Louise-Joséphine

Louise-Joséphine Rémy e altre 17 persone.
50, boulevard du Temple, martedì 28 Luglio 1835 intorno alle 12:15.

Quando si risveglia, Giuseppe Fieschi è stordito, ferito e osceno: una maschera di sangue e polvere gli ricopre il viso. La sua attenzione è ossessivamente attratta dal fumo saturo di cordite che volteggia nei raggi di sole che filtrano dalla gelosia socchiusa. La macchina infernale è ai suoi piedi, accasciata su sé stessa, distrutta, la struttura in legno è crollata e cinque delle venticinque canne da fucile che pochi attimi prima avevano sparato contemporaneamente sono fuse e contorte per l’esplosione. Giuseppe Fieschi sorride, con un sorriso pieno e soddisfatto, arrogante.
Le guardie che hanno ricevuto l’ordine di controllare cosa fosse il fumo che usciva dalla finestra del terzo piano del numero 50 di boulevard du Temple subito dopo l’attentato, lo ritrovano così, accasciato contro il muro scrostato di una camera decadente, con le gambe divaricate e le mani pendule lungo i fianchi come un burattino intontito.
Non tutto è andato come previsto, ma l’attentato è compiuto, la sua vendetta egoista e insensata è risolta, la monarchia è stata colpita e, malgrado i suoi complici avessero manomesso in parte la sua invenzione per toglierlo di mezzo, il re, probabilmente, giace a terra morto, assassinato assieme ai figli e ai generali. Questo pensa Giuseppe Fieschi mentre viene trascinato per le scale e rinchiuso nell’appartamento della signora del secondo piano per essere interrogato dal procuratore e, all’occorrenza, per essere curato e bendato. Il seguito è scritto nelle cronache, negli atti del tribunale, nelle arringhe degli avvocati e nei verbali della prigione. Luigi Filippo e i suoi figli furono subito accompagnati incolumi ai loro appartamenti, il maresciallo Mortier rimase ucciso assieme al suo cavallo e ad altre tredici persone. Giuseppe Fieschi e i suoi complici furono condannati alla pena di morte e persero la testa sotto la lama della ghigliottina otto mesi più tardi.

Quando esce di casa, la mattina di quel martedì 28 luglio del 1835, Louise-Joséphine Rémy è vestita di tutto punto, si è fatta il bagno nella tinozza con il sapone profumato e, dopo essersi pettinata con cura, ha rubato, ma solo per vezzo divertito, un nastro rosso dal cassetto della mamma per legarselo tra i lunghi capelli castani coperti da una semplice cuffia bianca. Louise-Joséphine ha quattordici anni, vive al numero 1 di rue du Pont aux Biches, un quartiere come tanti in cui le persone si conoscono per nome e hanno un mestiere, un mestiere faticoso, nuovo, importante e umile, un mestiere come il suo, la brunitrice, che le rovina le mani. Ma quel giorno nessuno lavora, è un giorno di festa, la nazione si stringe attorno al nuovo re, il re dei francesi, il re che cinque anni prima fece la rivoluzione. Louise-Joséphine vuole viverlo quel giorno, vuole esserci, partecipare, immergersi nella folla che immagina colorata di bandiere e vestiti sgargianti, vuole ridere, commentare con le amiche i soldati che di lì a poco sfileranno in alta uniforme, e chissà, forse uno di loro per un istante la guarderà, seguendola solo con gli occhi mentre marcia con passo serio e un sorriso appena accennato sul volto.
Saluta i genitori che ancora si stanno preparando, chiude la porta alle sue spalle e corre attraverso il quartiere, augurando un buon giorno alla moglie del sarto che osserva il via vai di quella mattina seduta davanti alla porta di casa. In cima alla strada Adèle, Marie, Pauline e Henriette la stanno aspettando, anche loro vestite a festa. Louise-Joséphine controlla che il nastro rosso sia sempre tra i capelli e tutte insieme, fianco a fianco, quasi saltellando, imboccano rue Notre-Dame de Nazareth.
Per la strada i bambini corrono a perdifiato, giocano tra loro in piccole bande, simulano battaglie epiche con bastoni e frombole tra i passanti ben vestiti. Henri, il calzolaio, li guarda con benevola indulgenza appoggiato all’uscio della bottega, mentre porta alla bocca, storta e ferita in una guerra persa in una terra lontana e fredda, una presa di tabacco da masticare. Affacciata alla finestra di fronte, Margot, una donna grassa e impacciata, sciocca e sboccata, moglie in seconde nozze di Jules, il fruttivendolo, impreca un’orazione senza fine di parolacce colorite e insulti, uno sproloquio rivolto indistintamente ai bambini e ai passanti che ridono a crepapelle. Solo l’intervento posato del marito, mortificato dalla vergogna, riesce a fermare la cantilena della moglie che abbandona borbottando la finestra sotto lo sguardo attento di René, lo spazzino, immobile in mezzo alla via con il mento e le mani appoggiati al manico della scopa. Quella mattina però le grida e le risa dei bambini sono coperte dalle ingiurie di Gustave, proprietario del Bistrot du Coin e conosciuto in tutto il quartiere per il carattere affabile e la generosità. L’uomo, dal viso paffuto e roseo con grandi mustacchi scuri sotto un naso rubizzo, e un grembiule di cuoio liso e sporco che gli ricoprire il ventre tondo, inveisce, nello stupore generale, contro Robert, il carrettiere, che ha rovesciato il carico di botti e bottiglie in mezzo alla strada, mentre colportori e venditori ambulanti si avvicinano per offrire ai curiosi, lì fermi a osservare l’accaduto, ogni sorta di rara e stupefacente novità.
In mezzo a quella confusione, Louise-Joséphine, Adèle, Marie, Pauline e Henriette ridono e ascoltano le parole di scherno rivolte al carrettiere mentre i testimoni raccontano, sghignazzando, di averlo visto voltarsi per salutare animatamente la Berthe che lo chiamava agitando i grandi seni schiacciati nella generosa scollatura. Per questa disgraziata distrazione il carrettiere sarebbe inciampato ruzzolando a terra, trascinando con sé carico e carretto. La discussione è animata, i passanti si fermano e formano un capannello che via via blocca la circolazione. Ognuno parla e consiglia, suggerisce e sconsiglia in una baraonda di parole confuse. Robert, con la testa incassata nelle spalle e i piedi immersi nel vino, guarda in silenzio Gustave che osserva sconsolato la sua giornata perdersi nei caniveaux e impreca muto contro il destino sotto lo sguardo risentito della Berthe che, appoggiata allo stipite della porta, risponde agitando con sarcasmo il deretano ogniqualvolta viene messa in dubbio la sua femminea eleganza e il suo buon costume. Solo Joseph, il vecchio e innocuo ubriacone del quartiere, trova il suo tornaconto seduto tra le ruote rovesciate del carretto mentre beve il vino rosso e aspro che fuoriesce dalla fessura di una botte rotta e traballante.
Louise-Joséphine cammina e parla. Le parole le cadono dalle labbra come granelli di sabbia nella clessidra, una dopo l’altra senza sosta. Le strade così familiari, il quartiere, le persone, tutto le sembra nuovo e in movimento. Arrivata all’angolo con rue du Temple, saluta Victor, il lustrascarpe. È un ragazzo alto e magro, della sua stessa età, con i capelli scuri e gli occhi sempre sorridenti. Victor ricambia il saluto toccandosi il cappello e da lontano le dà appuntamento per la sera stessa: torneranno insieme sul boulevard per guardare gli spettacoli organizzati in quei giorni di festa. Poi prende allegramente la spazzola dalla tasca dei pantaloni, la fa roteare come un giocoliere e si siede davanti alle scarpe impolverate dell’uomo con il cilindro che lo aspetta col piede già appoggiato sullo sgabello. Louise-Joséphine sorride e attraversa la strada facendo attenzione agli omnibus stracolmi e alle carrozze che si allontanano veloci alla ricerca di un posto.
Tutta quella gente, quelle persone che come lei si dirigono verso il boulevard, la avvolgono di emozione e stupore. Si sente diversa, circondata da tutti quei vestiti e cappellini colorati, in mezzo ai nobili e ai borghesi con i loro cilindri sulla testa e gli ombrelli parasole aperti per proteggere pelli bianche e lisce, in mezzo ai mercanti, agli artigiani, ai contadini, agli artisti, ai dottori e agli operai come lei. Per la prima volta non è più una bambina del popolo, ma una cittadina che aspetta di salutare il proprio re e, in cuor suo, si sente fiera di essere parte di quel corpo unico e complesso che chiamano nazione, la sua nazione, la Francia, qualcosa di più grande di lei, a cui lei stessa appartiene senza capire fino in fondo cosa realmente sia.
Sul boulevard le bandiere garriscono alle finestre. Il bianco, il rosso e il blu colorano il grigio dei palazzi ad ogni folata di vento e le coccarde appuntate sui vestiti e sui cappelli punteggiano la folla di tricolore. Tutti sorridono, almeno così sembra a Louise-Joséphine mentre si avvicina ai piccoli crocchi che commentano le celebrazioni organizzate dal governo in memoria dei morti della rivoluzione di luglio e cominciate con sfarzo il giorno precedente. Louise-Joséphine ascolta i racconti, assorbe le parole che descrivono fluenti le chiese della città drappeggiate di nero, i cippi funerari disegnati per la commemorazioni del ’33, e le vicende dei morti del ’32, e poi di quelli del ’34 aggiunti quest’anno al lutto nazionale. Sorride al sarcasmo pungente di cui è bersaglio la polizia onnipresente nelle strade e che vieta di suonare altra musica se non quella imposta dal governo. Ascolta e cerca di farsi un’idea, un’idea propria, di impossessarsi delle parole, dei suoni che si susseguono, si aggrovigliano e si rilanciano, delle frasi che una volta pronunciate con calma, veemenza e ironia rispecchiano sui volti indignazione, consenso e ilarità. E quasi con stupore capisce, ne prende possesso, intuisce il valore, il senso, sente il sapore di parole che appaiono difficili: politica, istituzione, stato, opposizione.
Poco lontano, seminascosto nell’angolo calmo di un androne, riconosce la figura esile e curva del ciabattino che racconta la tristezza di chi è tornato sui luoghi della morte del fratello, del figlio, del padre, e la delusione provata sotto la pioggia che la sera stessa ha spento le candele accese in loro ricordo. La strada è un mormorio continuo, un brusio denso di rumori, spezzato dagli strilli dei venditori ambulanti e dalle imprecazioni dei cocchieri. La gente scorre, si incrocia, rallenta, scompare dopo uno sguardo e un breve saluto. Louise-Joséphine si lascia trasportare da quel movimento e segue le amiche verso la barriera di soldati che a ranghi serrati delimitano il percorso della parata.
Seduto alla terrazza di un bistrot affacciato sul boulevard, un uomo elegante e solitario beve un café-crème e scuote la testa con disappunto. Immune alla confusione che lo circonda, l’uomo è immerso nella lettura di un giornale e non si accorge dello sguardo incuriosito e insistente di Louise-Joséphine ferma a pochi passi sul marciapiede.
È affascinata da quel volto che conosce ma a cui non sa dare un nome, lo cerca nella memoria ma non ricorda dove lo ha incontrato né perché. Forse lo ha visto su un manifesto affisso su un muro o sulle pagine stampate di qualche rivista illustrata venduta dagli strilloni per strada. L’uomo smette di leggere, alza lo sguardo e le sorride, un sorriso aperto, sincero, poi volta la pagina del giornale e ritorna a percorrere le cronache del giorno precedente. Louise-Joséphine si sente arrossire, schiacciata tra la timidezza e la vergogna. Senza voltarsi cerca il braccio dell’amica al suo fianco per rassicurarsi e chiederle, in segreto, se anche lei avesse già visto quell’uomo e ne ricordasse il nome. Ma il suo gesto si perde nel vuoto. Louise-Joséphine si volta ed è sola, immersa nella folla.

*

Quando trova posto in prima fila, Victor è un volto sperduto tra la gente, ha gli occhi chiusi, i pugni serrati nelle tasche e spera. Spera, con sincera illusione, che tutto quello che lo circonda scompaia come un’ombra nel buio, spera in un unico istante di silenzio che cancelli la marcia lenta e cadenzata dei reggimenti di ussari e il ritmo lugubre dei tamburi che avanzano inesorabili. Il lustrascarpe spensierato, che fino a otto giorni prima redarguiva allegramente i clienti per le scarpe su-dice e le stringhe logore all’angolo di rue Notre-Dame de Nazareth, adesso ha il volto scavato e il sorriso spento in una smorfia contratta.
Sono le nove di mattina di mercoledì 5 agosto 1835, il sole è ormai alto, il caldo estivo è smosso da un vento lieve che non riesce a rinfrescare l’aria. Uomini e donne di ogni età sono accalcati lungo i viali, ascoltano con il fiato sospeso i colpi di cannone che annunciano la fine della cerimonia nella cattedrale di Saint Paul e l’inizio del lento avanzare del corteo verso les Invalides.
Victor vorrebbe fuggire, i ricordi lo opprimono, respira a bocca aperta, la polvere gli secca la gola e un fetore di sudore e sterco lo assale improvviso. Si alza sulla punta dei piedi, cerca l’aria, si volta, spinge, prova ad allontanarsi ma la massa è compatta e lo respinge. Alle sue spalle le fila della Guardia Nazionale avanzano funeree in direzione di Place de la Concorde, verso il Re in attesa, il Re sopravvissuto. Tra la folla salgono voci spezzate, si ripetono dense, opprimenti. Victor non vuole sentire quella cantilena monotona che passa di bocca in bocca, non vuole comprendere quelle parole, ma le ascolta e come uno schiaffo lo colpiscono: “C’est elle, c’est la jeune fille!’’[1]
Il carro funebre è interamente drappeggiato e dipinto di bianco, avanza al traino di una coppia di cavalli bianchi incoronato da dodici ragazze, vestite e velate di bianco, che camminano al fianco della vettura trattenendo a stento i singhiozzi del pianto. Stringono le mani al petto, nascondono i loro graffi e le loro ferite agli occhi commossi della città. Il vento, leggero e irregolare, gonfia i tessuti pregiati e smuove i pennacchi che adornano la carrozza. Victor si volta, ha gli occhi spalancati, guarda il feretro bianco di Louise-Joséphine ondeggiare nel bianco. Lo guarda avvicinarsi e passare. Lo segue, è solo e svanisce nei ricordi.

1 “È lei, è la ragazzina!”.

Nell’attentato, perpetrato dal repubblicano Giuseppe Fieschi con la complicità del sellaio Morey e del droghiere Pépin contro il re Luigi Filippo, morirono 19 persone e 49 rimasero ferite. Il re e i suoi figli rimasero illesi, ma numerose personalità del seguito rimasero uccise. Giuseppe Fieschi fu processato, condannato a morte e ghigliottinato a Parigi il 19 febbraio 1836.

Eugène Lami, Attentat de Fieschi, le 28 juillet 1835 (Louis-Philippe passe en revue la garde nationale sur le boulevard du Temple) (1845)

Louise-Joséphine è apparso in anteprima il 3 marzo 2025 su L’Appeso Numero 6.


Francesco M. Acerbis è nato a Bergamo nel 1969. Fotogiornalista di formazione si trasferisce a Parigi dove lavora per le maggiori testate francesi e italiane. Insegna Reportage photographique all’Ecole Nationale Superieure de la photographie FC di Arles e anima, con Andrea Comollo, il laboratorio “Immagine e comunicazione nella cooperazione internazionale” all’università Cattolica di Milano. In Francia e in Italia ha pubblicato come autore e, a volte, come fotografo, diversi libri di letteratura per ragazzi.



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