di Giulia De Vincenzo
Ritornare a sorpresa dal regno dei morti è sicuramente più onorevole che ritardare il viaggio con ‘felicitazioni’ e strascichi autocelebrativi. Qualche volta però, il ritorno nasce da un tradimento. Ci vediamo in agosto (Mondadori, 2024) era, nelle intenzioni dell’autore, un libro da distruggere. La sua pubblicazione è merito (o colpa) dei suoi figli Rodrigo e Gonzalo García Barqua che, a dieci anni dalla sua morte, si sono risolti a contraddire il padre, credendolo incapace, tra le fauci fameliche dell’Alzheimer, di riconoscere i meriti del suo romanzo. Il lungo andirivieni editoriale tra cartelline scarabocchiate a mano dalla segretaria Mónica Alonso, conversazioni in rarefatte atmosfere elegiache con l’editor Cristóbal Pera e un solo, tremolante Gran OK final apposto sulla Versione 5, testimonia qualcosa di diverso dal solito dietro le quinte. E quel qualcosa, unito alla visione di uno scrittore ridotto a occupare le giornate a sostituire un aggettivo con un altro perché altro non poteva fare, mi suscita una profonda tristezza. Perciò, sottraendomi al generale sollucchero per la magia di un ritorno inaspettato, sarò tra i pochi, forse l’unica, a non contraddire García Marquez, comprendendo le sue ragioni.
E partirò col tributargli elogi per aver intuito, pur mancandogli il pieno possesso delle facoltà mentali, il momento giusto per uscire di scena, con lo stesso slancio che userei, se mi fosse concesso, per complimentarmi con Daniel Day-Lewis e biasimare De Niro per i B-movies che tragicamente macchiano il crepuscolo della sua carriera. Un’intuizione calpestata dalla sua stessa agente Carmen Balcells, destinataria di una dignitosissima ammissione di Gabo (“A volte bisogna lasciar riposare i libri”) ignorata al punto di assoldare il succitato Pera per incoraggiare l’autore a terminare il romanzo, rifilandogli una menzogna (“nell’estate del 2010 Carmen Balcells mi informò a Barcellona che García Marquez aveva un romanzo inedito per il quale non trovava un finale”) infarcita con approssimativi mozziconi di trama (“Mi anticipò che raccontava di una matura donna sposata, la quale visita l’isola in cui è sepolta la madre e vi incontra l’amore della sua vita”), il tutto smentito dall’autore al primo incontro con l’editor, come da lui stesso riportato nelle note conclusive del testo (“Gabo mi confessò divertito che non era l’amore della sua vita quello che la protagonista incontrava, bensì un amante diverso a ogni visita. E per dimostrarmi che invece un finale ce l’aveva […] mi lesse l’ultimo paragrafo con cui chiudeva la storia in maniera smagliante”).
E perché non mi si accusi di articolare il mio requiem basandomi esclusivamente su apparati critici e appendici, dimostrerò che il libro l’ho letto (perdonami, Gabo) scrivendo della sua tematica – storie d’amore di persone mature – e della svolta femminista del tema che a un certo punto ho dubitato fosse totalmente nei piani dell’autore, perché (troppo) assonante con le attuali paturnie anti-patriarcali, letterarie e non. Al di là dei richiami perfino fisionomici alle “puttane tristi” e alle altre donne dalla pelle color melassa e dalla sensualità prorompente che hanno preceduto Ana Magdalena Bach (del resto, è risaputo che le opere di García Marquez siano collegate da una fitta rete di rimandi interni), al di là dei bozzetti di routine colombiana, coniugale e non, che rilevano sempre più crepe realistiche che magia, con la musica e le letture a fare da foglia oro nei Kintsugi della fiction, quello della disgrazia di essere donna in un mondo di uomini, tramandato di madre in figlia come un macabro cimelio custodito nella tomba e nel cuore, mi è sembrato un messaggio non necessario. Il classico segnale dall’oltretomba che non vogliamo ricevere, se non allevia il carico di ossa che già ci trasciniamo dietro. E, per dirla tutta, un modo impietoso di salutare quel parterre di personaggi femminili che tanto hanno contribuito alla parte fantastica e ammaliante della sua produzione, cancellando brutalmente con un ultimo sguardo di compassione al proprio passato e un addio per sempre ai suoi sconosciuti di una notte e alle tante e tante ore di incertezza che rimanevano di lei sparse sull’isola la quieta e dolce malinconia delle righe con le quali, nel 2004, Gabo ci aveva già salutato, confortato e confortante nella speranza dell’amore – le righe con le quali scelgo di ricordarlo:
Era finalmente la vita reale, col mio cuore in salvo, e condannato a morire di buon amore nell’agonia felice di un giorno qualsiasi dopo i miei cent’anni.
Requiem per García Márquez presenta in anteprima la nuova sezione MARGINALIA (da giugno 2024), una rubrica a cura di Giulia De Vincenzo.

Giulia De Vincenzo è laureata in Filologia Moderna, insegna materie umanistiche in una scuola secondaria di primo grado e scrive note sui margini dei libri per sgravarsi di un pensiero (come direbbe Edgar Allan Poe). Non ha ancora capito se la “d” del suo cognome sia maiuscola. Nel dubbio, ha deciso di rendere minuscola la “g” del suo nome. @giminuscola
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