Quella di mia madre รจ stata una gravidanza di parole. Una per ogni mese.
Invasione, nausea, pesantore, famelica, pugilessa, succhiatempo, tettarella, pennichella.
E poi รจ arrivato il giorno. Stando ai racconti di mia madre: di venire al mondo non ne avevi proprio voglia. Non avendo lei altri vocaboli da sgranare, aspettare non si poteva piรน.
Al mio primo vagito, ero giร come uno di quei prodotti in scadenza che trovi al supermercato: zeppo di etichette ammonticchiate, da consumarsi a breve.
Nei suoi ultimi giorni, quelli in cui anche Radio Maria sembrava supplicarla di lasciare questa terra, mi indicava la X a pennarello sulla data del calendario del 1975, appeso al muro insieme al Baume & Mercier di mio padre, appassionato di orologi.
Insonnia, ramanzina, frusta, sciamannati, creatura, allucinazioni, intrallazzo, scadenza. Ancora parole: un poโ per me e un poโ per lei.
Era una donna sopra le righe, mia madre. Stolida quanto lโidea che la vita e la morte avrebbero seguito i suoi piani. Parlava con estrema precisione.
Nellโadolescenza io ero lโesatto contrario.
Timorosa di tutto, al modo di un cavedano che per nascondere le sue insicurezze si atteggia a salmone, andavo controcorrente non perchรฉ indomita e ribelle, ma perchรฉ non sapevo quale fosse la mia direzione.
La mattina del funerale di mamma, perรฒ โ ero piรน vicina ai cinquantโanni che ai quaranta โ, tutto mi รจ stato chiaro. Il rossetto si รจ sfaldato a ogni strato passato sulle labbra e la ruga belligerante al centro della fronte mi ha suggerito che da quel giorno in poi avrei fatto anche io come lei: avrei dato un giro di vite al tempo. Precisa, ma in un modo solo mio.
Al chirurgo ho detto che ridisegnare il mio volto significava innanzitutto rinascere, per me. Lui ha fatto un cenno di approvazione, ha detto che usare due verbi con quel prefisso nella stessa frase era prova di una ferrea volontร di crescita personale.
Voglio ripartire da me, Dottore, sento come lโurgenza di rimettermi in gioco.
Ancora quei prefissi. Non avevo le parole di mia madre.
Noi siamo le parole che usiamo, mi ha detto accompagnandomi alla porta, neanche avesse intuito il legame. Mi sono sentita Dio e ho sorriso a mia madre, lassรน.
Il giorno dellโintervento mi hanno messo una cuffia, mi hanno levato lo smalto e pregato di togliere i gioielli. Ho sfilato lโorologio di mio padre dal polso, le lancette immobili, e lโho messo dentro la borsa con un senso di disagio.
Conti fino a dieci, mi hanno detto infilandomi una cannula in vena. Come una medusa dentro un secchiello assediata da un nugolo di bambini eccitati, ero pronta per rifiorire.
Non ho contato, ho solo pensato alle ultime parole di mia madre:
luce, cordone, ticchettio, scusa, malavoglia, soffio โ dammi la mano! โ, buio.

Alessandra Cella, classe 1980, laureata in Lettere allโUniversitร degli Studi di Torino. Ha pubblicato quattro albi illustrati per lโinfanzia; nel 2022 ha pubblicato il suo primo romanzo, Dal mio nido dโaquila (Edizioni Smasher), e la sua prima silloge poetica, La pancia dei pupazzi (Eretica Edizioni). Vincitrice del Blogger Contest di Altitudini con Il senso di stelle che ho dentro, in seguito pubblicato sulla rivista ยซSkialperยป nel luglio 2022, due suoi racconti sono stati finalisti al Premio letterario Energheia 2022. Suoi contributi tra poesie e racconti sono apparsi su varie riviste, tra cui ยซFormicaleoneยป, ยซLโIrrequietoยป, ยซVersoliberoยป, ยซVoce del Verboยป, ยซLโOttavoยป, ยซLinoleumยป, ยซGrande Kalmaยป, ยซRismeยป, ยซTopsy Krettsยป.
Alessandra Comaroli รจ originaria della provincia di Brescia, classe 1973, architetto di professione. Lโarte e la poesia la appassionano da sempre. Il collage analogico รจ diventato la sua “striscia di prato al soleโ.
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