’avrebbe dimenticata, chiusa nella scatola degli eventi quotidiani muti, insignificanti. Ma Duras è una scrittrice. Guarda alla morte della mosca col suo sguardo di scrittrice e la morte della mosca riempie sei, sette pagine. Diventa una metafora del destino universale, una regina nera e blu, un ricordo eterno che accompagna l’autrice.
«Intorno a noi, tutto scrive». Ogni cosa che esiste e che accade, suo malgrado, genera storie. Ecco che la solitudine dello scrittore, una solitudine che rasenta la follia, diventa comunione con la vita dell’universo. Forse è stato questo pensiero a salvare Duras dal destino di altre.
«Scriviamo senza saperlo. Scriviamo guardando morire una mosca».
Scriviamo sempre, anche se non abbiamo in mano la penna, se non schiacciamo i tasti per far comparire lettere su uno schermo, perché scrivere è un modo di guardare il mondo, di stare e restare al mondo. È un’arte notturna nel significato più ampio del termine, legata all’intimità, a ciò che di umano e naturale ancora sopravvive in noi. Non sottostà a logiche produttive, né ai principi della velocità, del denaro, della performance, della prevaricazione. Per questo, scegliere di scrivere è anche un atto di resistenza.
«La liberazione arriva al calare del buio. Quando fuori cessa il lavoro. Ci resta il lusso, un lusso che ci appartiene, di potere scrivere durante la notte. Possiamo scrivere a qualsiasi ora. Non dobbiamo sottometterci a ordini, orari, capi, armi, multe, insulti, sbirri, capi e ancora capi. Né alle chiocce che covano i fascismi di domani».




Deborah Guarnieri è laureata in Lingua e letteratura russa e tedesca, specializzata in Slavistica. Ha frequentato la scuola di scrittura creativa Bottega di narrazione diretta da Giulio Mozzi, ha lavorato come traduttrice. Suoi racconti sono stati pubblicati su riviste tra cui la femminista «Pro.Vocazione», «Almanacco» de Lo Spazio Letterario e «retabloid» di Oblique Studio. Con Sanguinamento ha vinto il Premio Zeno 2024, e sarà giurata dell’edizione 2025. È co-fondatrice del collettivo editoriale InVece.


Lulù Nuti (1988) vive e lavora tra Roma e Parigi. Si è laureata presso l’Ecole Nationale Supérieure des Beaux Arts de Paris nel 2012. Attraverso scultura, installazione e disegno, Lulù Nuti impiega materiali da costruzione, spesso in combinazione a elementi naturali, per realizzare opere installative in dialogo sensibile con il luogo di creazione. La sua pratica si caratterizza per la sottile dualità tra presenza e rimozione, rottura e solidità, resistenza e fragilità. Il lavoro di Nuti è guidato da un senso di responsabilità e di impotenza nei confronti del mondo in cui viviamo e, per tradurlo in materia, osserva e analizza la nostra percezione della realtà, il cambiamento delle nostre abitudini e il rapporto che abbiamo con la natura, per creare tracce e testimonianze del nostro presente. Tra le sue mostre personali recenti: (2025) Fondazione D’ARC, Tre corpi, a cura di Giuliana Benassi, Roma; ADA, STABAT, Roma; (2024) Galerie Chloe Salgado, Tube, Parigi; Palazzo Collicola, In my end is my beginning, a cura di Spazio Taverna, Spoleto. Tra le collettive: è attualmente in mostra fino al 18 gennaio 2026 presso la 18ma Quadriennale d’Arte di Roma Fantastica, Palazzo delle Esposizioni, nella sezione curata da Francesco Stocchi || Portfolio



MARGUERITE DURAS (Saigon, 1914 – Parigi, 1996) ha vissuto in Vietnam fino ai diciotto anni. Rientrata in Francia nel 1932, ha preso parte alla Resistenza e ha militato nel dopoguerra nelle file del Partito Comunista Francese, da cui è stata espulsa come dissidente nel 1950. È autrice di romanzi e sceneggiature, come quella di Hiroshima Mon Amour di Alain Resnais, e ha diretto numerosi film, tra cui India Song (1974) e Les enfants (1984). Con L’amante ha vinto il Premio Goncourt nel 1984.


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