E quindi sei già di ritorno: non pensavo volessi cenare con me anche stasera. Ti siedi senza far rumore alle mie spalle. Butto la pasta nell’acqua che bolle, è poca, ma ce la faremo bastare, tanto io non ho più fame, di già. Quanto puzzi, figlia mia.
Sai di plastica bruciata. Di pollo marcito. Vorrei vederti brutta, con un occhio strabico, le gambe a ics, lercia. Invece mi sembri così… magari non bella, ma a me piaci. Però puzzi, puzzi ancora come un cassonetto dell’immondizia.
Stasera mi vedo con uno, ti dico, forse è meglio che tu non ci sia. Anzi, vorrei proprio che te ne andassi. Cioè, adesso mangiamo insieme, però poi te ne vai. Te ne vai, no?
Scolo la pasta. Il vapore mi si appiccica alle lenti. Porto in tavola solo un piatto, due forchette, tu non hai apparecchiato e a me sta passando la voglia di mangiare. Dopo due bocconi mi sforzo di ingoiare il terzo, poi mi arrendo. Guardo la tua forchetta, che non hai toccato. Perché fai così?
Perché sei sempre così arrabbiata? Perché non capisci che l’ho fatto anche per te? Invece no, vieni qui con quella faccia da morta.
Ma poi, vaffanculo la tua rabbia, alla mia, di rabbia, chi ci pensa? Per te è facile, ragazzina, non hai un pensiero. Non c’è una volta, una, che tu mi sia stata ad ascoltare: arrivi, sconvolgi, te ne vai, torni, mi mandi fuori di testa, scompari. Ma chi cazzo sei?
Che poi, da’ retta a me, abbiamo evitato di faticare come due matte.
Metto un po’ a posto: sulla tavola ci rimetto il vaso con i fiori di plastica, spalanco la finestra per far uscire la puzza di cucinato, scrivo un messaggio a lui. Vorrei sedermi sul divano ma tu sei già là, a fissare la televisione spenta. Ti metto il cellulare sotto il naso. Vedi: visualizza e non mi risponde, questa è colpa tua. Prima non era mica così, ti spiego, ma che cosa ne capisci tu? Cosa.
Accendo la radio, magari passano qualche notizia curiosa. Scappo in bagno a farmi un bidet, che non si sa mai, mi lavo i denti e compari sullo specchio dietro le mie spalle. Sai cosa ho letto l’altro giorno?, sputo i resti del dentifricio nel lavandino, ho letto che in Canada si può abortire fino a una settimana dopo la nascita. Si chiama aborto postnatale. Curioso, no?
Cioè, se fossimo state in Canada nessuno avrebbe avuto niente da ridire. Neanche tu. Ho fatto la cosa più difficile e quella che ti ha fatto soffrire di meno, di gran lunga di meno.
Che poi: io non mi devo giustificare con te, ti dico queste cose solo perché tu possa capire. Magari sparire. È stata la scelta giusta. E in ogni caso vaffanculo giusta o sbagliata, è stata la mia scelta, mia.
Se fossimo state in Canada sarebbe stata pure una scelta legale, non solo giusta.
Lui suona alla porta. Accendo una candela. E anche stavolta sparisci.

Mattia Cecchini è nato nel 1992 e ha vissuto a Gubbio fino a qualche anno fa. Nel 2014 si è laureato in Tecniche di radiologia medica poi, nel 2017, si è trasferito a Berlino. Per ora lavora in un ospedale vicino allo zoo, partecipa a laboratori di scrittura, e fa parte del gruppo editing della rivista letteraria «Eterna». I suoi racconti sono stati pubblicati su diverse riviste, tra cui «Split», «‘tina», «Pastrengo», «Il rifugio dell’ircocervo», «Bomarscé», «Narrandom» e altre.
Melissa Brusati. Estate 1994, Melissa nasce in casa perché alla madre fanno schifo gli ospedali, cresce al nord tra i mari quadrati e sogna di morire presto. Non è battezzata ma Dio ha la forma delle suore della scuola materna e della nonna testimone di Geova che non le suona al citofono. Melissa mangia tutto, piange tanto, respira la musica e schifa la gente. Melissa sogna di diventare pittrice ma scopre di non avere una famiglia benestante. Inizia a lavorare ma se ne pente. Incomincia quindi a studiare illustrazione e arti grafiche speciali all’Accademia delle Belle Arti di Novara. Si pente anche di questo. Secondo gli astrologi è fortunata in amore.
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