di Matteo Branduardi
È evidente come ai nostri occhi l’insonnia rappresenti molto più di una semplice psicopatologia […] da abitudine individuale, essa può talvolta colare a picco dentro profondità genotipiche, farsi vizio ereditario, oscuro crisma di destino, diventare insomma il nucleo generativo di una vera e propria mitologia, il centro di unità e irradiazione di un’intera storia genealogica o familiare.
Hector Metchnik, Nevrosi e forma del destino
I
Telemaco non aveva mai pensato al sonno come a un’arte: credeva si trattasse di qualcosa che capita, come la fame o l’impulso sessuale, e invece dormire è diverso, è qualcosa che si può imparare o disimparare, e lui l’ha disimparato.
Nelle lunghe notti profumate di resina, Telemaco si gira da una parte e dall’altra, solleva le braccia e poi le gambe, prova a contare, a fare il vuoto, a controllare il respiro: niente. Sul punto di dormire ha come un soprassalto, confonde il sonno con la morte, allora resiste e diventa nervoso. A volte, anche solo chiudere gli occhi gli dà un effetto strano: gli sembra che lasciando la realtà a se stessa questa scivoli subito verso un lontano punto di fuga, come attratta da una molle evanescenza; per questo ha bisogno di esercitare una continua pressione sugli oggetti, di assicurarsi che quanto lo circonda risponda ancora a lui, al suo richiamo, e non a qualche segreta congiura delle cose.
Ma così, come dormire?
Telemaco ha ventitré anni, soffre di insonnia cronica, non ha ancora trovato sé stesso e non saprebbe del resto dove cercarsi.
La psicologa da cui va adesso, di scuola breve strategica, gli ha dato un compito per queste settimane: tornare ad amare le cose più semplici, ripartire dalle basi.
Però non è facile, ci vuole la concentrazione di un atleta, respirare e farsi il vuoto dentro mentre si compiono i gesti più banali: e allora quando tra poco farà colazione, masticherà il pane, porterà la tazza alla bocca e ci appoggerà le labbra, Telemaco si chiederà se una giornata di luce come questa possa davvero reggersi insieme grazie a movimenti tanto elementari, un tessuto di eventi senza intenzione né peso, senza niente da chiedere in cambio o da accampare ai lati.
Certo ci vorrebbe più fede di quanta lui ne abbia, e il dovuto riguardo, forse anche un metodo e una pazienza addirittura inveterati, pungersi le dita mille volte per arrivare a cucire al destino una piega di rassegnazione tanto intima e cordiale. Soprattutto, non pensare. Perché il suo pensiero non è altro che un’infedeltà alle cose, non apre su nessuno spazio, soltanto ci passa una corrente gelida, così che in lui c’è sempre qualche grado in meno che nel mondo. Questo gliel’ha detto la psicologa, di scuola breve strategica; ha detto anche che il suo freddo viene giù da qualche monte, che è tempo che chiuda per bene le finestre, se non vuole gelare.
Telemaco ha ventitré anni, la notte non può dormire, e talvolta si sente così insidiato e fragile da credere che la sua sopravvivenza si debba soltanto a un fortunato incrocio di circostanze. E siccome la notte è lunga, la vita tarda a saldare i suoi conti, e il destino che gli era stato promesso non accenna a farsi avanti, nel suo passato carico di sensi ne va adesso ricercando i grafismi, le tracce disegnate. Ma la carne dei suoi ricordi ora si espande e dilata, ora si restringe e si strozza; e tutto il suo passato diventa un antro buio battuto da correnti e da risucchi.
II
Ulisse è sdraiato sul letto, la pancia all’aria, le braccia allargate, sembra crocifisso. Intorno a lui, sotto di lui, è cresciuta la notte, una massa opalescente, liquida. Se Ulisse ruotasse lo sguardo a sinistra o a destra, ne vedrebbe la pelle increspata di schiuma lambire a pelo il suo materasso, e il comodino lievitare sopra creste di onda, e dovunque relitti di libri, vestiti, bottiglie di plastica vuote dei giorni trascorsi: la sua stanza è adesso l’universo, e l’universo è un oceano notturno di forme disfatte. Ma Ulisse non volge lo sguardo: osserva appena un angolo di soffitto, le poche luci proiettate dal cortile come anime in transito.
C’è un momento, poche ore prima dell’alba, che Ulisse ha imparato a conoscere. È un istante di intimità rarefatta, quasi tradita: la notte si denuda e cambia pelle, poi subito si riassorbe, per uno scrupolo improvviso. Questo fatto non si può vedere né sentire, ma soltanto ascoltare. Nei bianchi naufragi dell’insonnia, Ulisse ha imparato a esercitare l’udito: per questo riesce ora ad avvertire il respiro di abissi sommersi, di profondi smottamenti – il lavorio di una voragine sorda, senza luogo né oggetto, un gorgo che compendia in sé le oscillazioni del silenzio.
Da dove gli giunge questa musica sommersa, questo richiamo che seduce la mente, più terribile e dolce d’ogni canto di sirena? Ulisse ignora se sia l’unico a sentirla, se questa eco di nudità compiuta gli venga dal centro di sé stesso o del mondo, e del resto questo nuovo senso non gli comunica alcun sapere particolare: soltanto vorrebbe imparare anche lui la trasparenza, non dire niente e lasciarsi attraversare.
C’è un’immagine che ritorna spesso nelle lunghe notti vigili di Ulisse, si annida nelle palpebre, chiazza di scuro il grande mare sconfinato della sua insonnia: è la macchia nera di uno scarafaggio, o forse soltanto la schiuma residuale della sua traccia, uno strappo nel tessuto del mondo, un piccolo coagulo di buio che fugge impazzito dalla luce. Per intere settimane questa immagine ha visitato Ulisse, ma solo adesso ricorda e capisce.
Fu quando andò a trovare Penelope per la prima volta, dopo aver guidato per ore attraverso interminabili distese di campi punteggiate di aironi, nel cuore disabitato della campagna. Si erano conosciuti sul posto di lavoro, e lui era giovane, appena laureato, Penelope una donna, di dieci anni più grande. Ma dei due era lui il più avanzato. Aveva preso una laurea in ingegneria civile, e poi ne aveva conseguita un’altra, in architettura, discutendo delle prove a taglio sui giunti orizzontali nelle murature; lei non aveva studiato. Perfettamente urbano, Ulisse – Penelope un frutto della pianura.
Mentre aspettava Penelope nel soggiorno insieme alla suocera, Ulisse vide all’improvviso, a pochi passi dal suo piede, una blatta fuochista dalla muscolatura enorme, ipertrofica, con la corazza spruzzata d’arancio, iridescente e corrusca, rapidissima lungo la fuga delle piastrelle. Nella sua sventata ingenuità di cittadino, credette e disse di aver visto un gambero. La madre di Penelope trattenne a stento un suo gorgheggio interiore. Che cosa mai potesse farci un gambero in una cascina di campagna, a più di cento chilometri dal mare, fu un mistero che Ulisse, per delicatezza, non volle approfondire.
Ora Ulisse ricorda come quella sera stessa, a tavola, si vide servire una zuppiera ricolma di maiale e verza; e del maiale c’era tutto, anche tagli che fino a quel momento non avrebbe giudicato edibili: la cotenna, le orecchie, i piedini, perfino la testa. E infine, in un boccone stranamente viscido e di morfologia inusitata, ai due fori che lo fissavano in mezzo alla verza come le secche orbite di un mostro, vide e riconobbe, in un brivido, il musetto.
Quella notte, nel suo letto, Ulisse tremò, sudò, credette di morire. Un dolore crampiforme gli batteva alle radici del petto. La fronte, le tempie, erano fredde. Ma tra gli sconquassi gastrici che lo costringevano di tanto in tanto a levarsi e riverberavano poi orrendamente per tutto il corpo, Ulisse pensava a Penelope, alla dolce figlia di quella pianura così cruda al suo stomaco, vedeva la buona Penelope dai folti capelli neri e il vestito a festa, e mentre la carne e i nervi doloravano nel ribollio sconcertante dei succhi acidi, il suo cuore e la mente attingevano non so quale serenità lontana. Capì allora per vie segrete di amare Penelope, e promise a sé stesso che se fosse sopravvissuto a quella notte l’avrebbe sposata.
Ulisse adesso chiude gli occhi, cova dentro di sé il segno immondo della blatta, la piccola cicatrice che riga il bianco allucinato della sua insonnia. Non si chiede più da dove venga, se significhi qualcosa, né se fosse stata a suo tempo allegoria o premonizione di qualcosa. Ulisse non sa più nulla, se non che devono essere le quattro o forse le cinque, che non dorme, che sente di avere mancato qualcosa. Un’onda più leggera si separa nella notte, si avvolge sotto il suo letto, sembra trascinarlo alla deriva.
Ulisse fluttua su quel mare col suo materasso, lo sguardo fisso al soffitto, e se di tanto in tanto chiude gli occhi è subito un trasmigrare di fosfeni nelle buie regioni delle sue palpebre; se lascia cadere una mano oltre il bordo del letto, dall’acqua tira su una memoria, il vecchio vetro smussato di un desiderio.
È uno strano modo di resistere, pensa adesso Ulisse – ma quello di Ulisse non è pensiero, soltanto una configurazione transitoria di impulsi, la pietosa ostinazione di un naufrago che misura sulle stelle l’esatta inclinazione della propria solitudine.
III
Nelle lunghe notti d’insonnia Penelope si perde in pensieri strani, in esercizi futili e privi di senso, allena la mente su questioni oziose, tesse e disfa pensieri, scenari, simula interi dialoghi, incontri, dissertazioni.
Si chiede, per esempio, quale forma abbia il silenzio.
Penelope immagina uno spazio interstellare, una nube intessuta di molecole finissime, con scogli, anelli d’opacità maggiore o minore, frammenti di ghiaccio dilatati da abissi. Oppure è un gorgo marino, una specie di Cariddi: la prova che chiunque è chiamato a superare, la cruna di denti minutissimi che ha esposto la sua mente a un pericolo inaudito. Può dire di essere giunta all’altra riva, lei, di essere scampata alla vertigine e al vuoto?
Penelope ha sempre presentito, al fondo del suo essere, il rischio del silenzio, della paralisi, l’incanto e il risucchio del vuoto. Ed è stato questo identico pericolo, in Ulisse, ad averla catturata: quel ragazzo dalla poesia taciturna le fu subito caro, e il modo non sapeva neanche lei definirlo. Qualcosa li aveva uniti all’istante, un nodo il cui significato tuttavia le sfuggiva: quando Ulisse sorrideva, aveva uno strano modo di sollevare solo un angolo di guancia, e una luminosità sotterranea si raccoglieva nelle labbra, una vibrazione che durava a lungo e con la quale lei avrebbe potuto vivere felice per intere settimane.
Di suo marito dicono che sia finito in qualche abisso, che si lasciò cadere da una zattera nel silenzio del mare, perché era stanco, mortalmente stanco, e tornava da un tragitto immenso, forse anche d’oltretomba, e aveva preso a disgustarlo tutto, perfino l’idea del ritorno, la sorda opacità di un’esistenza su quell’isola sassosa.
Penelope, adesso, ricorda e sorride. Sa che Ulisse non era un eroe, e neppure un mercante fenicio o un soldato di ventura; e se un giorno sparì facendo perdere le tracce, non fu, come dicono, per la guerra, e neppure gli venne la voglia di conoscere il mondo, piuttosto piano piano prese a farsi sempre più piccolo, più trasparente, come accade a tutti i padri e a tutti i mariti, fino a farsi invisibile nel cuore stesso della sua casa, invisibile sul divano davanti al televisore, invisibile a tavola, invisibile nel grande letto matrimoniale di legno d’ulivo.
Quando Telemaco non era nemmeno un ragazzo, una notte che piangeva e non dormiva, Penelope gli aveva detto che forse bastava chiamarlo, urlare forte il suo nome come aveva fatto un tempo sotto gli alti porticati dell’infanzia, nelle spiagge, nei supermercati in cui si era perso; ed ecco, a sentire il suo nome, Ulisse sarebbe riemerso d’incanto, rompendo venti secoli di vuoto, riacquistando la sua forma e i suoi colori, i suoi nitidi contorni, coi fini capelli d’ambra e gli occhi azzurrini, quasi vitrei. Ma ora Telemaco si è fatto grande, e tutti e due sanno troppo bene che Ulisse non è niente, neppure un nome, che un altro modo di dire Ulisse è Nessuno, un puro aggregato di sillabe o molecole, la tenue capillarità che acquista il vuoto nella consistenza acquatica dei sogni.
Nel vuoto senza remissione della notte Penelope pensa a un altro vuoto, a quel figlio che non riesce a capire e che le sembra un enigma, una piccola goccia silenziosa che ha pianto nel mondo. Pensa a come nacque una domenica sera sul finire dell’estate, quando venne fuori senza un grido, come chi si arrende, col viso tutto rosso e arruffato, i piccoli capelli neri che gli davano le qualità di un pazzo. E subito, in fondo ai grandi occhi annacquati e tristi, a Penelope era parso di leggere una confessione, l’appartenenza a un più segreto ordine di cose.
Adesso, nel delirio tenue dell’insonnia, Penelope e suo figlio diventano una cosa sola, una bolla di silenzio che si gonfia, ascende leggera le vertigini dell’aria, nella scarsa luce della notte si incrina ed esplode. E a quel piccolo scoppio improvviso Penelope sente sulle labbra un sapore amaro.
Quante cose vorrebbe dirgli, nei lunghi giorni silenziosi che trascorrono insieme nella casa troppo vasta; eppure in quelle stanze il tempo non ha consistenza, Telemaco non parla oppure è violento – un banco di silenzio li separa, pesante come bruma.
Penelope immagina – e nella notte davvero le sembra possibile – di piantare su Telemaco i suoi occhi chiari, due ferite senza margini né lembi, due isole di luce, di mettergli una mano sopra il petto, con dolcezza, e cercare di sentire più a fondo la dura lastra di ghiaccio che porta dentro, l’arabesco in rilievo delle crepe.
Muove le labbra nel buio mentre immagina di dirgli che è soltanto amore quello che da sempre toglie loro le parole, amore e nient’altro: un amore infinito, senza tempo, che solo si è rappreso, chissà come, in qualche angolo dell’anima.
Alza il braccio nella notte quando immagina di prendere Telemaco per mano, e quando chiude le dita a serrare l’aria, davvero sente d’improvviso tra le sue un’altra mano, nodosa come una radice, abbandonata finalmente a quella stretta da un’interminabile vicenda di silenzi e sottrazioni, una guerra senza luogo, né oggetto.
E Penelope parla ormai ad alta voce quando lei, la madre, dice al figlio che sotto quel ghiaccio, da qualche parte, c’è anche suo padre, intrappolato là sotto, senza forma né voce; ed è allora, oltre il velo della smemoratezza e del pianto, che Penelope vede comporsi per incanto la strada dietro l’orto, il mandorlo, la pioggia, la collina che si alza e abbassa tra i vapori come il fianco palpitante di un vitello, e il dolce intiepidire rosa del tramonto sul muro esposto della casa, e avverte con chissà quale senso il soffio di un mondo che dormiva, immobile, intatto, prima del ritmo e della luce.

Matteo Branduardi è nato a Milano il 10 settembre 1995. Laureato in Lettere classiche e successivamente in Italianistica presso l’Università di Bologna, attualmente insegna discipline letterarie presso un liceo di Lodi. Ha pubblicato un breve saggio di critica letteraria in Finzioni – Rivista di teoria critica e letteratura italiana contemporanea.
Diana Daniela Gallese (Didì), illustratrice editoriale e artista poliedrica, è diplomata in grafica e illustrazione presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. Amante del potere esoterico del nero, delle tenebre, e delle storie orrorifiche, esordisce in editoria con l’albo illustrato La Leggenda di Sleepy Hollow (Officina Milena, 2019). Le sue illustrazioni accompagnano testi editi da Officina Milena, ABEditore, Pidgin, Empireo Editora; collabora inoltre con riviste editoriali nazionali e internazionali tra cui Tit’s n’ Tales, 9righe, IMON, La Nuova Carne, Bomarscé, L’Appeso. Conduce una ricerca sulle emozioni studiando Arte per la Terapia all’Accademia di Belle Arti di Roma. Il suo linguaggio fluisce e si lega a quello di musicisti, scrittori e artisti; la fascinazione per il legame suono/segno e la relativa ricerca emergono nel volume illustrato Nemusico, L’Incanto essenziale di Alberto Nemo (Arcana Edizioni, 2021), dunque continua e sfocia nel progetto Klang-Farbe, duo musical-pittorico con il Maestro Roberto Bisegna. Collabora con la Casa delle Donne di Avezzano (AQ) ed è parte del collettivo di artisti CRUSH di Roma, per cui realizza eventi e laboratori artistico-creativi.
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